
Trent’anni sono trent’anni. Che nel caso di Panzano, poi, hanno segnato un traguardo importantissimo. Non solo perché sono giusto 3 decenni che è nata la Unione Viticoltori di Panzano in Chianti, ma anche perché possiamo ben dire che siano trascorsi 3 decenni da quando il concetto laicamente santo di condivisione nel settore vitivinicolo, e quello più alto ed etimologicamente corretto di terroir, hanno trovato piena esplicitazione e chiaro indirizzo. Grazie a Panzano.
Alla luce di tutto quel condividere e quel confrontarsi non c’è da sorprendersi della eccezionalità dei risultati raggiunti. Perché dall’idea primigenia di unirsi per promuovere i vini del territorio si è via via passati ad analizzare i temi della salvaguardia ambientale e della cura del paesaggio rurale, allargando le visioni all’intero distretto, riconducendo tutto il portato di bellezza di questo angolo di mondo chiantigiano sotto l’egida di un processo di acquisizione di una coscienza agricola collettiva, nella consapevolezza che lavorando assieme per un obiettivo il risultato finale possa essere di gran lunga superiore alla somma dei singoli risultati.
Sì, Panzano in Chianti è stato il primo Biodistretto viticolo italiano in ordine di tempo (2011). Ed oggi può vantarsi di annoverare il 95% delle sue terre vitate coltivato secondo il metodo biologico.
E tutto questo grazie ad un progetto ben preciso, alla cui fattibilità ha dato piena concretezza la nascita della Stazione Sperimentale per la Viticoltura (Spevis), fondata proprio qui a Panzano nel 2008 dall’agronomo Ruggero Mazzilli. Un autentico supporto tecnico-scientifico, a disposizione di tutti, che ha implementato programmi di sviluppo sostenibile delle pratiche agronomiche, soprattutto nel campo della lotta alle fitopatologie.
Ché poi in fondo sta proprio in questi aspetti di salvaguardia del contesto agricolo e paesaggistico il tratto qualificante e distintivo del distretto panzanese, quello che ne attualizza immensamente la valenza storica e il significato. Viene prima della qualità di una proposta, o del fatto che i vini di Tizio siano più o meno buoni di quelli di Caio. E’ un orgoglio che non guarda al proprio orticello, ma si consolida in una visione condivisa da un intero territorio.
La retrospettiva 1995-2005-2015 ha costituito uno dei regali celebrativi di questo agognato trentennale. Le aziende facenti parte l’Unione (quasi tutte) hanno presentato etichette risalenti a quei millesimi lì. Ora, come capirete leggendo, non tutti hanno potuto proporre vini derivanti dalle 3 annate, e comprensibilmente, direi, dal momento in cui alcune aziende magari non erano ancora nate nel 1995 ( o nel 2005), oppure erano nate ma nel corso della loro storia sono state poi acquisite da altri, andando incontro a pagine nuove.
Esaustività o meno, e tenuto in debito conto che le annate in gioco potrebbero possedere connotati diversi in termini di caratteristiche climatiche e andamenti stagionali, una retrospettiva di tal fatta mette il pungolo giusto per traguardare gli stili e la personalità dei vini al trascorrere del tempo. In altri termini, il dove si era e il dove si è arrivati. Ho inteso raccontarla attraverso brevissimi ritratti aziendali, mantenendo fede all’ordine alfabetico.
Buona lettura, ma soprattutto 100 di questi 30 anni alla benemerita Unione panzanese!
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CAFAGGIO
Nel bel mezzo del settore ovest del distretto, quello che guarda al fiume Pesa, i vigneti digradano dolcemente secondo due versanti contrapposti lungo un crinale di collina ben scolpito: siamo a Cafaggio. Qui le quote altimetriche si attestano sui 350 metri e i suoli si fanno decisamente galestrosi. Cafaggio ha assurto a meritata fama grazie alla storica conduzione di Stefano Farkas, per poi passare, nel 2005, sotto il controllo del colosso cooperativo trentino La-Vis, ed infine, dal 2016, di una società partecipata pur’essa trentina.
