
Trent’anni possono essere una ricorrenza. Oppure un’occasione per interrogarsi sul senso di un percorso. Accettando l’invito del Club del Buttafuoco Storico per l’apertura delle celebrazioni del trentennale, la sensazione iniziale è stata soprattutto questa: trovarsi davanti a una denominazione poco frequentata dal racconto nazionale, ma sorretta da una struttura interna sorprendentemente solida. Il sodalizio fondato nel 1996 offre così un punto di osservazione privilegiato, più che un momento celebrativo in senso stretto.
L’incontro si apre con toni misurati, senza enfasi né autoesaltazioni. Massimo Piovani, presidente del Club, ripercorre le origini di un progetto nato da undici produttori che, a metà anni Novanta, decisero di delimitare un perimetro preciso e di darsi regole condivise. All’epoca poteva sembrare una scelta minoritaria, oggi appare piuttosto come una risposta razionale a un territorio complesso, spesso raccontato in modo indistinto. La decisione fu quella di concentrarsi non sull’Oltrepò in senso lato, ma su uno sperone collinare specifico, con confini chiari e verificabili.
Il Club nasce così, prima come strumento di tutela che come operazione di promozione. I numeri restano contenuti: 22 ettari iscritti, una produzione potenziale intorno alle 80.000 bottiglie, con margini teorici di crescita che, però, non sembrano rappresentare una priorità. Piovani insiste su un punto che ritorna più volte nel corso della mattinata: non è mai stata una questione di volumi. Piccoli e grandi produttori vi convivono, perché il criterio discriminante non è la dimensione aziendale ma la qualità e la collocazione del vigneto.
È qui che emerge uno degli aspetti peculiari del Buttafuoco Storico. Per entrare nel Club non basta avere una cantina, serve dimostrare di possedere – o di poter iscrivere – un vigneto nello Sperone di Stradella, a cavallo del torrente Versa, con la presenza delle quattro varietà tradizionali. Una commissione valuta e decide. È un’impostazione che sposta il baricentro dal produttore al luogo, e che contribuisce a spiegare perché, al di là delle dimensioni, il progetto abbia mantenuto nel tempo una certa coerenza interna.

Ascoltando Giulio Fiamberti, il territorio smette di essere un semplice sfondo. Lo Sperone di Stradella appare come un mosaico geologico tutt’altro che banale: depositi marini, arenarie, argille, tracce della formazione alpina e delle glaciazioni che hanno modellato la Pianura Padana. Una complessità che si riflette direttamente sul comportamento delle uve, con maturazioni differenziate ma capaci, in questo contesto specifico, di convergere.
Il Buttafuoco nasce storicamente come vino contadino, frutto della coesistenza di più varietà nello stesso vigneto: Croatina, Barbera, Uva Rara e Ughetta. Nelle migliori espressioni, forza tannica, acidità e identità aromatica si compensano, trovando un raro equilibrio. Le valli strette creano forti gradienti termici tra fondo e cima; le esposizioni allungano le ore di luce, l’argilla trattiene calore, la ghiaia lo disperde rapidamente. Ne deriva una maturazione simultanea delle uve che riduce la necessità di interventi correttivi, aspetto non secondario in un contesto climatico sempre più instabile.
Accanto al territorio, il disciplinare gioca un ruolo chiave. Davide Calvi, altro membro del Club, ricorda come nel 1996 si sia scelto di recuperare un vino già presente nelle cantine dalla fine dell’Ottocento, definendone però in modo rigoroso i confini produttivi. Nel 1997 arriva il marchio, insieme a una bottiglia comune a tutti i soci. Una scelta che, più che puntare sull’impatto estetico, risponde all’esigenza di rendere immediatamente riconoscibile il vino come espressione collettiva.
Anche il marchio racconta questa stratificazione. L’ovale richiama le botti tradizionali, i nastri rappresentano i torrenti Versa e Scuropasso, mentre il veliero rimanda a un intreccio di storia documentata e leggenda: un atto notarile del 1861 che cita una vigna Buttafuoco e il racconto del vascello austro-ungarico “Regia Nave Buttafuoco”. Durante le guerre d’indipendenza (metà XIX secolo), alcuni marinai austriaci inviati a presidiare il Po’ nei pressi di Stradella si fermarono a bere un vino locale che “bruciava come il fuoco” (buta me al feüg), dimenticando le mansioni di guerra. In memoria di questo episodio, la Marina austriaca diede il nome “Buttafuoco” a un veliero.

Il trentennale diventa così un momento di bilancio, ma anche di osservazione prospettica. Il Buttafuoco Consortile, proposto in degustazione con le annate 2020, 2016 e 2012, aiuta a leggere l’evoluzione stilistica del vino. Ogni anno un enologo diverso, ogni anno una selezione di vini già vinificati provenienti dalle diverse vigne: non una sintesi semplificata, ma una fotografia dell’annata.
Il 2020, annata calda ma ben gestita, si presenta con un profilo più fresco di quanto ci si potrebbe attendere. La macerazione lunga ha costruito struttura e colore, mentre l’acidità della Barbera mantiene equilibrio e slancio. È un vino giovane, già leggibile, ma non privo di prospettive evolutive. Una interpretazione intelligente e più “contemporanea” del Buttafuoco, che mi è piaciuta molto.
Il 2016, valutato con 5 fuochi dalla commissione del Club (il massimo riconoscimento, attribuito annualmente in base alla qualità complessiva dell’annata), mostra un passo più profondo: note balsamiche e speziate, una trama tannica più evidente, una sensazione complessiva di maggior “peso”.
Il 2012, infine, racconta la capacità di tenuta del Buttafuoco: tostature misurate, richiami a caffè e cioccolato, una componente minerale e una certa balsamicità che sostengono il sorso e invitano alla beva. Una bella sorpresa.
Uscendo dalla degustazione, resta l’impressione di una denominazione che non cerca scorciatoie. Il Buttafuoco Storico non è un vino da scoprire per moda, ma per stratificazione. Il trentennale, più che un punto di arrivo, sembra segnare una fase di maturità consapevole, quella di un progetto che ha scelto di crescere lentamente, mettendo il territorio davanti al racconto e sperando che siano i vini, alla lunga, a parlare.
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Franco Santini ([email protected]), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!









