Gli Château di Classy Wines

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In un periodo in cui l’interesse di tutti gravita sulla Borgogna e il pianeta Bordeaux sembra essersi eclissato dall’attenzione generale, ho raccolto con piacere l’invito di Mimma Posca, titolare di Classy Wines, società d’importazione e distribuzione di Vini Fini & Champagne, la prima in Italia a essere fondata e guidata da una donna, per una degustazione, tenutasi al Park Hyatt di Milano, di tre rinomati Château del Médoc e di uno del Cile.

È quest’ultimo ad aprire la sessione. Almaviva (dal nome del protagonista, il Conte di Almaviva, delle Nozze di Figaro, l’opera buffa composta da Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte) è una partnership franco-cilena nata nel 1997 dall’incontro tra la Baronessa Philippine de Rothschild ed Eduardo Guilisasti Tagle, proprietario di Vina Concha y Toro (attiva dal 1883, trent’anni dopo Château Mouton Rothschild, è la più grande azienda vinicola dell’America Latina e una delle dieci più rinomate del mondo), sancendo l’unione di due storiche famiglie del vino internazionale, punto d’incontro di due culture e due mondi: dai 45° di latitudine Nord, dal clima atlantico,  dai 30 metri di altitudine e dagli 874 millimetri di pioggia di Pauillac nel Médoc (emisfero boreale) si passa ai 33° di latitudine Sud, al clima mediterraneo, ai 630 metri di altitudine e ai 340 millimetri di pioggia di Puente Alto, valle del Maipo, Santiago del Cile (emisfero australe). Felipe Feliú, direttore commerciale dell’azienda, racconta dei venti che attraversano la vallata, da quelli freddi che arrivano dalle Ande a est a quelli più caldi della “corrente di Humboldt” che provengono da occidente; di una piovosità che è le metà di quella del Médoc (e anche della Napa Valley); delle tre terrazze vitate sui due versanti orografici del fiume Maipo; di una vendemmia manuale in plateau; del tavolo ottico per la cernita delle uve; della maturazione del vino in barrique, «di rovere francese, ovviamente», nelle aule di una cantina tecnologica ultimata nel 2000. Le uve dell’Almaviva 2021 (71% cabernet sauvignon, 22% carmenère, 5% cabernet franc e 2% petit verdot) sono state vendemmiate tra il 29 marzo e il 14 maggio. Il vino, che reca sull’etichetta il simbolo del cosmo secondo la civiltà precolombiana, trascorre due anni in barrique nuove. «La 2021 è stata un’annata fresca, una delle più gentile per la finezza del tannini». Ha colore porpora intenso e vivo, un notevole respiro di erbe al naso, dove già è percepibile la densità del vino fin dall’alzo del bicchiere e un palato ricco e pieno, di notevole volume frutto-speziato, con sentori di vaniglia, lussuoso boisé, un assieme ancora da affinare. L’Almaviva 2013 (72% cabernet sauvignon, carmenère, 19%, cabernet franc, 6%, petit verdot, 2%, merlot 1%, vendemmiati tra il 16 aprile e il 30 maggio) ha invece trascorso 18 mesi in barrique, due terzi delle quali nuove. L’evoluzione in bottiglia conferisce al colore porpora una sfumatura di prugna; al naso una confettura di piccoli frutti neri guarnita da sentori di peperone, una spezia dolce e gentile, delle sfumature balsamiche (menta); al palato una densità terrosa, un frutto caldo e felpato, un allungo di pienezza.

