Il cuore d’Irlanda – Parte 2: Il Whiskey

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Come abbiamo visto nella prima puntata di questo viaggio irlandese, il cuore vibrante di questa nazione è indiscutibilmente verde, ma si tinteggia con facilità dei colori dorati e ambrati, rossi o tenebrosi delle birre. Analogamente c’è anche un cuore che batte nelle distillerie, un cuore antico che sa di storia e tradizione, di evoluzione e affermazione, ma soprattutto di alambicco (pot still).

Nella Repubblica di Irlanda si percepisce un vissuto e un amore per l’Irish whiskey e per le persone che si impegnano per mantenere vive le distillerie … quasi epidermico. E’ una celebrazione edonistica della vita e dello stare insieme, della famiglia e della storia. Le distillerie sono fatte di persone che rispettano l’autenticità e che lavorano avendo la massima considerazione del prodotto finale, un prodotto che li rappresenti come irlandesi in quanto popolo, solidale e genuino, umile e onesto, integro e fiero.

Questa nazione è infatti una eccellenza mondiale di questo distillato, eccellenza che si contende da sempre con la vicina Scozia (per rimanere nel nostro continente) in una disputa sensoriale e di filosofia produttiva, due aspetti peculiari che dettano le enormi differenze tra l’Irish Whiskey e lo Scotch Whisky … dove una “e” fa tutta la differenza del mondo.

Deriva infatti dalla trasposizione letterale della parola gaelica Uisce Beatha (per gli scozzesi Uisge) che significa “acqua viva” o “acqua della vita”. Per il popolo irlandese, infatti, fortemente ancorato a una memoria e a un passato che trasuda di soffocamento da parte dell’impero britannico, distinguersi conservando una frazione fonetica dal gaelico locale rappresenta di fatto un must.

Questo perché gli irlandesi si rispecchiano nel loro whiskey, per la fedeltà che questo distillato trasmette, una fedeltà ai valori della memoria e delle tradizioni, della partecipazione e del sostegno reciproco. Ecco perché qui il whiskey è una cosa seria, un simbolo che rappresenta un’identità precisa, quella di tutti gli irlandesi e della loro affermazione. C’è una visione epicurea in tutto questo, un piacere nei confronti del vivere che si affranca dalle sofferenze, guardando al passato ma con lo sguardo dritto avanti, godendo, perché no, di un buon bicchiere in cui ritrovare se stessi.

Gli ingredienti segnano la prima distinzione (rispetto allo Scotch), perché nel prodotto irlandese è possibile utilizzare anche orzo “semplice” o non maltato, oltre ad una percentuale di cereali come grano, segale, avena o mais.

Altra differenza importante sta nel metodo di torrefazione della materia prima, che avviene in forni chiusi senza quindi l’incidenza dei fumi di “torba”, nonostante l’Irlanda ne sia un grosso produttore e nonostante la stessa venisse storicamente usata anche qui. Ma dagli inizi del secolo scorso si è scelto di evitare questa impronta, salvo rarissime eccezioni, per favorire il gusto del mercato locale, più incline ad apprezzare l’aroma sincero della materia prima, senza la “contaminazione” di quel sentore di terra umida e di torba bruciata, tipico invece degli Scotch.

Ultima differenziazione, ma non meno importante, anzi, secondo me una vera e propria affermazione di stile e identità, è applicata nella distillazione, in grandi alambicchi tradizionali di rame, che per gli irlandesi va ripetuta ben tre volte, sia per ottenere una pulizia aromatica più fine, sia per distinguersi (perché no?) dalla doppia distillazione scozzese.

Il distillato viene quindi ridotto di gradazione (fino al 70%) con acqua purissima e poi si procede alla fase di invecchiamento in botte. Anche questa segue una filosofia peculiare, sfruttando per almeno tre anni botti di rovere usate che conferiscono al prodotto finale un gusto più armonico e delicato. Abbiamo così il tradizionale whiskey d’alambicco (pot still) che, a sua volta opportunamente dosato a miscele di whiskey ottenuti con distillazione industriale, dà vita ai cosiddetti blended whiskey.

Eccoci dunque al taccuino degli appunti, alcuni raccolti in Irlanda fra distillerie, pub e whiskey shops, qualcuno scritto anche al ritorno in patria, aprendo qualche etichetta accuratamente riportata in valigia (alcune mignon). Mi perdonerete qualche vezzo stilistico che è proprio del mio bagaglio soprattutto enologico, quindi un approccio forse poco idoneo all’analisi degli “spirits”, ma ho riscontrato che, al di là dell’iniziale impatto alcolico, le fragranze restano comunque leggibili tra papille e recettori, emozioni e ricordi.

