Iniziando a leggere questo interessante libro scritto dal (fra l’altro) fondatore del movimento ecologista Terra!, si è presentato in modo vivido un ricordo personale. Nella città da dove provengo, vicino a casa c’è un piccolo supermercato di una catena diffusa soprattutto nel Lazio che aveva un banco della macelleria ricco, anche sproporzionato rispetto alle sue dimensioni, ed ero solito andarci con mia madre per fare rifornimento prima di ripartire. Purtroppo mia madre non c’è più e di recente sono voluto ritornare per rivedere quel luogo. Beh, al posto del banco e dell’addetto giustamente orgoglioso dei suoi prodotti ho trovato un bell’assortimento di confezioni sigillate.
Ecco, questo mi è venuto in mente quando ho letto l’osservazione, all’inizio del volume, che nonostante i movimenti ecologisti e fenomeni come il boom delle borracce per le bevande, la produzione di plastica continua ad aumentare. Non solo. Mangiare è sempre di meno un “atto agricolo”, come proclamava Wendell Berry nel suo bel libro. Se nei decenni scorsi abbiamo sperato che con le nostre scelte di consumatori, per esempio acquistando nei negozi del mercato equo e solidale o aderendo ai gruppi di acquisto solidale, avremmo potuto inserirci in un movimento che potesse influire sulle politiche alimentari, il tramonto di questi movimenti ci ha lasciati soli. Ci siamo ritrovati a concentrare sempre di più i nostri acquisti nei supermercati (che infatti sono arrivati ad intercettarne l’80 per cento) magari alla ricerca spasmodica di offerte speciali o di verdure lavate e imbustate, essendo magari sedotti dai banchi di cibi preparati che imitano le botteghe di una volta, e rimuovendo dalla propria mente gli aspetti feroci della grande distribuzione come la pratica delle aste a doppio ribasso che riducono al minimo il prezzo spuntato dai produttori sempre di più ridotti alla fame.
Ma ci dobbiamo sentire in colpa per questo, perché siamo costretti a lavorare sempre di più cercando di compensare un potere d’acquisto sempre minore, e quindi non possiamo più indugiare nelle poche botteghe superstiti, e non abbiamo più tempo di sbucciare e pulire le verdure e per cucinare? O magari perché non piantiamo i 3500 alberi necessari a compensare un anno di emissioni di normali automobilisti con in più un viaggio aereo per lavoro o per vacanza?
Ecco, il messaggio importante di questo libro è che è che non dobbiamo sentirci in colpa se COME CONSUMATORI non possiamo fare molto. Ma dovremmo impegnarci ad agire COME CITTADINI, dovremmo “agitarci” e “organizzarci” politicamente, come riporta la citazione gramsciana all’inizio del volume, ad esempio combattendo per riequilibrare i costi della filiera di produzione del cibo e appoggiare per esempio chi, quasi inspiegabilmente, ancora trova l’entusiasmo e la passione per lavorare la terra in balìa dei fenomeni climatici per una agricoltura sana e rispettosa dell’ambiente.
Coraggio!
Fabio Ciconte
Il cibo è politica
Giulio Einaudi editore, 2025
pp. 144 – 13 euro

Scrive di vino, gastronomia e agroalimentare di qualità. Assieme a Luca Bonci ha fondato nel 1999 L’AcquaBuona. Direttore editoriale, gestisce le relazioni con i lettori e con la stampa. È membro dell’ASA (Associazione Stampa Agroalimentare)









