I prezzi folli dei Borgogna: perché e percome

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I bevitori di Borgogna – categoria un tempo costituita da una nicchia di appassionati e che attualmente coincide più o meno con l’intera popolazione italiana – stanno sperimentando da almeno un decennio una crescita esponenziale nei prezzi dei vini. Una crescita ormai insostenibile per le tasche di chiunque non traffichi in armi o droga, appena mitigata da un leggero calo registrato dal 2022 a oggi nelle quotazioni dei cru più esclusivi. Cru esclusivi che in ogni caso rimangono sul piano dell’inavvicinabilità quasi assoluta, se è vero com’è vero che ad esempio un La Tâche 1999 è passato da diecimila euro di qualche anno fa a “soli” ottomila euro adesso.

Le cause sono diverse e concomitanti. Non mi sogno di esporle in una disamina sistematica, provo a elencare invece una serie di punti di un certo peso nel determinare la deriva delle quotazioni. Non è escluso che ne tralasci qualcuno importante, o che mi sfugga una concausa rilevante. Ma intanto propongo qualche elemento per capire a grandi linee la questione.

Un primo snodo nevralgico è costituito da ciò che è accaduto e accade sul piano agronomico. Una serie di scelte incaute prese decenni fa hanno reso il vigneto borgognone – già marcatamente provato da un’età media delle viti molto elevata, sopra i 50 anni, ciò che porta a un inevitabile calo nella produzione – molto più fragile e suscettibile a malattie e degenerazioni assortite.

Copioincollo un paragrafo significativo da un recente articolo di Bettane e Dessauve:

Frédéric Barnier

“Il portainnesto 161-49 è stato a lungo promosso dalle autorità e dai vivaisti per le sue qualità, in particolare la sua capacità di limitare il vigore della vite e produrre vini pregiati”, spiega Frédéric Barnier (direttore tecnico della Maison Jadot). “Abbiamo notato venticinque anni fa che non cresceva più in alcuni luoghi. Il suo declino è addirittura molto rapido: perdita del 20% nell’anno n, dell’80% nell’anno n+1 e la perdita totale nell’anno n+2. La vite è quindi colpita dalla fillosi, che crea blocchi nella circolazione della linfa e uccide il legno”. Il fenomeno ha sorpreso Justine Savoye, responsabile del vigneto del Domaine Chanson. “Questo portainnesto è piantato su circa il 70% del vigneto. Le viti di età inferiore ai 30 anni sono così gravemente colpite che dovrebbero essere estirpate immediatamente. (…)  Le conseguenze di questo declino sono economicamente disastrose.”

Questo tipo di decisioni agronomiche è venuto dopo un repertorio di altre scelte dubbie antecedenti, come l’eccessivo uso di potassio degli anni 60 e 70, che ha alterato l’equilibrio dei terreni e l’acidità dei vini. Anche la selezione di un materiale vegetale inadatto e ovviamente il costante impiego di sostanze chimiche di sintesi ha contribuito a creare problemi a media e lunga gittata temporale. Ciliegina sulla torta, il pluricitato cambiamento climatico, i cui effetti sono evidenti e non richiedono spiegazioni. Risultato finale: il vigneto borgognone produce sempre meno (nell’articolo bettaniano/desseauviano si parla di un 20% in meno, proprio “la quantità di vino che manca ogni anno affinché il prezzo dei vini di Borgogna torni a un livello normale”).  

Ma nell’ultimo quindicennio, andando a spanne, un altro attore – anzi, il primo attore – ha lavorato per alimentare la spirale dei prezzi: la speculazione internazionale. I Borgogna hanno scalato le classifiche delle vendite di vino pregiato, sbaragliando le percentuali di crescita delle altre regioni nobili (Champagne, Bordeaux, etc) con numeri di ascesa impressionanti: l’indice Liv-Ex Burgundy 150 segna uno stupefacente +537% nell’arco degli ultimi vent’anni. Cioè più dell’oro stesso (+513% nello stesso periodo).

Vero, da due o tre anni assistiamo come premesso a un leggero sgonfiarsi della bolla: i principali broker mondiali si sono riempiti le cantine ma nel mercato – soprattutto asiatico – la domanda ha rallentato in modo percettibile. Il ridimensionamento è tuttavia ancora molto contenuto. Soprattutto, risulta insufficiente per far riavvicinare la maggior parte dei vini borgognoni famosi al potere di acquisto dell’enofilo non milionario.

Tempo fa un vecchio amico, scomparso da poco all’età di novant’anni, si lamentava: “ancora negli anni Ottanta potevo permettermi un vino della Romanée Conti, anche il Romanée Conti stesso volendo, facendomi un piccolo regalo una volta ogni tanto, magari per Natale. Oggi con la stessa cifra di un Romanée Conti mi potrei comprare un box auto a Torino.”

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