Taste Alto Piemonte 2024: i quarantanove colpi

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Siamo giunti ormai alla settima edizione di Taste Alto Piemonte. La rassegna enoica, nata nel 2017, ha saltato soltanto un millesimo causa Covid-19. La manifestazione, tenutasi dall’11 al 13 maggio (c.a.) – presso le sale del Castello Visconteo Sforzesco di Novara – anno dopo anno è cresciuta sempre più. Sento di poterlo asserire con cognizione di causa, poiché risiedendo a Novara ho avuto il piacere di presenziare a tutte le edizioni. Il nebbiolo, re dei vitigni piemontesi – denominato spanna tra queste colline vulcaniche e moreniche – non disdegna la buona compagnia. Al suo fianco troviamo: uva rara, barbera, vespolina, croatina e greco novarese; cultivar autoctone in grado di caratterizzare notevolmente la viticultura della provincia di Novara, Biella, Verbano-Cusio-Ossola e Vercelli. Stando ai dati del 2020 si contano 412 ettari di nebbiolo (l’uva principale) in questo particolare lembo di terra piemontese.

Le colline dell’Alto Piemonte sono divise in due dal fiume Sesia e protette dalle possenti braccia del Monte Rosa, vetta dal profilo himalayano dunque icona indiscussa del territorio. Sono caratterizzate da terreni in parte morenici, soprattutto nel versante novarese e nell’Ossola, vulcanici nel vercellese e nell’area di Boca (NO), altresì ricchi di sabbie plioceniche in alcune sponde biellesi. Il valore aggiunto, da queste parti, è dato dal fatto che a distanza di pochi chilometri è possibile degustare vini completamente diversi. Lo stesso accade in tutte le migliori zone vitate al mondo.

L’areale vitivinicolo in questione non è più soltanto una curiosità enologica per gli amanti del buon vino piemontese. Da circa 15-20 anni, ancor più a mio avviso negli ultimi dieci, è diventato un territorio degno di rispetto e capace di sorprendere i mercati nazionali ed esteri. Il merito va attribuito ai produttori che, anno dopo anno – con caparbietà e impegno – sono riusciti ad innalzare il livello dei vini raggiungendo una fascia qualitativa medio alta. La differenza, inoltre, l’hanno fatta tutta una serie di realtà emergenti che sono andate ad affiancarsi a quelle storiche – e dunque già affermate – che sin dagli esordi hanno illustrato, attraverso i vini, il potenziale enoico dell’Alto Piemonte. Il Consorzio omonimo, inoltre, è riuscito a sdoganare peculiarità di vini quali Ghemme, Sizzano, Fara, Boca, Gattinara, Bramaterra, Lessona, Valli Ossolane, Colline Novaresi e Coste della Sesia mediante svariate rassegne itineranti, in Italia e all’estero.

L’Alto Piemonte ha la viticoltura nel DNA, la vite alberga tra queste colline sin dalla notte dei tempi. Il vino da queste parti è sempre stato un veicolatore di grandi emozioni: fonte di verità e di energia per il duro lavoro nei campi, bevanda immancabile ad ogni pasto del quotidiano, “oggetto del desiderio” in tutte quelle circostanze dove far festa. Alludo alla cosiddetta bottiglia delle grandi occasioni. In quegli anni era possibile ammirare un vero e proprio mosaico di vigneti tra i più grandi del Bel paese. Sto parlando di un’epoca antecedente allo sviluppo industriale, l’avvento delle fabbriche ha fatto sì che le aree vitate pian piano andassero a morire, il bosco – e da queste parti non manca mai – pian piano si è ripreso gran parte dei filari. Oggi stiamo assistendo ad un lento recupero, e la cosa – essendo nato e cresciuto a Novara – non può che farmi piacere. Apprezzo soprattutto i giovani vignaioli che hanno scelto di tornare alle proprie origini, rilevare vigneti storici di famiglia e farne la propria professione con coraggio, un pizzico di sana follia e soprattutto determinazione.

