Fatta per restare. Verticale di Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali Fratelli Vagnoni

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Attorno alla decisione di produrre, e di continuare a produrre, una Vernaccia di San Gimignano affinata in legno piccolo se ne avvertono di già le insidie. Una decisione, questa, che non sai più se ascrivere ad una visione limpida e consapevole delle cose oppure a mera retroguardia stilistica. Fiumi di parole sono stati versati per esecrare un metodo e le sue conseguenze, così come per osannarlo. Oggi è il tempo degli atteggiamenti finanche preconcetti per sottovalutarne a priori gli esiti. Al pari di ieri, d’altro canto, che in senso opposto gli stessi preconcetti li esaltavano.

Una cosa è certa, ricollocare il rovere (piccolo) nel suo ruolo primario di strumento tecnico di affinamento, “semplicemente” per esplicitare il fascinoso mistero dei processi chimico-fisici che si svolgono all’interno di un ambiente ossidativo (cercando di scansarne gli influssi più evidenti e ostinati),  può non far disperdere il portato di base, ossia l’eloquenza espressiva.

Dipende, in primis, dall’attitudine dei vitigni, se consenzienti o meno alla natura di quel “rapporto”, e poi dalla sensibilità di interpreti, ossia dalla conoscenza dei processi e del loro governo, e pure dalla fortuna di imbattersi in legni buoni.

Ora, la Vernaccia, per quanto già dato a vedere, c’è il caso che da quell’ambiente così divisivo (agli occhi degli oenophiles più schifittosi) possa trarne giovamento. Il suo proverbiale temperamento ha già dimostrato di trovarsi a proprio agio in compagnia del rovere, e di sapersi persino arricchire di sfumature, puntando a stilemi più borgognoni, se vogliamo (e la Borgogna, in certi casi, non è poi così lontana), ma mantenendo saldi i connotati della riconoscibilità: la fibra austera, l’indole terragna, la mandorla, la torba, la sapidità marina“… fino ad acquisire, nei casi più risolti, un signorile portamento. Ovviamente quando tutto gira per il verso giusto, perché uno sguardo oggettivamente laico non può non rintracciarvi insidie, in fatto di omologazione del gusto o appesantimento di beva.

Però l’azienda agricola Vagnoni Fratelli non è nata ieri, ma nel 1955, e la Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali ha già visto passare 27 vendemmie a lei consacrate (1995 la prima annata). Certo è che nacque in un periodo storico assai diverso dall’attuale, dove ad esempio l’affinamento di un bianco in legno piccolo era considerato avanguardia (anche se nel distretto sangimignanese tale pratica ha generato una ridda di opinioni contrastanti). Così, per arrivare fino ad oggi, la nostra ha dovuto confrontarsi con un mercato in evoluzione, con una coscienza critica dei consumatori fattasi più adulta, e con una progressiva tendenza della moderna enologia a spogliare più che ad aggiungere, per recuperare una più intima connessione vitigno-territorio nel segno della trasparenza espressiva e dell’assenza di sovrastrutture. Non senza ragioni, verrebbe da dire, dopo le ubriacature a tratti caricaturali di un passato assai recente.

Mettiamoci pure i cambiamenti climatici in atto, che a queste latitudini e con preoccupante regolarità potrebbero sortire nei vini tenori alcolici non banali, e mettiamoci pure il fatto che tenori alcolici non banali e legni piccoli non è che si traducano così, d’emblée, in matrimoni d’amore. Alla luce di tutte queste considerazioni potremo allora ben renderci conto di quanto un vino come I Mocali  – e con lui i tanti altri nelle sue stesse “condizioni” – abbia dovuto destreggiarsi fra le insidie e le (nuove) consapevolezze portate in dote alla contemporaneità.

Anche per tale motivo la stimolante verticale di cui sono stato omaggiato qualche settimana fa da Antonio Vallario, anima tecnica della cantina, ha costituito una ghiotta occasione per sfatare pregiudizi e guardare all’essenza delle cose, in questo caso proiettati in una realtà a trazione decisamente familiare come quella dei Fratelli Vagnoni, che ti conquista per discrezione, umiltà e passione, e che ti fa star bene dal momento in cui ti accorgi che a contare qui sono gli affetti, la concretezza e l’amore incondizionato per il proprio mestiere di custodi del territorio.

