Il Roero a Roma: vini e territori che sanno parlare di sé

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Roma, Piazza della Repubblica. Sulla terrazza panoramica dell’Hotel Anantara, il panorama è mozzafiato: affaccio diretto sulla piazza e sulla Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, uno degli ultimi progetti architettonici di Michelangelo. L’atmosfera è conviviale e sofisticata allo stesso tempo (grazie a Massimo Corrado, storico amico di Acquabuona, per l’invito): calici, profumi, voci e accenti piemontesi si mescolano in una serata che celebra la provincia di Cuneo e i suoi prodotti simbolo. È una di quelle occasioni in cui un territorio si racconta attraverso le sue sfumature più autentiche: i salumi e i formaggi d’alpeggio, le nocciole delle Langhe, i tartufi del Monregalese, ma soprattutto i vini, specchio fedele di una cultura che non ha mai smesso di evolvere. Nella serata, un posto in prima fila spetta al Roero, rosso di crescente identità, sempre meno disposto a vivere all’ombra dei “grandi fratelli” di Langa.

Un territorio che cresce in consapevolezza

Il Roero non è una novità per chi frequenta il vino piemontese, ma negli ultimi anni ha trovato una voce più sicura, più nitida. I suoli prevalentemente sabbiosi delle sue colline, tra il Tanaro e la pianura torinese, generano vini di trama fine e tensione aromatica, capaci di coniugare eleganza e sostanza. L’Enoteca Regionale del Roero, nata nel 1994 dall’iniziativa dei Comuni del territorio e oggi sostenuta da oltre 70 cantine, ha avuto un ruolo decisivo nel consolidare questa identità.

Attraverso un calendario fitto di degustazioni, convegni e grandi eventi, l’Enoteca è diventata punto di riferimento e laboratorio permanente per la promozione del brand “Roero”. Dalla sede di Canale si irradiano iniziative che coinvolgono produttori, istituzioni, ristoratori e appassionati, creando connessioni tra vino, territorio e cultura. La serata romana ne ha rappresentato una tappa simbolica: un momento d’incontro con la capitale per ribadire che il Roero non è solo un distretto vitivinicolo, ma un sistema che intreccia agricoltura, paesaggio e accoglienza.

Tra i vini protagonisti della cena, ho concentrato le mie attenzioni sul Roero rosso, presentato in una dozzina di etichette ben rappresentative di stili ed interpretazioni differenti, ma accomunate da una chiara coerenza espressiva e da una elevata qualità complessiva. È sempre lui, il Nebbiolo, a dominare la scena, ma qui cambia registro: sulle colline sabbiose del Roero la sua voce si fa più ariosa, meno severa. Qui, nelle migliori espressioni, non cerca la potenza ma la precisione; non l’imponenza ma la finezza. È un vino che si gioca tutto sull’equilibrio, sul passo lieve che accompagna il sorso senza mai sovrastarlo.

E, accanto alla crescente consapevolezza dei produttori, annotiamo un approccio sempre più sostenibile, che l’Enoteca incoraggia e promuove. Ecco che la sensibilità ambientale diventa allora parte integrante del discorso: con il Progetto Ambiente e Roero, l’Enoteca promuove pratiche sostenibili, piantumazioni e studi sugli invasi, unendo concretezza e visione culturale. Il futuro del Roero passa non solo dalla qualità dei vini, ma da un equilibrio più ampio fra paesaggio, agricoltura e turismo.

Cosa porto a casa

Sulla terrazza dell’Hotel Anantara, i vini del Roero hanno mostrato coerenza, pulizia e una personalità precisa. Più che un’operazione promozionale (come di fatto era), la serata è stata la conferma di un percorso di maturità: oggi il Roero non ha più bisogno di definirsi “alternativo” alle Langhe, ma si presenta come un territorio consapevole, riconoscibile e dotato di una sua voce limpida.

Fare un nome piuttosto che un altro sarebbe ingeneroso. I Roero degustati mi hanno colpito in generale per la loro grande beva, pur mantenendo complessità e profondità. Sono vini che interpretano bene il gusto contemporaneo: misurati, gastronomici, spesso di immediata piacevolezza, eppure profondi e intriganti come i grandi Nebbiolo sanno essere. La qualità media è stata altissima e la coerenza con il menù della serata ne ha messo in luce la versatilità, tanto che, come detto, eleggere un preferito sarebbe stato davvero difficile.

Il messaggio che porto a casa, e che vorrei condividere, è lo stimolo ad approfondire la conoscenza di questa espressione di Nebbiolo piemontese: in un momento in cui Barolo e Barbaresco diventano sempre meno accessibili, il Roero si rivela una scelta intelligente per bere grande vino senza eccessi, con l’eleganza sobria che lo contraddistingue. È un territorio che, assaggio dopo assaggio, conferma una spiccata “disponibilità” al dialogo col bevitore, attraverso  bottiglie che coniugano accessibilità e raffinatezza, adatte tanto ad un fruitore esperto quanto a tutti coloro che desiderino avvicinarsi ai Nebbiolo piemontesi con curiosità, senza timore.

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Contributi fotografici dell’autore

 

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