Prendiamo le dicerie comuni su Bordeaux e rovesciamole specularmente per pianificare a tavolino un vino che sia alle antilopi del rosso bordolese “standard”: otterremo qualcosa di molto vicino a La Dame de Onze Heures.
Vediamo le dicerie comuni e più radicate (con il loro fondo di verità, soprattutto pre-2010):
– i vini bordolesi sono ottenuti da un’agricoltura aggressiva, disinvolta sull’uso di pesticidi e sostanze di sintesi nel vigneto, spietata sulle meccanizzazioni (con mezzi pesanti che compattano il suolo); di conseguenza i terreni sono sterili, privi di vita, e il materiale vegetale massificato (le “tout-clone” condannato a suo tempo da Henri Jayer, che non parlava specificamente del suo territorio borgognone, ma della deriva che prendeva l’intero esagono francese).
– i vini bordolesi sono ottenuti dalla solita tiritera “lieviti selezionati/fermentazioni controllate/affinamento in barrique”, e basta.
e vediamo perché questa tenuta dal nome eterodosso per il bordolese (niente “Château” in etichetta) costituisca un rovesciamento prospettico significativo della tradizione.
La Dame de Onze Heures è una minima proprietà di 1,22 ettari a Saint-Émilion, un’estensione vitata insignificante per i numeri della regione. Si fregia però dello status di Grand Cru. Prende il nome da un piccolo fiore, La Dame de Onze Heures, La Dama delle Undici, un mughetto che si apre ogni giorno proprio alle undici, simbolo poetico della cura e dell’attenzione riservata alla vigna.
Béatrice e Vincent Rapin, giovani vignaioli che lavorano in regime ultra-biologico, lo curano amorevolmente, ispirandosi ai principi della permacoltura. La permacoltura è una visione olistica che intende integrare l’uomo, l’ambiente e i diversi sistemi produttivi della campagna in modo che si auto-rigenerino, minimizzando gli sprechi e imitando il funzionamento della natura. Quindi senza remotamente alcun diserbante o prodotto chimico, è ovvio.
Un approccio radicale, che non prevede alcun trattamento del suolo: “il più piccolo passaggio meccanico disturba reti microbiche complesse, schiaccia le gallerie dei lombrichi, secca la superficie, altera gli equilibri naturali. Il suolo non è un supporto, è un organismo che va rispettato” .
Come conseguenza la vigna de La Dame de Onze Heures è l’opposto esatto della vigna bordolese tipica degli anni 80, 90 e 2000: nessun bipede umano passa tra i filari, nessuno esegue trattamenti di nessun genere, non si fanno nemmeno sovesci. Il campo è un insieme anarchico e iper scapigliato in cui coesistono decine e decine di esseri viventi, vegetali e animali. Mi chiedo peraltro come si effettui la vendemmia, forse grazie a ripetuti salti con l’asta da un lato all’altro della vigna.
Le rese sono molto contenute, massimo otto grappoli per pianta. Vendemmia manuale, ci mancherebbe.
La vinificazione segue principi di naturalità assoluta: fermentazioni spontanee, macerazioni brevi, affinamenti di circa due anni in vari contenitori (botti da 10 ettolitri, anfore di terracotta fiorentine da 1.200 litri e “uova” in gres). Corollario ineludibile, nessuna aggiunta di solforosa e imbottigliamento senza filtrazioni e chiarifiche.
Il risultato nel bicchiere? il 2020 è un rosso intenso, concentrato nel colore, che ha riflessi sulla buccia di melanzana. Peculiare lo sviluppo aromatico: un po’ compresso nei primi minuti – o meglio nella prima mezz’ora -, si apre con circospezione in note di mora selvatica, sfumate da sentori di inchiostro e macchia mediterranea. Attenzione, nessun cedimento verso eccessi alcolici o di surmaturazione, solo un gusto compatto, tannicamente fitto ma scorrevole, succoso, direi nel complesso piacevole. Non ho idea di come potrà evolvere negli anni, ma – nella sua eccentricità – scommetterei in un’evoluzione positiva.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.











