La voce del vino

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Non è la prima volta che scrivo in una forma apparentemente anti-monelliana, anti-soldatiana, anti-veronelliana, rendendomi quindi subito anti-patico. Lo faccio perché sicuro della mia granitica stima nella sacra trinità del vino italiano. Un’ammirazione vera, non di facciata.
Penso però che non si possa stimare un critico se non criticamente, cioè non prendendo ogni sua posizione per sempre e comunque priva di lati d’ombra.
Un’amica mi dice: “se mi riesce (perché siamo assediati da fiumi di informazioni) vado al cinema senza aver letto nulla sul film. Né su chi lo ha diretto, né sugli attori, né tantomeno sulla trama. Voglio entrarci dal primo fotogramma senza aspettative né pregiudizi”.

Al netto delle differenze tra contesti espressivi poco paragonabili, a me non dispiace per niente bere un vino del quale non so nulla in partenza. L’imponente dispositivo critico di Monelli e poi Soldati e poi Veronelli sulla centralità della conoscenza diretta dei luoghi e delle persone – che ho introiettato come paradigma ineludibile – per anni è stato lì dentro al petto, a farmi avvertire un’increspatura, un’inquietudine imbarazzata a ogni assaggio anonimo.

Oggi non è più così. Non provo alcun disagio se decido di bere e valutare un vino del quale non conosco la terra e nemmeno l’artefice.
Senza nome, senza patria, senza storia, un vino non è più un vino, ma un fantasma vuoto, un liquido alcolico insignificante: una convinzione bella, poetica, evocativa, soprattutto davvero efficace nella difesa della nostra identità più profonda nel 90% dei casi. Nel 99% dei casi, anzi: va bene?

Ma non nel 100% dei casi. Questo no. Credo che un vino, un buon vino, abbia risorse comunicative ben più grandi di quanto non immaginiamo. La sua è un’eloquenza muta, ma non per questo meno potente. Se si sta in suo ascolto – come dice Lalou Bize Leroy, che sottolinea come il verbo “degustare” in giapponese equivalga proprio ad “ascoltare” – si possono cogliere molti aspetti non marginali, forse addirittura decisivi.

In altre parole, non è un’abdicazione al “primato della degustazione” se si concede a un vino un’attenzione esclusiva, come opera che ha vita propria e autonomia individuale, oltre a essere al centro di un reticolo di collegamenti con il suo territorio, con il suo autore, con la comunità che lo beve. Perché un conto è assaggiare in catena di montaggio, come affettare quarti di bue, un altro è concentrarsi su un singolo vino per sentire cosa dice. Cosa dice lui, lui solo.

A me è capitato proprio poche sere fa. In trattoria con Maurizio Gily, che era passato da Roma, abbiamo trovato al tavolo accanto un amico fraterno e sodale storico, Giampaolo Gravina, che stava con tutta la famiglia.
Provate questo bianco”, ci ha proposto. L’ho annusato, l’ho assaggiato, l’ho bevuto con curiosità. Era molto buono. Non ci ho tenuto a sapere chi lo facesse, dove lo facesse, come lo facesse. Il vino mi parlava con accento siculo per i ricordi di erbe dell’orto (Monelli) e altri vaghi accenti aromatici che non saprei giustificare come rimandi all’isola; con al palato una freschezza e una dinamica quasi etnee. Mi sono immerso a pensarci: non per il divertente ma vacuo gioco di indovinarne la provenienza, ma proprio per sentire la sua singola e propria voce.

Alla fine si trattava del , un ottimo Catarratto di Gaetano di Carlo, viticoltore di Corleone (nel palermitano), quindi ben lontano dalle plaghe del vulcano Etna. Non mi ha importato: non dovevo fare deduzioni esatte. Non dovevo proprio fare deduzioni. Volevo soltanto berlo.

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Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

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