Un novembre ricco di condivisioni, quello appena trascorso, checchennedicano la letteratura e l’aneddotica, solitamente propense a relegarlo al periodo autunnale più claustrale e malinconico, dove a vincere sono una certa idea di assenza e di introspezione.
La rubrica si rimpingua così di referenze e di pensieri, a coprire un arco temporale che va dalla contemporaneità giù giu fino al 1962.
Una girandola di bianchi e rossi di ogni razza e di ogni età.
Il meglio che puoi auspicare per espettorare le libere parole.
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Caiarossa Bianco 2022 – Caiarossa
Se escludi i vitigni (chardonnay & viognier in parti eguali), tutto il resto rivendica unicità. E ne ha ben donde.
Pensare che siamo in Toscana, pensare che siamo a Riparbella, e pensare che un vino bianco possa tradurre così limpidamente un’idea vincente di dinamica, slancio e verticalità, non lo raccordi propriamente alla normalità delle cose.
Eppure Caiarossa Bianco 2022 è una lama di purezza dal profilo nordico e dalla tattilità rarefatta; nei suoi umori ricorda l’agrume, la pietra e le erbe fini. Ma più di tutte a brillare è la qualità della sua acidità: acidità portante, pervasiva, che conduce e sfiora.
Nella sua storia di etichetta, da qualche stagione in avanti, questo vino ha cambiato pelle, facendo propria una rimodulazione stilistica nel verso della beva e della trasparenza espressiva, e allontanando da sé zavorre. Ed è proprio nel cambiare pelle che è entrato dritto dritto nella mia.
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Verdicchio dei Castelli di Jesi Nardì 2022 – Edoardo Dottori
Da più parti si mormora che Edoardo Dottori sia il nuovo enfant prodige del Verdicchio marchigiano. Avendolo incrociato di persona un paio di anni fa, posso dire di aver percepito in lui un’enorme passione, ché quasi sgorga dalle sue parole, traducendosi in una volontà smisurata di conoscere fin nelle intimità vizi e virtù dei diversi terroir jesini, e in un minuzioso talento di vinificatore.
Oggi pesco e trovo il suo Nardì 2022, un Verdicchio à l’ancienne con un saldo di trebbiano e malvasia in corpo proveniente da un vecchio impianto in contrada San Michele, a Cupramontana.
D’istinto vengono a galla due o tre evidenze:
1) ammirevole per come riesce a coniugare saldezza, rigore tipologico, assenza di fronzoli, articolazione;
2) identitario per quanto è sapida, anzi salina, anzi salata, la sua impronta, che è poi il suo nome e la sua firma;
3) sorprendente per quanto costi davvero poco tutta questa individualità, e tutto questo amore.
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Mosel Urziger Würtzgarten Riesling Auslese Urglück 2019 -Merkelbach
Per rispondere alla domanda su come ho trovato il Riesling Auslese ’19 dei fratelli Albert e Rolf Merkelbach ( Urzig – Mosella- Germania), ricavato dal vigneto Urziger Würtzgarten, basterebbe la foto che li ritrae. Perché dice tutto di lui.
A casa Merkelbach, d’altronde, nulla è cambiato da settant’anni a questa parte: uno stile rigoroso, classico, per vini di cristallina essenzialità, anche nel caso dell’Auslese, più dritto e impettito che non setoso o strenuamente zuccherino, con un intrigante alone speziato da mettere nel piatto dei ragionamenti, che è poi l’essenza stessa di quel giardino pendente coltivato a vite.
La loro sapienza di produttori artigiani racchiusa in poco più di un ettaro di vigne, minuscole parcelle sopra casa.
Albert e Rolf ci hanno lasciati nel 2023 e 2024, il loro prezioso patrimonio è andato in mani amiche, a garantirne la continuità. E’ una storia piccola la loro, rimasta nel cuore dei conoscitori, poco avvezza ai riflettori della ribalta. Ma ha partorito territorio, reclamato autenticità.
E il loro Auslese 2019 è proprio un vino fiorito.
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Soave Classico Staforte 2016 – Prà
Il fiore della garganega e la sua purezza, l’agrume giallo e la compostezza, la vivezza e il timbro vulcanico-mineral-salino che è ormai il suo nome. Una silhouette affilata e sincerissima illumina a giorno l’essenza di un vitigno e di una denominazione.