La rassegna come ogni anno è stata organizzata dal Consorzio Tutela Nebbioli Alto Piemonte, con il patrocinio del Comune di Novara e il sostegno della Regione Piemonte.

Considerando il fatto che la strada da percorrere è piuttosto lunga, veniamo subito ai quarantanove assaggi che ho avuto il piacere di effettuare in sala stampa, divisi per denominazione. Ringrazio i sommelier AIS che si sono distinti per il servizio impeccabile.

Colline Novaresi

Colline Novaresi Bianco Costa di Sera dei Tabacchei 2023 – Riccardo Rinaldi. Scorza di agrume, mela Granny Smith e un’eco salmastra carismatica. “Voluttoso”, slanciato e al contempo ricco di materia sapida; soprattutto in questo particolare millesimo. Da attendere ancora qualche mese.

Colline Novaresi Bianco 2022 – Cantina la Smeralda. Respiro alquanto vegetale unito ad un frutto pieno che sa di kiwi, in tandem al calcare e allo smalto. Medio impatto, idem la persistenza, tecnicamente ineccepibile. Annata davvero complicata per i bianchi.

Colline Novaresi Rosato 2023 Roshé – Enrico Crola. Fragolina di bosco, muschio bianco e suggestioni di cosmesi. Buon equilibrio e tensione acida che impressiona, in chiusura cambia registro e coccola il palato. Vino per l’estate.

Colline Novaresi Nebbiolo Trama 2022 – I Dof Mati. Cereali tostati, note vegetali (riconducono in parte al raspo) e di colpo una dolcezza da cosmesi e lampone. Salmastro, dotato di un tannino di buona fattura, il finale ammicca a un che di balsamico. Lungo.

Colline Novaresi Nebbiolo Il Sorno 2020 – Cantine Cogo. Naso sanguigno, alludo ai toni fruttati (di bosco) maturi, pomodoro secco financo un ricordo di macchia mediterranea. Freschezza invidiabile, il tannino è ancora piuttosto slegato. Da riassaggiare il prossimo anno.

Colline Novaresi Nebbiolo Opera 32 2019 – La Cappuccina. Impressiona soprattutto la purezza dei toni fruttati estivi. Alludo ad un mix di pesca, melagrana e albicocca matura (e stiamo parlando di nebbiolo) uniti ad una traccia ferrosa-ematica. Tannino ricamato a mano, vitalità, spina dorsale e tanto succo. Buonissimo.

Colline Novaresi Nebbiolo Valentina 2018 – Il Roccolo di Mezzomerico. Naso “baroleggiante”: amarena matura, incenso, grafite e anice stellato. Peso medio, pur tuttavia è un Nebbiolo ricco di profondità e tanto sale. Accomodante.

Colline Novaresi Vespolina Ardita 2022 – Damiano Cavallini. Tra il balsamico e i toni boschivi, continui rimandi territoriali e un accento di liquirizia; il pepe nero è appena sussurrato. Senza ombra di dubbio la miglior Vespolina prodotta da Damiano fino ad ora. Goloso da matti.

Coste della Sesia

Coste della Sesia Nebbiolo Vallelonga 2021 – Fabio Zambolin. Rosa canina, fragolina di bosco, financo pesca matura e un afflato di salsedine; naso incantevole. Bel succo, trama tannica ricamata a mano, non certo un gigante – i vini di Fabio non lo sono mai – ed infatti lo amo per questo. Da bere a “secchiate”.

Coste della Sesia Nebbiolo Il Castellengo 2015 – Centovigne. Erbe officinali da grande amaro alpino, e una particolare contrapposizione olfattiva incentrata su frutti dolci estivi, pesca matura in primis; terriccio bagnato in chiusura. Grande slancio, vigoria e al contempo rotondità. Chiude pulito, fresco e arioso nonostante l’annata calda e i 10 anni, quasi, dalla vendemmia. Compiuto.

