Il Trebbiano a Soave. Una verticale di Massi Fitti

0
3223

Questo l’ho visto nascere”, come dicono quelli che hanno accumulato nel tempo (perché è da tempo che fanno questo lavoro, ovvero hanno una certa età) esperienze di campo. È accaduto qualche lustro fa, tra le terre color carbone di Fittà, sulle colline del Soave Classico. Ero con Meri e Valentina Tessari nei loro cru di garganega quando mi parlarono del progetto di fare un Trebbiano di Soave in purezza. Erano già produttrici brave e affermate: le virtù, diverse e complementari, del Monte Carbonare e de Le Rive le avevano già inscritte nell’alveo delle valenti bianchiste d’Italia. E ora volevano aggiungere un altro tassello e sfatare un tabù: produrre per prime un vino da un vitigno autoctono rimasto ai margini della filiera produttiva.

E fin dal suo primo apparire con l’annata 2008, il Massi Fitti dimostrò di essere un bianco di rango, coniugando carattere, tensione, sapore. Al tempo, Alessandra, la sorella minore, oggi al centro del progetto familiare (la cantina Suavia è stata fondata dai genitori Giovanni e Rosetta nel 1982, ma la proprietà è tramandata dal 1887), era una ragazzina, mentre Arianna si era già avventurata con Massimo Dal Lago in Valle dell’Agno con l’azienda Masari, producendo vini altrettanto caratterizzati (buon sangue, come si dice, non mente).

Dunque, il trebbiano di Suavia, pardon di Soave: vitigno complementare della garganega e un po’ dimenticato. È quello che dice Meri in una sala della Locanda alla Scala, in via dell’Orso a Milano, zona Brera. «È una varietà che è stata abbandonata a favore della garganega, più produttiva e meno bisognosa di trattamenti e cure. Il trebbiano di Soave è invece più delicato, matura due settimane prima, ha un grappolo più compatto che può avere dei problemi con le muffe. È stato relegato in una nicchia dell’alta collina».

«Nessuno aveva mai scommesso su questa varietà, vinificandola in purezza», continua Valentina. «Abbiamo ottenuto dei cloni provenienti dalle vigne più vecchie di trebbiano, selezionate geneticamente grazie alla collaborazione con un’équipe dell’Università di Milano guidata dal prof. Attilio Scienza».

La rivoluzione del Massi Fitti nasce nel 2008 con 2000 bottiglie: oggi sono 20.000 da sei ettari complessivi sparsi su più vigne dai suoli a matrice vulcanica. Il vino vene vinificato in acciaio: fermentazione spontanea e maturazione per 15 mesi sui lieviti, cui si aggiunge un anno di affinamento in bottiglia.

Il 2019 ha colore paglierino limpido, naso arioso, sottile, penetrante, ancora embrionale, di promettente luce futura. Il sorso ha pienezza, compattezza, eleganza, con un sapore sottocutaneo di nocciola che si allunga lentamente.

Il 2018, l’annata del decennale, è anche la prima a essere chiusa, vivaddio, con il tappo a vite, al quale non si può che augurare un futuro sempre più capillare, e non solo per i vini bianchi. Il colore è speculare al precedente, il naso, più aperto, offre sentori di mandorla sbucciata, di scorza d’agrume, di erbe fragranti, di elementi minerali emergenti. La bocca ha polpa, nitidezza, armonia, allungo saporito d’implacabile crescendo, con finale di tensione salivare.

Il 2015 (alcune annate, per un inconveniente dell’ultima ora, non sono arrivate a destinazione, causando qualche salto nella verticale) ha colore paglierino intenso e definito, profumi spiccatamente floreali (quella sensazione di giglio che spesso si sente anche nella garganega e che è il portato sensoriale del basalto locale), bocca succoso-floreale, sviluppo teso, efficace tratto sapido, persistenza decisa.

Il 2014, in formato magnum, presenta un intenso colore dorato, quasi un giallo “canarino” che rivela maturità. L’evoluzione del naso offre fragranze floreali, note di camomilla, sentori di agrume candito in scorza. La bocca ha un tatto succoso-decadente, esprime affascinanti elementi mentolati, note minerali, un incedere di tensioni e chiaroscuri, un finale che si ricompatta e recupera sapore. Fascinoso.

Il 2013 ha un colore paglierino leggero, limpido, assai brillante, che segna un sensibile stacco cromatico rispetto al 2014 (merito anche di un’annata più equilibrata, dinamica e tardiva nella raccolta). Il naso è un sussurro gentile, sfumato e penetrante di elementi agrumati e minerali. Il sorso è succoso, tonico, contrastato, brillante, di notevole allungo gustativo: che nocciola, che ariosità, che persistenza!

Il 2011 presenta un colore paglierino intenso e brillante, e sfoggia un naso vibrante ancora in riduzione minerale. La bocca conquista per succosità, contrasto, sapore, allungo. Un fiorire d’intriganti sensazioni.

Il 2009 ha colore intenso, registro minerale e avvolgente, scorze fresche d’agrume, limpidezza gustativa, ritmo sapido, persistenza ariosa, tenace, infiltrante.

Il 2008, infine, prima annata prodotta, assume la forma di un prisma: il colore è sfumato e brillante, l’olfatto dinamico e cangiante, dove si alternano i fiori, il fumé basaltico, l’idrocarburo, la nocciola, l’agrume, la menta. La bocca è vivida di succo, balsamica-fresca, minerale-elegante. Una veste luminosa e sfumata che testimonia il carattere, l’eclettismo e la longevità di questo vino-vitigno.

___§___

Contributi fotografici dell’autore

Massimo Zanichelli

Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

Previous articleUn nuovo rosato laziale: la conferma della conferma
Next article30/9-3/10 a Viterbo il primo salone dell’enogastronomia laziale
Milanese di nascita, apolide per formazione, voleva diventare uno storico dell’arte (si è laureato con una tesi sull’anticlassicismo pittorico rinascimentale), ma il virus del vino contratto più di una ventina d’anni fa tra Piemonte e Toscana lo ha convertito ad un’altra causa, quella del wine writer, del degustatore professionista e del documentarista del vino. Ha firmato la guida I Vini d’Italia dell’Espresso fin dalla sua nascita (2002-2016) e la rubrica sul vino del settimanale l’Espresso per molti anni. Ha curato le pubblicazioni di Go Wine, ha scritto per le riviste «Ex Vinis», «Grand Gourmet» e «Mood», redatto il Nuovo repertorio Veronelli dei vini italiani (2005) e I grandi cru del Soave (2008). Di recente ha pubblicato “Effervescenze. Storie e interpreti di vini vivi” (Bietti, 2017) e ” Il grande libro dei vini dolci italiani” (Giunti, 2018). Tra i suoi documentari: Sinfonia tra cielo e terra. Un viaggio tra i vini del Veneto (2013), F for Franciacorta (2015), Generazione Barolo – Oddero Story (2016), Il volto di Milano (2016), Nel nome del Dogliani (2017).

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here