Prima dell’esplosione dei vini etnei in termini di moda e poi di moltiplicazione di aziende, grosso modo alla fine degli anni Novanta, di rossi prodotti in loco se ne vedevano pochissimi in giro. Anzi, non se ne vedeva nessuno. Ma sul passaggio dell’Etna da terra incognita a vedette internazionale ho già ampiamente scritto e non ci torno sopra.
C’è però un vino del territorio che agli albori della storia enoica moderna del vulcano era ancora più elusivo, più raro, per molti aspetti più straordinario. Il Vinupetra di Salvo Foti. Un rosso buonissimo, purtroppo quasi irreperibile nelle prime edizioni. Avevo il sospetto che non se ne trovasse una bottiglia nemmeno nella cantina del produttore. Mitologia appartata, leggenda per pochi, unicorno che appare solo ai puri di spirito: questo era il Vinupetra agli inizi degli anni Duemila del secolo scorso.
Da uve nerello mascalese e nerello cappuccio, più un saldo di altre varietà. Molte viti vecchie e vecchissime, alcune su piede franco. Che vino era, se per una combinazione astrale si riusciva a trovarne una bottiglia? era un vino unico, capace di scardinare le convinzioni più radicate: un vino potente che si proponeva con delicatezza, un vino “fine” ma senza alcuna affettazione o compiacimento tecnico, un vino dai toni vulcanici e minerali pronunciati ma dal gusto sottile e civilizzato. Un rosso del sud dagli evidenti tratti nordici. Insomma, il Vinupetra era il Vinupetra, e basta.
All’epoca per semplificare ne ho banalizzato il profilo, riconducendolo per analogia a qualcosa di più conosciuto, e l’ho definito una sorta di incrocio tra un grande Barolo (del quale ricordava la “tridimensionalità” tannica e la profondità del sapore) e un grande Borgogna (al quale rimandava per l’ampiezza dei profumi e il richiamo a un frutto tenero, delicato, infiltrante). Di quel periodo ho chiari ricordi di un paio di vendemmie di Vinupetra, in particolare di una 2002 di commovente luminosità. Ma non lo bevevo da molti – troppi – anni. Salvo ne propone, dal 2006, una versione “Viti Centenarie” realizzata solo in annate eccezionali. Mai ancora assaggiata.
Oggi il Vinupetra è per fortuna leggermente più facile da acquistare. Se ne producono 3mila bottiglia all’anno in media, cioè all’incirca quanto un cru di Barolo, o poco meno. Il 2016 somiglia molto ai suoi fratelli più anziani. È forse più estrattivo, più pieno, più imponente, ma l’ampiezza aromatica è pressoché la stessa, e al palato conferma struttura, ritmo, profondità. Una cinquantina di euro sullo scaffale: non pochi, ma li vale tutti.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