Kilbeggan Irish Whiskey

Lo spostamento dalla costa orientale a quella occidentale, da Dublino verso Galway, una volta passava attraverso Kilbeggan lungo l’attuale R446; noi ci siamo mossi con l’autostrada M6 … ma non potevamo mancare l’uscita per questa città che ospita la storica e omonima distilleria.

Qui si respira in effetti un’atmosfera che sa di passato. La gentilissima ragazza che ci fa da anfitrione parte proprio dai cenni storici e ci mostra in primis la parte più antica dello stabilimento, ormai un museo in cui offrire ai turisti una visione di come la produzione veniva svolta un tempo e narrare una storia lunga e complicata.

Nel 1757 Matthias McManus fonda la prima distilleria, ma già dal 1830 il “Movimento per la Temperanza” induce metà della popolazione ad astenersi dal bere alcol generando una depressione dei consumi. Nel 1878 lo stabilimento viene parzialmente distrutto da un incendio e all’inizio del XX secolo inizia l’era del proibizionismo americano, la distilleria chiude una prima volta e svende le scorte di whiskey.

All’inizio degli anni ’30, con la fine del proibizionismo, riprende la produzione, ma dopo soli vent’anni il peso delle accise costringe ad una seconda chiusura e ad un buio periodo di oblio che ritrova luce solo negli anni ’80, quando la Kilbeggan Preservation and Development Association, costituita dai cittadini di Kilbeggan, con l’aiuto dei fratelli Keoghan e del legname donato dai mulini locali, completano il restauro dell’azienda.

Così la mitica ruota idraulica torna a girare sul Brosna riavviando una produzione che, ripristinando processi tradizionali e antichi alambicchi in rame, ma arricchendosi poi di attrezzature adeguate, ci regala oggi i selezionati whisky della Kilbeggan Distilling Company. Assaggiamo l’etichetta più iconica di questo marchio, un classico blend che incarna perfettamente lo stile Irish: giallo come l’oro, offre profumi di panetteria e un gusto di morbido di caramello con aromi di legno tostato e vaniglia, per un ritorno maltato e aromatico. Posso dirvi che in questo viaggio ho bevuto anche diversi Irish Coffee … ma quello realizzato con questo whiskey mi resta ancora tra le papille e nel cuore.

Jameson

Il Jameson è forse il whiskey irlandese più conosciuto, un brand storico molto presente e forse il più venduto al mondo, che nasce nella contea di Cork, di cui abbiamo parlato qui, e precisamente nella città di Midleton. In realtà a Dublino, non lontano dalla Guinness Storehouse, è presente la Old Distillery, dove tutto è nato secoli fa, chiusa nel 1970 per consentire l’evoluzione nello stabilimento di Midleton, la Distillery Experience, in grado di soddisfare le esigenze produttive in larga scala ormai necessarie. In entrambe le strutture è possibile oggi fruire di tour guidati davvero interessanti e nella permanenza a Dublino ho avuto modo di passare davanti alla cittadella di Bow Street, dove l’ingresso alla Old Distillery è davvero molto intrigante, ma purtroppo non ho avuto tempo di visitarla. Non è mancata però l’occasione di assaggiare un paio di etichette.

Irish Whisky

E’ il volto del whiskey irlandese, un blend di orzo e malto non raffinati che subisce la classica tripla distillazione in Pot Still (grande alambicco in rame) e poi l’invecchiamento da quattro fino a sette anni in botti di rovere di secondo passaggio, dove nel primo avevano maturato Bourbon o Sherry. Colore tradizionalmente dorato e aromi compositi dal timbro floreale e di frutta candita; al palato è fedele e morbido, con note di confettura, frutta secca e vaniglia che accompagnano la deglutizione, da cui tornano sentori di pasticceria, spezie e una scia mielata.

Caskmates IPA Edition

Questa è una versione davvero particolare che mi ha incuriosito, al punto da acquistarne una bottiglia. Nato da un’idea del maestro distillatore di casa David Quinn in collaborazione con il compagno di botte (caskmate) Shane Long, titolare della Franciscan Well Brewery di Cork. L’idea è quella di sottoporre l’Irish Whiskey tradizionale ad un ulteriore affinamento in botti (fornite da Long) in cui ha precedentemente maturato Irish Pale Ale, birra artigianale irlandese particolarmente luppolata, fresca e agrumata, che unisce le note delle India Pale Ale americane con quelle di malto caratteristiche delle English IPA. Il risultato è sorprendente, i profumi sono freschi, su toni erbacei e floreali che si aprono a note vanigliate e sentori di frutta secca. Al palato intriga questo mix di sapori fruttati, pompelmo, mela acerba e pera, che si uniscono a fragranze di tostatura, di nocciola, di luppolo e zenzero, per una lunghezza gustativa morbida e accattivante.

