All’origine della cantina Gagliole c’è l’acquisto nel 1990 di una casa pensata per le vacanze in Toscana, una scelta sempre più frequente da parte degli stranieri innamorati di queste terre e dei loro paesaggi. Questa è una storia che abbiamo sentito raccontare più di una volta, ma il caso della famiglia Bär-Bettschart di Zurigo è particolarmente emblematico perché la decisione di dar luogo ad una azienda vitivinicola, suggerita dal fatto di trovarsi subito ad ovest di Castellina in Chianti e dallo spettacolo dell’anfiteatro di vigne piantate in un sistema di muretti a secco, è stata solo un punto di partenza per la ricerca di una coralità di territori nel cuore del Chianti Classico e la conseguente realizzazione delle loro espressioni vinose.
Infatti agli otto ettari dei vigneti di Castellina se ne sono aggiunti negli anni nove a Panzano in Chianti (dove oggi ha sede la cantina “operativa”) e quattro nei pressi della Badia a Passignano, zona Tavernelle Val di Pesa. E una volta raccolta questa pluralità di caratteri ed espressioni del territorio del Chianti Classico si è presto resa necessaria la collaborazione con un “sangiovesista” di ferro come Paolo Salvi, uno di quegli enologi che senza fronzoli sanno andare con poche parole all’essenza dei principi e dei metodi del loro modo di fare vino di qualità. E, come è noto, per arrivare all’essenza, ci vogliono studio, conoscenze, esperienze, pensiero.
Nella pratica, il suo ruolo è stato (anche) quello di aggiornare la vitivinicoltura di Gagliole da una configurazione “anni 90” ad una più contemporanea, ad esempio spostando il cabernet sauvignon dai Chianti Classico ad un vino a sé stante, e decidere come trasferire in vini identitari le espressioni dei territori in cui si articola l’azienda: infatti, se nel caso di Gagliole (ossia Castellina) la pietraforte dominante nei terreni rende i vini più”profilati” e leggeri, a Panzano l’argilla che l’accompagna porta a risultati più rotondi e “materici”.

E poi, assieme ad uno staff giovane e”tosto” capeggiato dall’enologo Giulio Carmassi, sono state tante le scelte dirimenti per definire l’identità dei vini: per dire, l’assenza di cimature nelle viti, le oculate applicazioni di “agricoltura di precisione” come lo studio accurato dei sovesci, l’uso di biostimolatori naturali, l’irrigazione di sostegno quando necessaria. Il risultato, alla fine, sono 85mila bottiglie l’anno certificate bio che vengono immesse sul mercato e seguite dai responsabili vendite e comunicazione Cosimo Soderi e Alessia Riccieri.
Gli assaggi

Partiamo da Il Bianco, un Igt Colli della Toscana Centrale realizzato con malvasia, trebbiano e viognier. L’annata 2022, climaticamente piuttosto difficile, mette in mostra un olfatto persistente ed espressivo su note di fiori gialli e leggero miele; in bocca esprime buona rotondità, e se non riesce a contraddistinguersi per pienezza ed impatto, nel finale si rende piacevole grazie a belle vibrazioni, succosità, sapidità e affascinanti rimandi di macchia mediterranea e salvia. L’annata 2022 invece è un’espressione più “ortodossa” di questo vino, fatta di un olfatto ampio e penetrante a cui si aggiunge una componente fruttata e di una beva vellutata, scorrevole e cremosa, con un finale piccante.

Il Chianti Classico Rubiolo 2023, vinificato con acino intero (una procedura che limita fortemente eventuali tannini verdi) e che dopo 15 giorni di macerazione viene affinato in cemento e barrique usate, sfoggia un naso fresco, floreale, esuberante e condito di note ferrose. In un palato ampio e leggero si avvertono note di frutta rossa ed erbe aromatiche che arrivano fino ad un finale ampio e pieno di energia.
Il Chianti Classico Riserva 2021 unisce ad un frutto maturo e rotondo espresso al naso la leggerezza e la scorrevolezza di una beva che se da una parte ribadisce la maturità di espressione dall’altra la affianca ad una bella eleganza, ad energia e a vibrazioni fini nel finale.

Il Chianti Classico Gran Selezione Gallule (dalla antica denominazione di Gagliole, ma questo nome presto verrà tolto perché troppo simile all’Igt e tende a confondere) prende origine invece dalle vigne nei terrazzamenti “castellinesi” di Gagliole. L’annata 2021 sfoggia fin dall’olfatto una grazia espressiva fatta di frutta rossa leggera ed elegante; poi, all’ingresso in bocca, si avvertono ampiezza e leggerezza, e il finale è luminoso e scintillante.

Diverso il registro espressivo del Gagliole, un Colli della Toscana Contrale Igt prodotto con le uve dei migliori vigneti di Panzano, tra i quali quelli piantati negli anni 90 ad alta densità di impianto, ossia 9000 piante per ettaro. Nell’annata 2021 un frutto impattante e maturo al naso è ribadito da una beva potente, saporita e vellutata, che va in progressione ancora con qualche sbandamento, alla ricerca di un assestamento nell’espressione di una materia di assoluta qualità.
Infine il Balisca 2021 dalle uve cabernet sauvignon provienenti dai vigneti piantati 30 anni e in precedenza utilizzati per il Chianti Classico. Qui il vitigno è espresso nella sua acclimatazione chiantigiana: interminabile al naso su note mature di cassis, in bocca è potente, salino, concentrato ma anche alleggerito grazie a fitte venature acide. Il tannino è vivido e di rara finezza.
Nelle immagini: Paolo Salvi, Giulio Carmassi e Cosimo Soderi

Scrive di vino, gastronomia e agroalimentare di qualità. Assieme a Luca Bonci ha fondato nel 1999 L’AcquaBuona. Direttore editoriale, gestisce le relazioni con i lettori e con la stampa. È membro dell’ASA (Associazione Stampa Agroalimentare)









