Nel momento storico in cui molti grandi rossi di struttura e concentrazione faticano a mantenere posizioni consolidate, alcune denominazioni mostrano una capacità di tenuta legata a scelte stilistiche diverse. Il Rossese di Dolceacqua rientra in questo quadro non come eccezione virtuosa, ma come caso interessante di coerenza tra territorio, vitigno e domanda di mercato. Un rosso che non nasce per inseguire la potenza, e che oggi si ritrova allineato a una sensibilità più attenta a freschezza, bevibilità e misura.
Il contesto produttivo resta quello di una denominazione piccola: poco più di 90 ettari vitati, una ventina di produttori, in un areale frammentato e complesso. Dimensioni che non consentono economie di scala né grandi numeri, ma che favoriscono una lettura più precisa del territorio. Il Rossese di Dolceacqua non ha mai potuto contare su volumi rilevanti e proprio per questo ha costruito nel tempo un’identità riconoscibile, fondata su vini sottili, profumati, più giocati sull’equilibrio che sull’impatto.
Negli ultimi anni questa impostazione ha trovato riscontro anche sul piano commerciale, in Italia e all’estero. Non si tratta di un boom, né di una crescita esplosiva, ma di una continuità che contrasta con le difficoltà incontrate da molte tipologie di rossi più estrattivi e alcolici. Il Rossese intercetta una fascia di consumo che cerca vini meno impegnativi nel peso e più versatili a tavola, capaci di accompagnare piatti diversi senza sovrastarli.
Dal punto di vista stilistico, il Rossese di Dolceacqua si colloca nella categoria dei rossi di beva: gradazioni generalmente contenute, acidità presente, profili aromatici che privilegiano il floreale e la spezia fine rispetto alla concentrazione del frutto. Non è un vino che punta sull’effetto immediato, ma su una progressione misurata, che può risultare più o meno convincente a seconda delle interpretazioni.
Anche la storia recente del vitigno aiuta a leggerne l’evoluzione. In passato il Rossese di Dolceacqua (che, ricordiamo, è stato il primo vino in Liguria ad aver ottenuto la Denominazione di Origine Controllata, al tempo già apprezzato dall’ammiraglio Andrea Doria e da Napoleone Bonaparte) ha attraversato fasi diverse, adattandosi a contesti climatici e culturali mutevoli: vini più morbidi e rotondi in epoche lontane, tentativi di maggiore struttura quando il clima era più fresco, fino alle scelte attuali, che rispondono a maturazioni più agevoli e a una crescente attenzione alla freschezza. Oggi la sfida è trovare un equilibrio tra maturità e tensione, evitando sia l’eccesso alcolico sia una magrezza forzata.
In questo senso, molte scelte produttive si muovono per sottrazione: raccolte leggermente anticipate, estrazioni più delicate, uso del legno misurato o assente. Ne derivano vini che possono esprimere una complessità discreta, fatta di note di ciliegia, ribes, spezie chiare, e di una dinamica gustativa più giocata sull’allungo che sulla densità. Un profilo che non sempre cerca consenso immediato, ma che risponde a una precisa idea di equilibrio.

Un tema centrale, negli ultimi anni, è anche la lettura del territorio. Il lavoro sulle Unità Geografiche Aggiuntive o nomeranze (per esempio Beragna, Morghe, Peverelli, Pini, Posaù, Tramontina, Luvaira) ha messo in evidenza differenze legate a esposizioni, altitudini e suoli, restituendo un quadro meno uniforme di quanto si possa immaginare. All’interno di un’identità comune, il Rossese di Dolceacqua mostra sfumature diverse, più fruttate o più speziate, più solari o più tese, che arricchiscono la denominazione senza snaturarla.
Sul piano della comunicazione, la scelta condivisa è quella di valorizzare prima di tutto il luogo. Il nome Dolceacqua viene posto al centro, come elemento distintivo rispetto ad altre espressioni del Rossese presenti nel Ponente ligure. Un modo per ribadire il legame con suoli poveri, spesso terrazzati, e con una viticoltura che richiede interventi manuali e attenzione costante.
Il Rossese di Dolceacqua resta una realtà di nicchia, priva di un consorzio strutturato ma caratterizzata da una forte coesione tra i produttori. Il confronto interno e la condivisione di alcune linee comuni hanno contribuito a dare solidità all’immagine della denominazione. In un mercato che guarda con crescente interesse ai rossi freschi e meno estrattivi, il Rossese non rappresenta una risposta universale, ma un esempio credibile di come un vitigno storico possa dialogare con il presente senza forzature. Non è un vino che pretende di piacere a tutti, né si propone come soluzione ai problemi del mercato dei rossi. Piuttosto è un caso di studio utile per capire come alcune denominazioni, restando fedeli a se stesse, riescano oggi a mantenere una loro rilevanza.