Cos d’Estournel – l’incantevole, esotico Château che dal 1838 è ornato di pagode ed elefanti (un omaggio del fondatore Louis Gaspar d’Estournel all’Oriente, con cui faceva affari) e le cui enormi porte d’accesso in legno intagliato un tempo ornavano il palazzo del sultano di Zanzibar – ha una storia che risale al 1791 (dai primi 14 ettari si è arrivati al centinaio di oggi con un’età media delle viti di 45 anni) e produce da tempo il più raffinato grand vin di Saint-Estèphe (è un Deuxième Cru Classé che per molti è un “super-second”). Sull’etichetta originaria Louis Gaspar aveva scritto “Chateau Cos expédié par moi”: i viaggi per nave del vino in India e in Cina duravano diversi mesi. Dal 2000 la proprietà è dell’imprenditore Michel Reybier, nel cui gruppo gravitano le aziende Jeeper in Champagne, Château La Mascaronne in Provenza, Tokaj-Hétzölö nella zona del Tokaj ungherese e dal 2023 Cos Labory, Cinquième Cru Classé adiacente a Cos d’Estournel, di cui fino al XIX secolo faceva parte. La cantina, progettata dall’architetto Jean-Michel Wilmotte, è all’avanguardia mentre la produzione è dal 2000 nelle mani dell’enologo Dominique Arangoïts. «Abbiamo 91 appezzamenti e altrettante vasche per vinificarli per gravità, usiamo tini troncoconici, facciamo dèlestage tre volte a settimana e impieghiamo le pompe solo per l’imbottigliamento» racconta Elio Gastaldello, responsabile commerciale dell’azienda di origine padovana. «Il Cos è una collina di sassi, i terreni delle Grave sono perfetti per il cabernet sauvignon. La Parcelle des Femmes è la mia preferita. Nella parte nord, a Goulée, produciamo il G d’Estournel e il Goulée by Cos d’Estournel, mentre verso la costa atlantica i bianchi, Cos d’Estournel Blanc e il Pagodes de Cos Blanc». Il second vin dello Château è il Saint-Estèphe Pagodes de Cos. Appezzamento di merlot su grave profonde, la Parcelle des Femmes è chiamata così perché fu piantata nel 1915 dalle donne durante la Grande Guerra mentre gli uomini erano al fronte. Ambedue le annate presentate sono state curate dal maître de chai Jean-René Matignon, che nel 2022, dopo aver seguito 37 vendemmie, ha lasciato il testimone a Pierre Montégut.
Il Saint-Estèphe 2017 (66% cabernet sauvignon, 32% merlot, 1% cabernet franc, 1% petit verdot) ha colore porpora fitto, un naso profondo di mirtillo, vivezza di erbe, spezie e balsami, lieve sottobosco, e una bocca di fittezza e freschezza, polputa e opulenta senza perdita di tonicità e slancio, con un finale in crescendo di sapore. Il Saint-Estèphe 2012 (75% cabernet sauvignon, 22% merlot, 2% cabernet franc, 1% petit verdot), maturato per un anno e mezzo in barrique nuove per il 50% (la restante metà è di secondo e terzo passaggio), ha lo stesso colore e un’offerta olfattiva giocata sulla profondità dei piccoli frutti neri, tra mirtillo e cassis, con un palato voluttuoso e una stoffa tannica di razza, capillare e penetrante, “tramosa”, compatta e persistente come vuole il carattere di questo territorio.