C’è una leggibile cesura stilistica-interpretativa fra i vini dell’epoca Farkas e gli attuali. Il San Martino 1995, ad esempio, è un Sangiovese in purezza appartenente all’epoca “farkasiana”, e nonostante una certa rigidità nei movimenti appare ancora vitale, tonico, sapido, addirittura snello nel finale.
Il Chianti Classico Riserva Basilica San Martino 2015 (che qualche anno più tardi diverrà un Chianti Classico Gran Selezione), nelle fattezze sembrerebbe ricondurci a uno stile dichiaratamente “moderno” ed estrattivo, risultando più frontale che profondo, sia pur grintoso.
CANDIALLE
L’appendice meridionale della Conca d’Oro, zona di transizione geologica fra la pietraforte e la formazione di Sillano, tende a favorire profili organolettici piuttosto assimilabili a quelli dei vini appartenenti al settore sud del distretto, dove snellezza e bilanciamento alcolico sono voci fondanti.
Ecco, la famiglia Peränen ci ha abituati a vini cesellati e tecnicamente irreprensibili, che nel loro percorso, qua e là, hanno intercettato uno stile calibratamente internazionale, corrisposto però da una vitalità acida e da un equilibrio alcolico in grado di fare la differenza.
E se Ciclope 2005 (merlot in prevalenza, con saldo di sangiovese e syrah) è ancora polposo e vibrante, il Chianti Classico La Misse di Candialle 2015, da uve sangiovese e da un affinamento in cemento, segna uno scarto stilistico significativo nel verso della articolazione e della capacità di dettaglio. E’ dinamico, elegante, affusolato, di bella trasparenza espressiva: tipicità e territorio in lui ben si compenetrano.
CASALOSTE
Accreditata portavoce del versante est di Panzano, e più precisamente di quello di Montagliari, tanto amato (e ricordato) dai vecchi appassionati del Chianti Classico che fu, la cantina di Giovan Battista ed Emilia D’Orsi è stata fra le prime, in zona, ad adottare protocolli biologici certificati, mentre lo stile assunto ha sempre guardato alle innovazioni tecnologiche e ai legni piccoli, combinando pienezza e flessuosità in vini dalla trama compatta, non privi però di una consistente base acida, lascito legittimo del territorio di origine.
Ma è una sensazione di prevalente leggerezza a permeare di sé il Chianti Classico Riserva 1995, dove i toni terrosi e tabaccosi del paesaggio aromatico fanno il paio con un morigerato temperamento alcolico e una scodata salina che giova molto alla persistenza.
Di contro il Chianti Classico Gran Selezione 2015 (sangiovese; canaiolo) sembra risentire dell’annata generosa e calda da cui discende. Con una dote acida più smussata del solito, propone un tratto levigato, rotondo, in leggero debito di reattività, fra le cui maglie l’eloquio tende ad impastarsi un po’.
CASTELLO DEI RAMPOLLA
Dai Rampolla la terra non si tocca né si lavora, ci si accerta semmai che respiri. Il tempo, le aggiornate consapevolezze e l’attenta osservazione gli hanno creato una pelle, e creare una pelle alla terra, stimolandone l’attitudine a reagire, significa foderare il futuro di una certezza in più, e il futuro qui vuol dire “agricoltura sottrattiva”.
Dietro l’approccio al contempo olistico e pragmatico di Luca Di Napoli Rampolla si cela un pensiero critico fuori dal coro capace di scavare nelle coscienze, e una filosofia di vita “obliqua” abbracciata con trasporto e devozione. Nei gesti e nei modi della sorella Maurizia, invece, c’è la gioia di vivere la propria terra con affetto e con un cuore grande così.
Ci troviamo all’interno della Conca d’Oro, a Santa Lucia in Faulle, terra di pietraforte, dove in prevalenza vi si coltiva il cabernet sauvignon, rispetto alle altre varietà (sangiovese in primis), e dove i vini, checchennedica la paletta varietale assunta, trasudano chiantigianità.