Staforte 2016 di Graziano Prà, Soave Classico docg, ci rammenta due o tre cose, casomai ce ne fossimo dimenticati: alla garganega, e quindi al Soave, appartiene la longevità. Così come la versatilità, e l’eclettismo, e una forte identità varietale. Tutte doti che conducono dritte dritte alla riconoscibilità, e quindi alla distinzione.
Eppure, fatti salvi alcuni brand fortissimi e reputati, Prà incluso, il nome Soave sembra ancora far fatica ad affrancarsi da un passato che io avrei pensato ormai distante, segnato da produzioni incerte e di basso profilo, quasi ne portasse ancora il fardello e le ferite.
Un dato su tutti: su tot mila ettari rientranti nella denominazione di origine, oltre la metà non vengono in genere rivendicati dai vari produttori come Soave doc o docg, preferendo la via dell’indicazione geografica tipica.
Ragioniamoci sopra, ci direbbe qualcuno di quelle parti.
Rinunciare a un nome che è pur sempre storia di una comunità e di un territorio, non sentirselo addosso, tradisce un disamore, o per meglio dire un disagio, che nasce dalla preoccupazione/percezione di non essere adeguatamente valorizzati dai mercati. Un freno alla crescita, non un vettore.
Io però mi sento di brindare a tutti i Graziano Prà che per i loro vini non hanno rinunciato al nome Soave, sventolandolo come una bandiera di rivalsa e di determinazione. Graziano ne sente tutto il peso e le contraddizioni, lo so, ma al cuore non si comanda. I suoi vini poi fanno il resto, scacciando via ogni nuvola, aprendo al sereno.
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Alsace Pinot Gris Clos Jebsal 2013 – Zind-Humbrecht
Sarà che gli Humbrecht coltivano vigne alsaziane dal diciassettesimo secolo, e un po’ di esperienza sul campo se la son fatta; sarà per la singolarità costitutiva ed attitudinale del Clos Jebsal, vigneto pendente e ripidissimo dai suoli di marna e gesso, affezionato per natura alla crescita spontanea della pourriture noble; fatto sta che per una volta, vivaddio, ti sembra proprio che l’aura di celebrità che circonda il nome di una cantina trovi la sua esatta giustificazione nei vini. Non uno scollamento.
Sì, i vini qui non smentiscono la nomea, casomai la celebrano, esaltandola. Perché Clos Jebsal 2013 sa di tutto, e quindi può soddisfare ogni tua esigenza, ogni tua pulsione: sei malinconico? Clos Jebsal; sei felice? Clos Jebsal.
C’è che non ho mai riscontrato un simile tasso di naturalezza in un vino d’Alsazia, e pensare che ve ne sono di ottimissimi. Ma qui c’è un di più. E’ talmente chiaro e talmente lampante da scansare persino le parole, rendendole superflue.
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Brunello di Montalcino 2019 – Fattoria del Pino
Sposare amorevolmente pienezza e scorrevolezza.
“Fiato” nobile, quasi nebbiolesco, e poi portamento, tonicità, sale, diffusione, profondità…
La meglio gioventù.
Okkio che con vini del genere a passare da nuove promesse di Montalcino a protagonisti assoluti è un attimo.
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Clos de la Roche Grand Cru 2018 – Armand Vincenot
Io ‘sto Armand Vincenot non l’avevo sentito nominare mai, e mi perdoneranno i conoscitori profondi della Borgogna enoica.
Per quanto mi riguarda potrebbe trattarsi del più scafato fra i négociants, o di un imbottigliatore selvaggio: a fronte di questo splendente Clos de la Roche ’18 potrei perdonargli tutto. Anche l’etichetta, il cui segno grafico non si raccorda certamente a un blasone, casomai a un disimpegno senza pretese.
Intanto sa di “roche”, ma decisamente di “roche”, mentre il candore del frutto si sposa con un’acidità portante e con un tannino puntiforme, “soffiato”, di vero cesello, aprendo da un lato alla finezza, dall’altro alla dinamica pura.