Nella magica, incantevole terra di Pauillac, dove spiccano ben tre Premier Cru Classé, si staglia l’abbacinante bellezza di Château Pichon Baron, mirabile fusione di classico e contemporaneo, con il celebre castello del 1851 che si riflette in uno specchio d’acqua e il recente, bellissimo padiglione per l’accoglienza che lo affianca. L’origine dello Château risale addirittura al 1694 per opera del barone Jacques Pichon de Longueville (la moglie portò diversi vigneti in dote e prima della morte del Barone la tenuta comprendeva anche le terre del futuro Château Pichon Longueville Comtesse de Lalande) e dal 1987 è di proprietà del gruppo assicurativo Axa guidato da Christian Seely, dentro la cui galassia produttiva gravitano Château Pibran, sempre a Pauillac, Château Suduiraut a Sauternes, Domaine de l’Arlot in Borgogna, Disznókö nella zona del Tokaji, Quinta do Noval e Quinta do Passadouro nella zona del Porto, Outpost e Platt Vineyards in California.
«75 ettari per 70 parcelle con 900 piante per ettaro e viti con 35 anni d’età media. Tutti gli appezzamenti sono vinificati per gravità in altrettante vasche, di cui solo il 40% finisce nel grand vin. Maturazione di 18 mesi in barrique, nuove per il 70%. L’uvaggio è 66% cabernet sauvignon, 28% merlot, 5% cabernet franc, 1% petit verdot. La parte più alta del plateau è a 35 metri. Siamo nella parte sud di Pauillac, dove già si vede il villaggio di Saint-Estèphe» racconta Jean Rémy Lacaille, il direttore commerciale dello Château. Il Pauillac è un Deuxième Cru Classé, che molti considerano un altro “super-second”. Il 2018 ha colore porpora tanto fitto quanto nitido, ipnotico alla vista, un olfatto che si apre a un’invitante profondità di frutto, la quale si ritrova specularmente al palato in un tripudio di piccoli frutti neri (mora, cassis): ha dense movenze, forte compattezza, un allungo di freschezza e tensione che fa scintillare la qualità e la nitidezza del carattere. Il 2014, vendemmiato da metà settembre a metà ottobre, ha colore porpora intenso, un naso di cassis profondo e aeriforme, un palato dal passo felpato, non profondo ma molto coeso, sciolto, di buona persistenza.

Troisième cru classé a Margaux, Château Kirwan deve il proprio nome al facoltoso commerciante irlandese Mark Kirwan, originario di Galway come un altro celebre “wine geese”, John Lynch, il cui figlio Thomas avrebbe poi acquistato il Domaine de Bages, oggi Lynch-Bages. Mark Kirwan arriva nel Bordelais alla metà del xviii secolo, comprando alle porte di Cantenac quello che al tempo era conosciuto come il Domaine de Lassalle. Dal 1927 lo Château appartiene agli Schÿler, un’importante famiglia di négociant arrivata a Bordeaux nel 1739. La tenuta di Kirwan riceve un determinante impulso produttivo a metà degli anni Settanta del Novecento da Jean-Henri Schÿler, settima generazione di famiglia, che incomincia un’importante opera di reimpianto.
«Sono 37 ettari a corpo unico: 47% di cabernet sauvignon, che cresce sulle ghiaie e forma la “struttura del tetto”; 34% di merlot, più della media per la presenza dell’argilla, che rappresenta “l’arredamento della casa”; 10% di cabernet franc, che è “la decorazione d’interni”; 8% di petit verdot e 1% di carmenère, che sono “le travi principali che sostengono la struttura”» dice Yann Schÿler, ceo dello Château, paragonando le fondamenta viticole dei suoi vini a quelle di un edificio. «C’è anche un ettaro di chardonnay per un nuovo progetto e qualche vitigno resistente rosso. Nel 2008 abbiamo iniziato un accurato studio pedologico e nel 2016 costruito la nuova cantina di vinificazione». Dal 2008 la conduzione enologica è nelle mani di Eric Boissenot e il second vin aziendale si chiama Les Charmes de Kirwan. Il Margaux 2016 è frutto di una tipica annata “médocain”, con un’estate caldissima e una pioggia scesa a metà di settembre. Il taglio è 55% cabernet sauvignon, 33% merlot, 7% cabernet franc, 5% petit verdot e il vino ha trascorso un anno e mezzo in barrique per metà nuove. Ha limpido aspetto color porpora, un naso che è un elegante passo di danza con una trasparenza aromatica quasi sublimata e un palato fresco e leggiadro, molto sciolto e fluido, con un ritmo di andante gustativo che rilascia una persistenza al contempo delicata e incisiva. Il Margaux 2003 (annata californiana), vede un 48% di cabernet sauvignon, un 32% di merlot, un 12% di cabernet franc e un 8% di petit verdot con 18 mesi in barrique, nuove per il 40%. Il colore è un porpora che vira all’amaranto sull’unghia, i profumi sentono l’evoluzione terrosa, il sottobosco maturo, la densità del frutto, la persistenza della terra: quel carattere coriaceo e umbratile che contrassegna i rossi di questo territorio.

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