Coste della Sesia Rosso Vecchi Vigneti 2019 – La Palazzina. Tra il dolce della ciliegia matura ed effluvi minerali di pietra calda al sole; il finale è appannaggio del rabarbaro e della viola macerata. Danza in punta di piedi regalando un sorso di grande profondità e freschezza. Higlander.

Valli Ossolane

Valli Ossolane Nebbiolo Superiore Prunent Diecibrente 2020 – Cantine Garrone. Frutti di bosco maturi ed erbe alpine, incidenza del legno ancora marcata. Rotondo, curve sinuose e un finale piuttosto accomodante. Da riassaggiare nei prossimi anni, deve assestarsi a mio avviso.

Valli Ossolane Nebbiolo Superiore Prunent 2020 – La Cantina di Tappia. Inizialmente un po’ scontroso, trascorsi 3-4 minuti squaderna ricordi legati al frutto scuro, alla genziana e al timo. Peso medio, freschezza in linea con la sapidità, latita forse un pelo sulla lunga distanza ma non è un problema; insomma si beve che è un piacere.

Lessona

Lessona 2020 – La Badina. Toni boschivi, ribes e rabarbaro, china e pepe nero. Notevole il centro bocca commisurato al peso medio del vino; non manca la sapidità, quest’ultima in questa fase è in netto vantaggio sulla freschezza. Tannico slegato, è un vino ancora giovane. Promettente.

Lessona 2020 – Massimo Clerico. Tutta la classe a cui ci ha abituato Massimo in questi decenni: ribes rosso, sabbia bagnata e timo; erbe alpine e uno zest di arancia rossa sanguinella. In bocca richiede ancora un po’ di pazienza, il tannino è piuttosto nervoso nonostante la tessitura da manuale. Fuoriclasse promettente.

Lessona San Sebastiano allo Zoppo 2016 – Tenute Sella. Annata indimenticabile e questo vino n’è un fulgido esempio: pesca matura, canfora, scorza di arancia rossa, sabbia bagnata e rossetto. Lunga scia sapida sostenuta da una vibrante freschezza, tannino ricamato a mano e un finale al cardiopalma. Da seguire, modi segugio, nei prossimi decenni.

Lessona Tanzo 2013 – Pietro Cassina. Liquirizia, rosolio e viola appassita; croccante alla mandorla e incenso. Un naso austero e cangiante. Undici anni dalla vendemmia e non sentirli: tutta la purezza dello spanna di Lessona ad altissimi livelli, ed è il tempo che passa a tratteggiare i profili migliori. Bravo Pietro.

Bramaterra

Bramaterra 2020 – Odillio Antoniotti. Contempla la dolcezza del frutto rosso sia al naso che al palato. Trascorsi dieci minuti il quadro olfattivo acquista complessità, mediante pennellate floreali di violetta, pietra calda al sole e mandorla caramellata. Pienezza gustativa, “dolce peso”, vigoria e slancio piuttosto contenuti in questa fase. A mio avviso è ancora giovane. Occorre tempo.

Bramaterra 2020 – Lorenzo Ceruti. Amarena matura, viola, ricordi di salamoia e pietrisco. Un sorso che fa della sua grande beva l’arma vincente, la sapidità non è da meno. Un po’ più di centro bocca e densità lo renderebbero indimenticabile. Forza Lorenzo!

Bramaterra Cascina Cottignano 2019 – Colombera & Garella. Pino mugo, timo e ribes rosso; cardamomo e pepe verde. In bocca è l’esatta fotocopia: succoso e mediamente sapido, longilineo, a tratti financo sfuggente. In senso buon s’intende. Rappresenta la classe del territorio priva di qualsivoglia forzatura. Vino carismatico e in divenire.

Bramaterra 2019 – Le Pianelle. L’amarena in tutta la sua pienezza, spezie dolci – in parte derivate dal legno nobile e in parte dal vitigno – liquirizia e caucciù. Potenza, progressione e precisione millimetrica. In chiusura il frutto appare un filo sopra le righe, il tempo saprà modellare questo aspetto. Ne sono certo.