Sammarco 1995 (cabernet sauvignon; sangiovese) non tradisce l’ascendente bordolese in un sorso di affermata, solida pienezza: è grintoso, vivo, saporito, mentre Sammarco 2005 (cabernet sauvignon; sangiovese, merlot) contempla sfumature più sottili e un’apparente “diluizione” di materia: a giovarsene sono la finezza e la dinamica gustativa. Sammarco 2015 (cabernet sauvignon; sangiovese, merlot) mostra una ricchezza còlma di senso e un perfetto grado di maturazione del frutto; la sua gioventù vibratile riesce a scansare le “insidie più insidiose” del particolare millesimo.
FELCIANO
Affacciata sul versante orientale della Conca d’Oro, fra marne calcaree e pietraforte, Felciano ha una storia che affonda nella mezzadria e dalla mezzadria risorge, grazie al successivo affrancamento avvenuto per mano della famiglia Morelli, che lì vi aveva lavorato e che ne acquisì la proprietà alla fine degli anni Settanta.
Una storia contadina che non è che abbia propriamente intercettato i riflettori della ribalta, ma che ha di recente avviato un nuovo corso grazie alle giovani generazioni, inaugurato proprio da questo Trille 2015, le cui uve sangiovese, in seguito, saranno destinate al Chianti Classico Riserva.
Ebbene, il timbro autunnale dei profumi e la terziarizzazione del quadro gustativo mostrano una evoluzione fin troppo “debitrice” del tempo. Non resta che puntare al futuro con i vini delle produzioni più recenti.
FONTODI
Senza far torto a nessuno, una delle aziende più rappresentative del comprensorio panzanese e chiantigiano tout court, i cui vigneti colorano e disegnano il cuore della Conca d’Oro, ed i cui vini ne costituiscono i portavoce più affermati, quelli che ne hanno fissato le direttrici organolettiche.
Di struttura, solidità e materia sventolano le loro insegne, accompagnate da importanti fondamenta acide, a concretizzare vini robusti ma sfaccettati, che oggi come oggi devono forse “lottare” un po’ di più, sul piano dell’equilibrio, contro le ingerenze di un clima che cambia, ma che il tempo hanno sempre saputo domarlo da par loro, acquisendo con il vecchieggiare un quid di eleganza in più.
Dimostrazione ne sia questa mini-verticale di Flaccianello della Pieve, etichetta cult della casa. Teso, dinamico e impettito il 1995; ricco, polposo ma ben sostenuto dall’acidità il 2005; tosto, robusto e saporito il giovanissimo 2015.
IL MOLINO DI GRACE
La proprietà, acquisita alla fine degli anni Novanta del secolo scorso da Frank Grace, è stata progressivamente trasformata in un’azienda vitivinicola ben strutturata dove niente è lasciato al caso. Perizia tecnica e stile “moderno” hanno plasmato la fisionomia dei vini, le cui uve provengono dal settore meridionale di Panzano, giusto a ridosso del torrente Pesa e assai prossimo al confine comunale fra Greve e Radda. Un luogo segnato dalla presenza cospicua della pietraforte, i cui vini marcano un peso strutturale più accorto rispetto alla robustezza dei panzanesi di altra sponda.
Ora, la storia aziendale ha alternato vini piuttosto frontali a versioni invero più articolate, grazie ad un uso più calibrato dei legni. Il Chianti Classico Riserva 2005 (sangiovese), ad esempio, profuma di terriccio e cacao amaro, e si porta appresso qualche empireumatismo di troppo, ma la spiccata coloritura sapida ne agevola eccome la scorrevolezza.
Gratius 2005 (sangiovese; colorino, canaiolo) propone un quadro aromatico riconducibile a quello del vino precedente, ma al gusto è fin troppo risoluto, tostato e asciutto. E’ invece ancora la sapidità a dare segno di sé nel Chianti Classico Gran Selezione Il Margone 2015, che nonostante l’annata insidiosamente calda non si fa mancare tonicità e vivezza. Discorso diverso per il Supertuscan style Gratius 2015 (sangiovese; colorino, canaiolo), apparso spinto nella estrazione e un po’ compresso nel disegno.