Sette le annate in gioco, a coprire l’ultimo decennio, da cui emergono alcuni punti fermi: intanto, che una vigna vecchia è una vigna vecchia, in barba a chi sostiene che fra vigna vecchia e vigna nuova non vi siano differenze, ma solo suggestioni. Il vigneto da cui provengono le uve ha compiuto 55 anni di età, per dire, e come se non bastasse insiste su quei suoli tufacei/sabbiosi ricchi di fossili che caratterizzano le migliori enclaves sangimignanesi. Che la zona di Pancole poi sia una fra quelle più vocate non lo invento di certo io, lo attestano i fatti. Ah, le altitudini sono ideali, poco sotto i 300 metri, mentre il vino matura in barrique (ma va’?), uscendo sui mercati a circa 3 anni dalla vendemmia.

Un altro spunto emerso dagli assaggi è la percezione di una progressiva misura nel regolare l’apporto del rovere, in corrispondenza delle annate più recenti. E questo, se teniamo in debito conto le circostanze sopra elencate, la dice lunga circa il grado di confidenza raggiunto.

In estrema ed ingenerosa sintesi possiamo quindi chiosare che I Mocali “chiama” complessità, a tal punto che la sua anima potresti non coglierla a un primo fugace incontro: chiede tempo per svelarsi appieno, e il tempo sa come ripagare le attese. Spinto da una inesauribile tensione agrumata, con il peso strutturale ben bilanciato dalla freschezza e da una connaturata sobrietà di passo, nelle versioni più risolte (come la 2016, o la mirabolante 2015, ma non solo) rende davvero l’idea di un vino fatto per restare, inscalfibile nella sua fragranza e nella sua orgogliosa dignità territoriale. Ti vien facile allora realizzare che il potenziale sia enorme, e la statura autoriale. E che di nient’altro si tratti se non di Vernaccia autentica. E questo è.

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Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2020

Cedro, resine boschive, intriganti accenti fumé; c’è tensione, succo, droiture, gioventù. Senti che chiede ancora bottiglia, e senti che ha ragioni da vendere.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2018

Assai più amalgamato rispetto agli assaggi estivi, nei suoi profumi hai il barlume della complessità, fra sottotraccia minerale, agrume, polpa di frutto, miele di acacia e sopportabile spezia del rovere. Al gusto è carnoso e spesso, senza eccessive scodate dolci; i modi sono eleganti, l’incedere sicuro, il futuro dalla sua parte.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2017

Davvero classico, davvero Vernaccia. E’ rigoroso, terragno, sostanzioso, e profuma di cereali, erbe aromatiche, torba e mandorla. Il tratto è cremoso, sapido, balsamico e leggermente tannico, anche se non si concede così facilmente al dialogo. In lui c’è come un velo di introspezione, o una rigidità di tipo caratteriale, ma ti rendi ben presto conto come sia riuscito a controbattere alla grande le insidie di una annata calda.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2016

Saldo, dritto, tenace e nobilmente austero, sa di torba e lieve affumicato, e pare stia solo aspettando il momento giusto per liberare la sua vibratile, sottesa energia e trasformarla in sale. E se al momento fonda la propria espressività su un dialogo interiorizzato e chiaroscurale, è proprio grazie ai non detto che si fa evocazione.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2015

La migliore versione de I Mocali dei ricordi miei: raffinata, ampia, salina, di grande avviluppo e diffusività, possiede una trama bilanciata, profonda, lunghissima, in cui frutto, fiore e spezie si intrecciano in tutt’uno. Un conseguimento raro, che apre alla luminosità dell’inatteso.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2012

L’evoluzione ha portato in dote intensità cromatica e una leggera canditura nel frutto. Ma non manca la nota agrumata, a contrastare. In bocca è grasso, largo, rilassato, pacioso, e sconta un leggero esubero in dolcezza, che alla lunga potrebbe rendere un po’ meno agevole la bevuta.

Vernaccia di San Gimignano Riserva I Mocali 2011

L’annata calda si sente negli strascichi: frutto maturo, dolcezze assortite, tratto morbido e accomodante. A mancargli è la brillantezza dei contrasti, ma l’avvolgente sua carnosità gli rende quantomeno in coerenza, perché per lui è arrivato il momento di non nasconderti più niente della sua matura esplicitezza.

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Degustazione effettuata in azienda nel mese di settembre 2022

FERNANDO PARDINI

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