Per comodità del lettore propongo il pezzo in due varianti, la prima facile da leggere, la seconda concettosa e vagamente sfiancante.
Versione veloce
In nessuna area produttiva come a Bordeaux uno stesso stile di vino è declinato in migliaia di micro-varianti. Chi abbia messo il naso in un bicchiere di rosso bordolese e poi lo abbia assaggiato sa che lo schema è: colore di buona intensità, profumi erbacei e speziati, gusto tenuemente vegetale, notevole trama tannica. Questo modello di base viene variato partendo da vinelli da 5 euro, decorosi nella loro semplicità ma vegetalozzi e dai tannini piuttosto labili o – se più presenti – di grana grossa, a monumenti di straordinaria finezza estrattiva e di iridescente complessità aromatica. In mezzo, un oceano di variazioni.
Oggi suggerisco uno Château che si trova sulla sezione mediana dell’asse vinello/monumento: Canon-Pécresse. Il nome non è tra i più eufonici, ma il vino è da qualche vendemmia degno di interesse. Siamo nella Rive Droite, entro l’appellation Canon-Fronsac. La tenuta, atipicamente modesta nell’estensione per l’areale di Bordeaux (solo 4 ettari), ospita merlot (70% nel taglio) e cabernet franc.
Il 2020 unisce dinamica e concentrazione senza risultare troppo denso o troppo astringente. Prezzo ancora più che abbordabile, sui 30 euro.
Versione concettosa
Un modello ricorsivo è un oggetto concettuale o formale che si ripete in se stesso o nei suoi derivati. Ogni declinazione ne contiene una traccia strutturale, come un’eco dell’origine.
Nella visione antica, in particolare platonica, il modello (l’Idea) è ciò che dà forma e senso a ogni sua copia nel mondo sensibile. Le declinazioni sono imitazioni dell’originale, che però non esauriscono mai l’essenza del modello. Ogni copia ne rimanda strutturalmente alla sua matrice.
Dopo qualche secoletto il modello non è più necessariamente un’unità originaria e trascendente, ma può essere un nucleo generativo, una struttura replicabile che si autodeclina, si deforma o si moltiplica anche senza un originale “assoluto”. L’oggetto attivato come modello diventa spesso un campo di possibilità: ogni declinazione non è solo una ripetizione, ma anche una trasformazione, che ridefinisce l’identità del modello stesso.
Nella filosofia dell’evento di Deleuze ogni ripetizione è una differenza: la ripetizione in sé non è una copia, ma una differenza che insiste dentro la struttura del ripetuto. Il modello si manifesta in un movimento continuo di variazione.
Lo stile è il campo più visibile della ricorsività nei modelli. Uno stile riconoscibile (ad esempio rococò, minimalista, cubista) si costruisce su regole generative ricorsive, che permettono di riconoscere l’origine anche nelle sue più lontane variazioni.
In questo senso, lo stile è una vera e propria grammatica: ogni opera che lo adotta è una frase nuova scritta con le stesse regole sintattiche, ma con infinite possibilità semantiche.
La ricorsività implica una tensione formale: ogni declinazione afferma e nega l’identità del modello.
Se il modello è troppo incombente, si cade nella ripetizione pedissequa, nella copia insignificante. Se l’interpretazione è troppo libera, si perde il legame identitario con il modello originale. La dialettica tra somiglianza e differenza è quindi l’asse su cui si muove lo stile. Lo stile in qualsiasi campo: anche nel vino.
In nessuna area produttiva come a Bordeaux uno stesso stile di vino è declinato in migliaia di micro-varianti. Chi abbia messo il naso in un bicchiere di rosso bordolese e poi lo abbia assaggiato sa che lo schema è: colore di buona intensità, profumi erbacei e speziati, gusto tenuemente vegetale, notevole trama tannica.
Questo modello di base viene variato partendo da vinelli da 5 euro, decorosi nella loro semplicità ma vegetalozzi e dai tannini piuttosto labili o – se più presenti – di grana grossa, a monumenti di straordinaria finezza estrattiva e di iridescente complessità aromatica. In mezzo, un oceano di variazioni.
Oggi suggerisco uno Château che si trova sulla sezione mediana dell’asse vinello/monumento: Canon-Pécresse. Il nome non è tra i più eufonici, ma il vino è da qualche vendemmia degno di interesse. Siamo nella Rive Droite, entro l’appellation Canon-Fronsac. La tenuta, atipicamente modesta nell’estensione per l’areale di Bordeaux (solo 4 ettari), ospita merlot (70% nel taglio) e cabernet franc.
Il 2020 unisce dinamica e concentrazione, senza risultare troppo denso o troppo astringente. Prezzo ancora più che abbordabile, sui 30 euro.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