Grazie alle movenze infinitamente aggraziate saresti portato ad apparentarlo, chessò, ad un Clos de la Roche di un Lignier o di una Leroy, piuttosto che a un Ponsot o a un Chantal Remy, anche se freschezza, bilanciamento alcolico, capacità di dettaglio e ampiezza gustativa lascerebbero filtrare la sensazione di un’identità talmente ben scolpita da non sentire poi tutto questo bisogno di apparentamenti illustri, per aumentare l’autostima.
Un fatto è certo, pressappoco un’era che non mi imbattevo in un rosso così dissetante.
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For Duke 1997 – Gino Fuso Carmignani
E niente, è successo che il For Duke ’97 di Gino Fuso Carmignani ha ancora musica nelle sue corde, e così ha suonato. E’ un suono placido, di quieta giustezza timbrica, ma sa accoglierti e catturarti all’ascolto.
Un piccolo grande vino resistente alle ingiurie del tempo, il cui colore contempla bagliori di vivezza e invitanti trasparenze cromatiche, e il cui carattere tradisce un ascendente mediterraneo.
Uvaggio di syrah e sangiovese, dedica ammirata a Duke Ellington, è stato uno dei primi supertuscan style in terra lucchese, e nel suo piccolo è riuscito a mantenere vive le attenzioni del mondo su quella minutissima enclave vinicola ricca di storia e di personaggi estrosi che è Montecarlo ( di Lucca).
E a proposito di estri, Gino detto Il Baffo appartiene a pieno titolo alla speciale categoria umana: un misto di eclettismo e genialità fuori dal coro. Vignaiolo, oste, musicofilo, istrione e anfitrione, ama la vita e ama la sua terra, per la quale si spende in ogni occasione possibile immaginabile al fine di onorarne la storia e mantenerne acceso il rispetto.
Di battuta sagace e fulminea, con la simpatia che gira a mille, è una mosca bianca che sembra vivere di sole emozioni. Se non esistesse, non resterebbe che inventarlo.
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Brunello di Montalcino Riserva Poggio al Vento 1990 – Col d’Orcia
Aggrappato ad una “architettura classica” che si rifà alla ortodossia stilistica dei luoghi, il Brunello Riserva Poggio al Vento di Col d’Orcia appartiene per diritto acquisito ai valori che non si discutono, quelli con gli attributi, dove contano sì le selezioni massali di sangiovese del vecchio patrimonio aziendale, ma anche i galestri, i venti e le sabbie, per farne discendere tutto il portato di dettaglio e di articolazione che lo ha traghettato nel novero dei cosiddetti vini sentimentali, la cui misconoscenza sarebbe da assegnare alla categoria degli errori dello spirito.
Sono passati 11 anni dall’ultima volta, ma Poggio al Vento 1990 sta ancora saldamente in piedi sulle proprie gambe, il suo passaggio rimbomba e lascia una eco che non sfuma, il tratto aromatico si intride di mineralità e di sottobosco umido, l’energia viva e il signorile contegno arricchiscono di ulteriori significati il concetto di “profondità”.
Per un vino che resiste, per una pietra miliare, ha fatto un passo indietro persino la mia (quasi) inscalfibile ritrosia, pensa te! Una foto con l’anima di Col d’Orcia, Francesco Marone Cinzano, a “fissare” l’attimo e il privilegio di una condivisione speciale, per una volta mi è parsa una forzatura legittima della mia stolta riottosità a comparire.
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Recioto di Amarone 1962 – Bertani
Spunta fuori dagli abissi del tempo, non sapresti dire quanto trasfigurato e quanto ancora se stesso, ma lo accogli come un avvento, e come per ogni avvento che si rispetti è quasi implicita la meraviglia, e la predestinazione.
Il Recioto di Amarone 1962 di Bertani, oggi, incarna perfettamente l’idea del “dolce non dolce” di veronelliana memoria, muovendosi in perenne bilico fra tentazioni da sherry e il rigore ascetico del secco assoluto.
Epperò la postura rimane eretta, e dall’alto di quella postura il suo eloquio ha mantenuto tono, disegno, senso.
Ha da dire, ma senti che è nudo: ti parla da didentro a didentro.
E tutto questo alla sua età, che è poi anche la mia.
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Immagine di copertina: Peder Severin Krøyer – ” Hip Hip Hurrà” (1888)

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.