Cooper’s Croze

Alla modica cifra di 15€ per uno “shottino”, questa versione onora il maestro bottaio Ger Buckley, sfruttando al massimo la diversità delle botti utilizzate e l’influenza del legno di rovere, viene infatti aggiunta una percentuale di botti di primo passaggio nell’invecchiamento, di cui non viene dichiarata la durata. Al naso offre un aroma vanigliato con sentori floreali, mentre all’assaggio rivela sapori fruttati che richiamano la pera, poi note di frutta secca e tabacco con un ricco patrimonio di riverberi speziati di chiara estrazione da rovere.

Connemara Peated Single Malt 12 years

Partiamo da un presupposto, anzi due, quasi tre: primo, non amo i torbati; secondo, nonostante una antica tradizione non è usanza irlandese affumicare con la torba, in fase di torrefazione, la materia prima; terzo, non è neanche usuale trovare dei single malt. Ci troviamo quindi di fronte a un unicum, che ho provato nella versione invecchiata 12 anni e che già al naso rapisce trasportandoci nella brughiera irlandese, con le sue note vegetali miste all’aroma di torba fresca, un respiro che sa di passeggiata in un bosco di querce, dove l’aria è intrisa di aromi legnosi e terrosi e in cui veleggiano sentori di vaniglia e miele. Al palato è un viaggio simile ma più avventuroso, il velo fumé accompagna fragranze agrumate di tamarindo e spezie pungenti contrapposte a un intrigo di mela verde e un fondo di radice di liquirizia. Questo è l’unico torbato attualmente presente nella mia dispensa bar, porta il marchio Kilbeggan, dove l’ho acquistato, ma gli annali riportano che sia prodotto dalla Cooley Distillery … ma tanto ormai è tutto sotto l’egida della giapponese Suntory.

Tullamore D.E.W.

Ci troviamo ancora nel cuore d’Irlanda, questo cuore che ricorre tanto, nella Contea di Offaly, stessa uscita di Kilbeggan, basta allungarsi per 15 km verso sud e si arriva a Tullamore (da Tulach Mhór che significa “grande collina”). La storia inizia nel 1829, quando Michael Molloy aprì la prima distilleria, dopo qualche passaggio di proprietà si arrivò a Daniel Edmund Williams (DEW) che fu un personaggio importante e innovativo, ma il racconto prosegue poi con gli alti e bassi che accomunano molte se non tutte le distillerie irlandesi, sottoposte a vicissitudini storiche comuni con analoghe ripercussioni sul mercato e sulle produzioni. Quello che spicca è l’orgoglio di una connessione con la città e con la sua gente; a Tullamore tutti si conoscono, non puoi fingere di essere qualcosa che non sei e questo si riflette in un prodotto che è rappresentativo di questa identità.

Original Irish Whiskey

Eccoci agli assaggi, partendo proprio dall’etichetta più iconica della casa, un prodotto tradizionale per cui il numero magico è il 3. Viene infatti realizzato dalla miscela di tre whiskey (di malto, di cereali e single grain), da tre cereali diversi, con tripla distillazione e tripla maturazione in botti ex bourbon e sherry. Ne scaturisce un distillato che racchiude le fragranze dolci del whiskey di cereali, il fruttato del whiskey di malto e la speziatura del pot still whiskey, in un’armonia gustativa invidiabile. Un gusto cristallino come le acque purissime della sorgente di Clonwood usata per la produzione e profondo come la storia che si respira dopo ogni sorso, un sorso che sa di albicocca, di vaniglia, di miele e di spezie come la noce moscata.

XO Caribbean Rum Cask Finish

Non potevo non provare questa versione affinata in botti di rum XO Demerara, omaggio al ruolo degli immigrati irlandesi nello sviluppo del rum nei Caraibi nel XVII secolo, cuore irlandese e anima caraibica. Questo whiskey si caratterizza per le sue note di caramello, datteri, uva passa e un leggero sentore di banana, che conferiscono al profilo aromatico un timbro fruttato e tropicale che si riscontra sia al naso che al palato.

Redbreast

Ecco un altro prodotto del grande stabilimento di Midleton (contea di Cork) e appartenente all’Irish Distillers Group (già incrociato con Jameson). Questo marchio è diventato un simbolo del Single Pot Still e ogni bottiglia è il risultato di una perfetta padronanza del tradizionale sistema di produzione irish. Un mash di orzo maltato e non, tripla distillazione in grandi alambicchi discontinui di rame e infine classico affinamento in botti ex-sherry e ex-bourbon, la cui durata distingue principalmente le etichette, salvo edizioni speciali. Devo ammettere che le cifre per acquistare più etichette erano fuori portata, ma con il costo di una singola bottiglia ho potuto comprare una amabile confezione di mignon che è rivelata una scelta assolutamente valida al fine di portare a casa un confronto di qualità altrimenti molto oneroso se realizzato singoli shot dalle bottiglie standard.