Bramaterra 2018 – Roccia Rossa. Toni empireumatici e frutti rossi acerbi, cardamomo e zagara. Fa dell’equilibrio la sua arma vincente: lungo, sapido, corroborante. Un gran bel vino che farà strada e in un’annata non certo tra le migliori dell’ultimo decennio.

Boca

Boca 2020 – Davide Carlone. Timbro intenso, ricordi salmastri e di amarena matura, anice stellato; con lenta ossigenazione pietra frantumata e arancia rossa sanguinella. Il potenziale c’è e si sente tutto, pur tuttavia è impossibile non riscontrare la giovinezza del sorso. Richiede tempo. Guai se non fosse così.

Boca 2020 – Silvia Barbaglia. Un bel frutto (di bosco) pieno apre i battenti, unito a suggestioni balsamiche e di pietrisco; in chiusura tanto agrume. L’ottimo equilibrio del vino, da una parte appaga i recettori del gusto, dall’altra – considerando la giovane età – fa riflettere, soprattutto conoscendo il territorio. Staremo a vedere perché il Boca di Sergio e Silvia Barbaglia riserva sempre grandi sorprese.

Boca 2020 – Tenute Guardasole. Scorza di arancia rossa sanguinella, ribes e zagara, toni ferrosi/ematici e pepe nero; in chiusura grafite e incenso. Grande complessità ed evoluzione, soprattutto trascorsi 15 minuti dalla mescita; centro bocca di tutto rispetto, sferzante acidità e sale a dismisura. Buonissimo.

Boca 2020 – Villa Guelpa. Inizialmente un po’ chiuso, dischiude i propri aromi dopo circa 10 minuti, allorché il bouquet si apre a suggestioni floreali, di tabacco, grafite e amarena. La cessione del legno condiziona un po’ l’assaggio, pur tuttavia il frutto è dominante e regala profondità. Da riassaggiare tra un paio d’anni.

Boca Vigna Cristiana 2015 – Podere ai Valloni. Coltre balsamica intensa, la stessa ricorda la felce e il mentolo con incursioni di rosa canina, genziana, rosolio e grafite. In bocca non è da meno: la freschezza tiene ancora testa inserita all’interno di un corpo pronunciato. Lungo, sapido. Ancor più che vivo.

Gattinara

Gattinara 2020 – Franchino di Alberto Raviciotti. Un vino ancora in fasce. Lo si evince dalla trama ferrosa appena sussurrata, l’amarena matura e alcuni sbuffi balsamici e speziati. Di contro, al palato, mostra un assetto gustativo già piuttosto definito, lontano anni luce dall’equilibrio ideale seppur godereccio. Buono.

Gattinara Il Putto 2019 – Delsignore. Apprezzo molto gli aromi di sottobosco uniti ad un frutto pieno, opportunamente maturo in richiamo alla ciliegia, ribes e mirtillo; ma anche viola, tabacco e caffè. In bocca è asciutto e dal tannino marcante, l’apporto del legno è ben dosato così come la sensazione pseudocalorica. Di sostanza.

Gattinara Pietro 2019 – Paride Iaretti. Spezie dolci e aromi derivati dal legno, incenso e amarena. Naso importante, annata a cinque stelle. Buona progressione in termini di densità materica e freschezza, avverto leggermente il legno in questa fase ma la materia c’è ed è nobile. Ha soltanto bisogno di un po’ di tempo.

Gattinara Riserva San Francesco 2019 – Antoniolo. Tra i cru più importanti di Gattinara, ritrovo uno spanna promettente a dir poco. Il naso è in divenire pur tuttavia riconosco: erbe officinali, viola, amarena matura e caffè; toni ferrosi ed ematici in chiusura. Dritto, potente, ma con grazia e disinvoltura. Un grande vino insomma.

