La riscossa di Bordeaux continua

0
318

Il recente seminario in quattro incontri che ho tenuto per l’Accademia Treccani a Roma sul vino di Bordeaux ha confermato che la celebre macroregione è in grande crescita qualitativa. O meglio, in grande recupero della sua migliore tradizione storica. Il periodo della parkerizzazione, con i suoi vini eccessivi, fuori misura – e talvolta il suo circo Barnum di vini mostruosi, sfigurati da concentrazioni folli e da insopportabili strati di aromi legnosi – è ormai in buona parte alle spalle. Resiste, come gli ultimi soldati nipponici dispersi nelle foreste tropicali, una sacca di rossi ancora piuttosto dimostrativi. Ma sembra ormai una minoranza. Le turbotecniche agronomiche ed enologiche, un tempo disinvolte e aggressive verso l’ambiente, cedono il passo alla policoltura, alla ricerca della biodiversità, alle visioniolistiche”, alla biodinamica, e a quant’altro sia o suoni modernamente ecologico. Parallelamente i vini si spogliano degli abiti imbottiti anni ’80 e si mostrano con crescente naturalezza, sciolti e flessuosi. La situazione appare quindi eccellente per l’enofilo abbastanza curioso e astuto da scrollarsi di dosso il pregiudizio sui vini bordolesi “tutti uguali”, “noiosi”, “industriali”. Con degli inevitabili bemolle, certo. Bordeaux non è solo i cru classé, i cru bourgeois, e il drappello di Château che hanno saputo farsi conoscere anche se non coperti da un titolo di merito classificatorio o da qualche appellation famosa. Bordeaux è anche e soprattutto una distesa di vigne impressionante, un bacino produttivo dove centinaia di piccole e medie aziende sgomitano per raggiungere un minimo riscontro commerciale e quindi la sopravvivenza. E difatti in questo senso la situazione è chiaroscurale: al crescente miglioramento stilistico del “grande Bordeaux” fa da contrappeso una massa di vini che non si riesce proprio a vendere. Tant’è che recentemente lo stato francese ha permesso l’estirpazione di oltre diecimila ettari di vigneti. Ma, forse ingenerosamente, l’attenzione dei bevitori deve concentrarsi sugli elementi vitali, su ciò che funziona. Sul piano personale il suddetto corso mi ha fatto apprezzare la scoperta di diversi Château poco o per nulla noti, almeno qui in Italia. Trascrivo di seguito le note sintetiche di un paio dei nomi più convincenti (ed economici).

Château Joanin Bécot 2020
Merlot 80%, cabernet franc 20%

Fuori da qualunque sottozona famosa,  Joanin Bécot è sotto l’ombrello dell’appellation Castillon-Côtes de Bordeaux, a poca distanza dalla ben più mediatizzata Saint-Émilion. I suoi magri registri storici sono rimasti nell’anonimato fino a quando nel 2001 la proprietà è stata rilevata da uno Château ben più famoso, quel Beau Séjour-Becot che il sopracitato Parker portò a suo tempo agli onori delle cronache con punteggi fuori scala (tipo 115, 118 centesimi). La squadra tecnica è la stessa, guidata dalla mano sensibile dell’enologa Juliette Bécot. Il 2020 ha seducenti profumi di tartufo –il che è obiettivamente curioso en vin jeune – e un gusto ampio, avvolgente, pieno di succo, dai tannini di buona finezza. Il finale, più caldo, mostra un lieve e non fastidioso timbro alcolico.

Château La Fleur de Boüard 2019
Merlot 85%, cabernet franc 10%, cabernet sauvignon 5%.

Simmetricamente al precedente, a) viene da una denominazione cosiddetta minore, Lalande de Pomerol; b) non è tra gli Château di cui si parla; e c) è la proprietà poco conosciuta di uno Château ben più noto. Lalande de Pomerol confina con Pomerol stesso, e quindi con nomi augusti, a cominciare da Pétrus. La Fleur De Boüard è nei fatti la creazione di Hubert De Boüard, titolare del grande Château Angelus, un nome tanto famoso da essere finito nel “glamour” internazionale: la sua etichetta con il profilo di una campana è tra gli sponsor dei film di James Bond. Negli ultimi decenni De Boüard ha curato amorevolmente le sorti viticole ed enologiche di questo Lafleur, e oggi è un vino disegnato in bello stile, ampio, luminoso, ritmato, piacevolissimamente fresco e balsamico in chiusura.

___§___

Fabio Rizzari

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

Previous articleErste+Neue: un nuovo stile per la cantina del Lago di Caldaro
Next article16-17/6 a Sorano (GR): ciliegioli d’Italia
Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato, come redattore ed editorialista, presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen. Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here