Con la preziosa collaborazione dei produttori, che ringrazio per la fiducia, sono riuscito a mettere insieme una più che discreta rappresentanza della tipologia, che provo a descrivervi con brevi note di degustazione. L’auspicio è quello di solleticare la vostra curiosità e invitarvi a un più ravvicinato incontro con questo affascinante rosso dei nostri tempi. I vini sono presentati nell’ordine casuale in cui li ho assaggiati. Ogni etichetta è stata provata almeno due volte, a 24 ore di distanza. Chiedo venia se non riporto il nome completo di ogni vino: sono tutti Rossese di Dolceacqua, e le informazioni riportate sono quelle che servono per distinguerli.

L’ASSAGGIO
Tenuta Anfosso – Poggio Pini 2023
Una voce fedele al vitigno: suggestioni di rosa rossa e accenni di spezia introducono un sorso limpido e fresco. L’acidità è ben integrata, il lampone torna netto e piacevole. Non cerca ampiezza aromatica ma scorre con naturalezza, con quella succosità che invita a ritornare al calice.
Luca Dall’Orto – Tramontina du Nemu 2023
Una spezia sottile accompagna un frutto nitido. Al gusto si muove con agilità, diritto, senza deviazioni. Non c’è grande densità a centro bocca, ma la trasparenza del sorso e la chiusura asciutta e ben temperata rendono il tutto coerente e godibile.
Ka Manciné – Beragna 2024
La spezia chiara introduce un frutto ancora giovane. Il vino sceglie una via essenziale e misurata, che privilegia immediatezza e franchezza. Semplice e snello, ha una progressione gustativa che si farà probabilmente più definita col tempo.
Maccario Dringerberg – Posaù 2023
Il naso alterna frutto e spezie con naturalezza. In bocca la tessitura è armonica: nulla sporge, nulla stona. Il vino procede con passo sicuro, esprimendo persistenza senza enfasi e mantenendo un equilibrio che colpisce più della forza espressiva.
Nino e Erica Perrino – Testalonga 2023
Qui emerge un tratto più rustico, e una personalità che guarda alla tradizione. L’acidità porta ritmo ed energia, la materia resta più misurata. Un’espressione essenziale, che privilegia sincerità e immediatezza.
Maixei – Pini 2023
Il frutto è pulito e fragrante, l’andamento senza pieghe, la progressione tesa e coerente, di moderata succosità. Forse non il più originale, ma chiarezza e pulizia confermano la bontà dell’approccio.
Caldi – Rossese Superiore 2023
Un’interpretazione più raccolta e austera. L’energia acida guida e sostiene il sorso, che non indulge in profumi espansivi ma svela una sua concretezza senza concessioni decorative.
Foresti – Luvaira 2024
Il naso è trattenuto, quasi riservato. La bocca privilegia tensione e asciuttezza, e chiude su una nota amarognola lieve ma coerente. Un carattere giovane, fatto di nervo più che di ricchezza, che lascia una scia lunga e pulita.
Terre Bianche – Terrabianca 2023
Ricchezza olfattiva contenuta, tono sincero. L’approccio è asciutto e rigoroso, con una personalità che non cerca facilità. È un vino che si concede poco, quasi severo, ma di grande coerenza.
Cantina Muragni – Le Morghe 2023
La struttura domina la scena, accompagnata da una presenza del legno ben avvertibile. L’impianto è solido, con un’impronta che privilegia sostanza più che agilità.
Mauro Zino – Peverelli 2022
Qui materia e freschezza trovano un punto d’incontro convincente: viola e frutto scuro, tessitura tannica ben integrata e progressione equilibrata. Il sorso rimane disteso e compiuto, senza eccessi interpretativi.
Poggi dell’Elmo – Pini “Dante” 2023
Frutti rossi e neri, un passo scorrevole e asciutto che tiene il vino sul binario della sobrietà. Il finale è pulito, con una misura che ne definisce lo stile.
Tenuta Ascari – Aaron 2023
Intensità controllata, accenni di legno ben integrato, sorso ampio aderente alla sua idea classica. Lo sviluppo potrebbe avere maggiore ampiezza, ma la bevuta resta sapida e precisa.
Gajaudo – Luvaira “Collezione” 2021
Note scure e speziate introducono un sorso asciutto, teso, con un tannino presente. Un vino che procede con rigore, mantenendo identità e coerenza senza cercare accomodamenti.
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Franco Santini ([email protected]), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!