Gattinara Riserva 2018 – Luca Caligaris. I vini di Luca sono talvolta ipnotici, ed è questo il caso. Timbro olfattivo dolce: cola, frutti neri di bosco maturi (quasi caramellati), rosa canina e infine la liquirizia; tracce ematiche suggellano l’insieme. Tra il “dolce” del tannino e il salato, la freschezza fa capolino richiamando nuovamente la parte minerale. Buonissimo.

Gattinara Riserva 2018 – Travaglini. La prima bottiglia non mi ha pienamente convinto, conosco la “pulizia” dei vini di casa Travaglini. La seconda si è mostrata in piena forma allorché suggestioni di viola, anice stellato e caffè hanno soltanto preceduto l’immancabile amarena matura. Un sorso ben calibrato alquanto privo di quella profondità che incanta, e soprattutto conquista, pur tuttavia ineccepibile. Didattico.

Gattinara Riserva 2017 – Vegis. Stefano presenta un’annata a dir poco problematica. Eccessivo caldo e continua siccità ciò per cui verrà ricordata, eppure questo vino sta vivendo una vera e propria fase di grazia. Nell’ordine: tamarindo, metallo caldo, mora e mirtillo nero in confettura; caffè e cuoio. La pienezza del frutto è tale anche al palato, ma la freschezza non latita e il tannino è marcante, dolce. Un vino compiuto.

Fara

Fara Barton 2021 – Gilberto Boniperti. Buona fusione tra parti floreali/fruttate, rispettivamente violetta, ribes maturo e rosa rossa, impreziosita da rimandi legati al terreno che ricordano vagamente l’argilla umida. Appaga la sua assenza di peso non priva di carattere, lunghezza e tanta sapidità. Bravo Gilberto.

Fara Lochera 2020 – Prolo. Giocato su toni balsamici e frutti rossi acerbi, qua e là sbuffi floreali rendono il naso elegante e privo di sbavature. Anche in bocca vige la tecnica, in senso buono s’intende, forse manca quel filo di persistenza in più a renderlo indimenticabile. Cresce anno dopo anno.

Fara 2015 – Francesca Castaldi. Annata calda, pur senza eccessi, dunque a quasi dieci anni dalla vendemmia ritrovo un frutto in confettura, rinfrescato da sbuffi balsamici e spezie orientali; in chiusura canfora e rosolio. Di contro il sorso è ancora vivo, fresco, dotato di centro bocca e progressione. Bastian contrario.

Ghemme

Ghemme Vigna Ronco al Maso 2020 – Guido Platinetti. Tra i migliori Ronco al Maso mai assaggiati, il suo passo è ipnotico. Alludo alla freschezza del frutto rosso, della liquirizia e rosa canina, contrapposti alla vena “dark” delle erbe officinali e di tutta una serie di rimandi legati al terreno. Progressione, struttura, potenza ma è soltanto un’illusione, il vino è scorrevole. Dotato di grazia.

Ghemme Balsina 2019 – Ioppa. Balsina è un cru di Ghemme che vien fuori sulla lunga distanza. Ad oggi ritrovo un naso piuttosto sconnesso, nervoso per così dire: cardamomo, raspo, eucalipto e amarena; note piuttosto coerenti che ritrovo anche in bocca. Slanciato, di buona struttura, lunghissimo. Da attendere.

Ghemme Oltre il Basco 2019 – Francesco Brigatti.  Francesco firma il solito capolavoro, non poteva essere altrimenti in un’annata di grazia. Il suo Ghemme è un esempio paradigmatico del talento di casa e del potenziale del territorio: rabarbaro, genziana, eucalipto ribes rosso e liquirizia. Il vino è dotato di un peso gestito in maniera ottimale poiché in bocca danza letteralmente. Fuoriclasse.