Single Pot Still Irish Whiskey – 12 years old

Questa è la versione più diffusa, che riposa 12 anni in botti ex sherry rigorosamente di tipo “Oloroso”, quindi più ricco e strutturato rispetto alle versioni più delicate come “manzanilla” o “fino”, una scelta precisa anche rispetto alle versioni più strong come la “cream” o la “PX” (credo mai usate). Dopo questi dodici anni il whiskey risulta piuttosto morbido e presenta note fruttate di pesca con riverberi di frutta secca e tabacco, per un gusto morbido ed equilibrato.

Single Pot Still Irish Whiskey – 15 years old

Tre anni più e sentirli tutti, direi. Questa versione si distingue per un sapore più elegante e complesso, con un fruttato più orientato alla bacca nera, come il ribes, ma anche sentori di nocciola e tostatura, per un gusto più succulento e sofisticato.

Single Pot Still Irish Whiskey – Lustau Edition

Questo prodotto nasce da una collaborazione unica tra la Bodegas Lustau (storico produttore iberico) e Redbreast, laddove una percentuale del whiskey invecchiato 12 anni termina il suo affinamento con un ulteriore anno passato in botti di primo riempimento di sherry oloroso della prestigiosa bodegas di Jerez. Il risultato è uno stile più raffinato, con una complessità ancora più ricca di sfumature e un gusto delicatamente ghiotto che sa di frutta carnosa e torrefazione, di sottobosco e polpa, di speziature e oli aromatici.

Midleton Barry Crocket Legacy Irish Whiskey 46%

Questa etichetta è una vera e propria pietra angolare dei distillati irlandesi, considerate che la confezione di mignon in cui l’ho acquisita (confezione da quattro) ha sfiorato i 100€. Parliamo di un whiskey vincitore del Master all’Irish Whiskey Masters sia nel 2021 che nel 2022 e creato per commemorare la carriera dell’omonimo mastro distillatore ritiratosi nel 2013 dopo 47 anni di pot stills. Lo stesso Barry ha contribuito a progettare l’alambicco usato per questa distillazione, un pezzo unico e ritenuto fra i migliori, con elementi pot still opportunamente studiati. Il distillato è per lo più maturato in botti ex bourbon di primo riempimento, con una piccola quantità che viene invece insolitamente destinata a botti nuove di rovere americano. Non esiste alcuna indicazione sull’età, ma parte del whisky utilizzato è molto vecchio (circa 25 anni). Ha profumi soffici che richiamano il miele e la panetteria, con sfumature floreali e un velo dolciastro, caramellato. In bocca il registro è simile, ma più complesso e con una maggiore verve gustativa. Il fruttato si arricchisce di agrumi e la componente aromatica accoglie sfumature di cacao, pepe fresco, tostatura e cannella.

Powers  Barry Crocket Legacy Irish Whiskey 46%

Altro prodotto pluridecorato ai concorsi Master, realizzato sempre allo stabilimento Midleton in pot stills, che prende il nome dalla scomparsa distilleria Powers, utilizza metodi classici di produzione e affinamento ancora in botti ex-bourbon ed ex-sherry oloroso. La differenza la fanno sempre i dettagli, la composizione dei cereali e del malto, qualche mese in più o in meno nelle botti (più in ex-bourbon e meno in ex.sherry) e le percentuali di assemblaggio. Al naso è piacevole, fruttato ed aromatico, con un allungo speziato prima tenue e poi più incisivo finanche officinale. Al palato è bello carico, dà una bella gomitata alle papille per poi carezzarle con fragranze più docili che ricordano il mou, il malto biscottato, datteri e cioccolato. Il sorso restituisce però di nuovo quella robusta e inebriante scossa aromatica con tracce iodate, quasi officinali, con un ricordo di vernice e zenzero.

 

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Riccardo Brandi

Riccardo Brandi (brandi@acquabuona.it), romano, laureato in Scienze della Comunicazione, affronta con rigore un lavoro votato ai calcoli ed alla tecnologia avanzata nel mondo della comunicazione. Valvola di sfogo a tanta austerità sono le emozioni che trae dalla passione per il vino di qualità e da ogni aspetto del mondo enogastronomico. Ha frequentato corsi di degustazione (AIS), di abbinamento (vino/cibo), di approfondimento (sigari e distillati) e gastronomia (Gambero Rosso). Enoturista e gourmet a tutto campo, oggi ha un credo profondo: degustare, scrivere e condividere esperienze sensoriali.

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