IL PALAGIO DI PANZANO
L’accesso settentrionale alla Conca d’Oro è costituito dai terreni vitati del Palagio, governati con occhio scrupoloso e sincero affetto da Monia Piccini e dal marito Franco Guarducci, in una dimensione di impresa a decisa trazione familiare che ha inteso affidare le proprie credenziali al solo sangiovese e alla classicità stilistica, assecondando gli stimoli di un luogo che, grazie ai galestri e alle buone giaciture, riesce a combinare struttura e freschezza in disegni accordati che accolgono la tipica terrosità dei vini del comprensorio e, talvolta, qualche spigolatura più umorale.
Monia ha preso le redini dell’azienda fondata dal padre nel 2007, e quindi in retrospettiva troviamo il suo Chianti Classico Riserva 2015, còlto in una fase della parabola vitale piuttosto austera e introspettiva, dove la dote della reattività non si traduce propriamente in in dinamica, e la fisionomia resta impettita e perentoria in chiusura.
L’ORCIO A CA’ DI PESA
Piccola azienda del settore ovest di Panzano, quello – per l’appunto – di Ca’ di Pesa, dove le quote altimetriche riprendono slancio e i suoli si compongono di pietraforte, L’Orcio è frutto di un innamoramento, l’ennesimo; quello dei coniugi Jonathan Auerbach e Jessika Hegewisch per la terra chiantigiana, ciò che in seguito (2009) si è trasformato in un progetto vitivinicolo di qualità.
Indi per cui un solo vino presente in questa retrospettiva, un Chianti Classico Riserva 2015 da sole uve sangiovese vinificato in orci di terracotta ed affinato in legni piccoli. Ebbene, mostra un bel “tono di voce” e una bella flessuosità, associati a nitidezza e ad armonia gustativa. La trama è ampia, confortevole, articolata, e a prevalere è l’interiorità, non la presenza scenica.
LE CINCIOLE
Luca Orsini e Valeria Viganò le loro vite le hanno consacrate alla terra. E a una visione condivisa formatasi sulle fondamenta di una coscienza ecologica illuminata, dove l’idealità si salda al pragmatismo. L’orizzonte dei vigneti guarda a oriente, talvolta piegando a nord, talvolta a sud. Assieme alle altitudini configura una enclave fresca e appartata, quando è il caso interessata dai venti di tramontana.
E se la selettività microclimatica è andata progressivamente temperandosi nel corso degli anni a fronte di stagioni sempre più calde, ciò non impedisce a questi luoghi di agevolare vini dal profilo nervoso e contrastato, fatti per durare nel tempo. Con la decisa complicità della pietraforte, base costitutiva di suoli altamente calcarei che fanno tanto Panzano.
Il Chianti Classico 1995 è ancora fresco, sottile, affusolato, e possiede il fascino indiscreto che solo attiene a una evoluzione garbata. Il Chianti Classico Riserva 2005 è rigido ma reattivo, terroso ma incisivo; non scorre disinvoltamente, ma ha una acidità che ancora spinge.
Il Chianti Classico 2015 è tonico, fresco, dal temperamento austero. Qui il territorio vince su tutto. Petresco 2015, infine, è un Sangiovese in purezza di notevole integrità, il cui avviluppo gustativo sottende concretezza.
LE FONTI
Acquistata nel 1994 dalla famiglia Schmitt-Vitali, Le Fonti (da non confondersi con l’omonima Le Fonti di Poggibonsi) è stata fatta oggetto fin da subito di reimpianti mirati per concretizzare un parco vigneti prevalentemente coltivato a sangiovese, con in più cabernet sauvignon e merlot, al fine di disegnare vini nel rispetto di un calibrato stile moderno, caratterizzazione, quest’ultima, “stemperata” dal particolare microclima del luogo, giusto sotto il centro storico di Panzano, segnato dalle altimetrie significative e da giaciture piuttosto fresche.
Il Chianti Classico Riserva 1995, prima annata prodotta, non nasconde la sua anima bordolese nei rimandi erbacei ma è ancora tonico, vivido e succoso. Il Chianti Classico 2005 ne ripercorre le tracce aromatiche in un profilo dal buon tono acido, dal tocco tannico terroso e dalla apprezzabile vivacità gustativa.
Il Chianti Classico Riserva 2015 è ricco, etereo, conciliante, dal tatto levigato e dai tannini super fusi.
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Fine prima parte

Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