Ghemme 2018 – Filadora. Un turbinio di frutti estivi dà vita ad un quadro olfattivo spigliato e cangiante. Distinguo addirittura la pesca. Con lenta ossigenazione suggestioni salmastre ed ematiche. In bocca è preciso, bilanciato, non ostenta muscoli inutili né tantomeno sovrastrutture. Così come dev’essere un buon Ghemme. Rassicurante.

Ghemme Ai Livelli 2018 – Tiziano Mazzoni. Il frutto è carnoso, pare quasi di morderlo, tra suggestioni di mirtillo nero, marasca, spezie orientali e toni ematici/agrumati. In bocca la coerenza è imbarazzante: riempie il palato e mostra un tannino già piuttosto godibile. Testimonia l’annata.

Ghemme Vigna Carelle 2017 – Mirù.  Anche Marco Arlunno presenta l’annata 2017, ben consapevole di aver fatto un buon lavoro in vigna nonostante il caldo e la siccità. Il suo Vigna Carelle gli dà ragione: fresco, slanciato, arioso e ricco di suggestioni agrumate e di frutti rossi piuttosto dolci; notevole la nota balsamica finale. Il sorso risulta pieno, rotondo e non privo di freschezza; in chiusura avverto il peso dell’annata. Ma il che non disturba affatto.

Ghemme 2016 – Pietraforata. Ho assaggiato più volte questo vino negli ultimi anni. Ad oggi ritrovo un bel frutto (di bosco) pieno, maturo, reso ancor più complesso da cenni speziati e ricordi di rosolio, grafite, noce moscata. La pienezza fruttata è tale anche in bocca, ravvivata qua e là da guizzi acidi e sapidi. Prorompente.

Ghemme Chioso dei Pomi 2016 – Rovellotti. I fratelli Rovellotti presentano, forse, la versione più convincente del Chioso dei Pomi mai assaggiata in vita mia. L’annata gioca a favore e regala suggestioni di lampone disidratato liquirizia e anice stellato; la viola macerata si fa sentire e anche un ricordo di argilla bagnata. Ne assaggio un sorso e ritrovo “semplicemente” tutto il carisma del Ghemme. Indimenticabile.

Ghemme Vigna Pelizzane 2016 – Torraccia del Piantavigna. Da subito ricco di cenni floreali variegati e lievemente appassiti. Ad un tratto emerge la spezia dolce, seguita da un accento minerale soffuso pur tuttavia ricco di rimandi territoriali. In bocca mi aspettavo forse maggior densità di materia; il vino sfuma un po’ troppo velocemente ammesso che la chiusura appare fresca e pulita. Ed è ciò che apprezzo di questo Ghemme.

Sizzano

Sizzano 2020 – La Riviera. Il frutto appare piuttosto maturo: mirtillo nero, ribes, prugna. Trascorsi circa dieci minuti dalla mescita, distinguo effluvi minerali legati al terriccio umido e ricordi di cuoio e caffè. Vi è slancio, vigore, freschezza; in secondo piano struttura e sapidità. Può migliorare perché la stoffa c’è.

Sizzano 2020 (magnum) – Paride Chiovini. Conosco molto bene, e da tanti anni, i vini di Paride; soprattutto la costanza qualitativa della sua gamma. Circa due anni fa ho scritto, per l’Acquabuona, un articolo dedicato alla sua cantina di Sizzano. La bottiglia (magnum) in degustazione non era in forma, ho chiesto di aprirne un’altra ma ahimè non era disponibile in sala stampa, né tantomeno al banco dell’azienda. Spero di avere la possibilità di riassaggiarlo in futuro, poiché l’annata sta regalando grandi soddisfazioni in zona. Peccato davvero.

Sizzano Roano 2015 – Vigneti Valle Roncati. Un Sizzano ricco, potente, dai toni prettamente fruttati (confettura) e ricolmo di spezie abbondanti e variegate; la liquirizia ad un tratto prende il sopravvento. Materico, sapido, dal tannino coeso; a mio avviso dà il meglio di sé a tavola. Gastronomico.

Le foto sono dell’autore

Andrea Li Calzi

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.

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