A margine del Vinitaly, qualche riflessione sul vino dealcolato

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Tanto per cambiare, il mio Vinitaly edizione 2024 è stato piuttosto convulso. Degustazioni da tenere, numerosi graditi inviti da produttori di vini e denominazioni non a sufficienza praticate dal sottoscritto, con conseguenti più o meno gradite sorprese, seminari di approfondimento cui partecipare, un po’ di public relations, e via a seguire. Tutto questo per dire che non ho avuto tempo di approfondire, a parte qualche estemporanea esperienza, le tematiche maggiormente sulla cresta dell’onda, sulla stampa specializzata e non solo. Leggasi vini dealcolati, crisi di mercato, perdita di appeal dei vini rossi, azioni da intraprendere per (ri)educare la Generazione Z al consumo del vino, ecc.

Il che non vuol dire che non mi sia fatto delle idee in proposito. In primis, chi ha assaggiato vini dealcolati mi assicura che la qualità permane discutibile (eufemismo), a parte qualche referenza dotata di bollicine. Non ho avuto occasione di toccare con mano, ma dal mio punto di vista, se questi prodotti hanno un mercato io non ci vedo niente di male, soprattutto in tempi in cui i prezzi dell’uva sono ai minimi termini e le cantine sono piene di troppo invenduto. Tanto più che i paesi produttori già estesamente cavalcano il nuovo trend, e le relative opportunità commerciali si riducono di conseguenza, ma non è purtroppo una novità che le istituzioni del Bel Paese non siano tra le più reattive in termini di aggiornamenti normativi.

Ma se pure può essere opportuno sdoganare questi prodotti, diverso mi sembra inserire il termine “vino” nella loro indicazione. Il vino è a prescindere il prodotto di una fermentazione alcolica, spontanea o meno, e ha bisogno che ne venga ribadita l’unicità tipologica, con l’alcool come ingrediente fondamentale di un equilibrio gustativo e anche di una cultura millenaria. Che non vuol dire ebbrezza, bensì consuetudini radicate nella storia da cui non si può prescindere nell’analizzare dal punto di vista antropologico quei popoli della cui quotidianità il vino ha sempre fatto parte. Corre pertanto l‘obbligo di evitare di confondere millenni di storicità con il prodotto di tecnologie alimentari quanto mai sofisticate.

E questo è un altro fatto curioso: il recente furore (degno di miglior causa) salutista e neo-probizionista (per la serie “facciamo di tutt’erba un fascio”) sembra tollerare i “vini” (sic) dealcolati nel contesto di uno stile di vita più sano e “naturale”, per la loro stessa natura di assenza di alcool (ma attenti agli zuccheri)! Tutto apparentemente coerente, ma trovo singolare che alcuni paladini della salubrità scientemente dimentichino che i procedimenti per ottenere queste bevande necessitano di dovizia di sbrilluccicanti macchinari enologici, e che difficilmente gli addetti di cantina indossano sandali da francescano…

Appunto, neo-probizionismo, con la conseguenza del prossimo venturo (dalla vendemmia 2025, e già adesso per gli spumanti non millesimati) obbligo comunitario di indicazione in etichetta di composizione del prodotto vino, presenza di additivi vari ed eventuali, ecc. Caso topico di spudorato terrorismo mediatico, e del non troppo velato tentativo di più di un paese UE di criminalizzare il consumo del nettare di Bacco a favore delle bevande di più locale tradizione (vero, Irlanda e Belgio?).

Fermo restando che le immagini di polmoni devastati sui pacchetti di sigarette non è che abbiano ridotto il tabagismo più che tanto, il timore è che chi di consueto acquista vino lo percepisca di bel nuovo come edulcorato, quando invece il contenuto delle bottiglie è rimasto assolutamente il medesimo: come dire un implicito cenno alla possibilità di sofisticazione del prodotto alimentare in realtà più controllato che ci sia in circolazione. E senza niente che spieghi come la ridotta lista di “ingredienti” di cui si faranno vanto i produttori di vini “naturali” (con tutto il rispetto per chi persegue questa filosofia con coscienza e godibili risultati) a priori non implica una maggiore salubrità, ma potenzialmente tutto il contrario (in quanti mi toglieranno il saluto per questo assunto?). Ovvero, non è solo questione di “quantità” di sostanze presenti all’appello, bensì dei loro effetti ed interazioni. E in generale i consumatori non avranno la voglia né il tempo di studiare un trattato di chimica enologica per decifrare le informazioni dei qr codes.

Con la speranza che non intervenga nel frattempo altro estemporaneo e schizofrenico ripensamento normativo comunitario IMPRESCINDIBILE, del tipo (cito a memoria): non è sufficiente la lettera “i” come simbolo universale di “informazioni” a latere dei qr codes in etichetta, bensì il termine deve essere scritto PER ESTESO. Con buona pace di tutte le aziende che sono state costrette a sostituire etichette già pronte (e pagate…) in corso d’opera, e meno male che l’obbligo è stato posticipato ai prodotti della prossima vendemmia.

Mi ripromettevo di dire la mia anche in merito alla disaffezione giovanile al consumo di vino. Essendomi dilungato, i miei 4 lettori non se ne avranno a male se dedicherò all’argomento un altro elzeviro. Che per forza di cose non potrà essere esaustivo, ma mi auguro potrà approfondire un aspetto a mio giudizio di un certo interesse. Prossimamente, su questi schermi.

Riccardo Margheri

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa. Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana. Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.

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