Cuzziol GrandiVini: un evento trasversale

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Credit Luigi Bonaventura

Il luogo è l’Hotel Gallia di Milano, dove dal 2019 si tiene l’annuale appuntamento di gennaio con i vini distribuiti dalla società di Luca Cuzziol, imprenditore illuminato tra i principali protagonisti del settore. Cuzziol GrandiVini, di cui Luca è amministratore delegato (detiene il 75% delle quote, la restante parte è suddivisa a metà tra Luciano Benetton e Bruno Paillard Sas, maison di Champagne che Cuzziol importa da tempo), ha sede a Santa Lucia di Piave, nel trevigiano, è nata nel 2015 come evoluzione di Cuzziol SpA, l’azienda di famiglia specializzata in bevande, e ha oggi un portfolio di 142 aziende vinicole tra Italia (43 aziende da 14 regioni) ed estero (99 aziende da 14 nazioni).

Vado ogni anno a questo evento, non solo perché è a Milano, dunque comodo per me, ma perché ci sono sempre novità, spunti, rivelazioni. E la possibilità di fare assaggi trasversali dai quattro cantoni del pianeta vino, la cosa che amo di più.

New entry tra Francia e Spagna

In questa edizione le tre nuove acquisizioni estere (Dauvissat, Panisse, Santa Petronila) si sono rivelate tutte dense di suggestioni.

Gli Chablis del Domaine Jean Dauvissat, da viticoltura biologica e biodinamica (vigne dai 20 ai 60 anni), sono vibranti, verticali. Lo Chablis 2023, da una cuvée di una quarantina di parcelle, è austero, sapido, minerale, un profilo che si riverbera negli altri bianchi: dall’agrume spiccato (limone) e dalla sapidità infiltrante del Les Terroirs de la Chapelle 2023 al contrasto e alla tonicità de Les Tierces 2023 fino all’invitante succosità, alla mineralità laminata, alla persistenza salina del Premier Cru Montmains, un altro Chablis “luminoso-limonoso” da viti di sessant’anni.

Sorprendenti e ammalianti i vini del Domaine de Panisse, provenienti da una tenuta di 6 ettari e mezzo a corpo unico nella zona della Janasse di Chateauneuf-du-Pape (le viti più vecchie risalgono al 1924), acquistata nel 2000 dalla famiglia Vacheron (Marilou, Axel, Antoine). Il Côtes-du-Rhône Le Mazet 2024, 60% syrah e 40% grenache con vinificazione a grappolo intero per il 20% e 14 mesi di botte grande, ha un carattere sanguigno e speziato, pepato ed ematico, succoso e persistente, da lasciare attoniti (e un prezzo altrettanto invitante). Lo Chateauneuf-du-Pape Le Mas 2024 (50% grenache, 20% mourvedre, 20% syrah, 10% cinsault, con gli ultimi due fermentati congiuntamente a grappolo intero) è analogamente un rosso del Rodano che trabocca di carattere, fondendo le note di garrigue con il succo sanguigno del frutto.

Quasi commoventi, e non solo per la simpatia dei due titolari (lo spagnolo Augustín Benjumeda e la norvegese Brita Hektoen), i vini di Bodega Viña Santa Petronila, una Casa rural de 1722, la più piccola della zona di Jerez, situata nel Pago de Macharnudo, su terre bianche ad alto contenuto di carbonato di calcio.

Il Flor de Macharnudo Fino (100% palomino fino) sfodera sentori di curry, note empireumatiche, registro ossidativo di flor, di acetaldeide, di fiori secchi. La potenza, la tensione, il sale di questo vino trovano strepitosa fusione nell’Oloroso Santa Petronila (100% palomino fino): iodio e frutta secca per un profilo vellutato, complesso, vigoroso, incessante. Il Pedro Ximénez Santa Petronila (15 anni di botte) è una delizia che sa di liquirizia, moka, caramello mou, ha una persistenza infinita di natura balsamico-rinfrescante e un finale spiccatamente salmastro.

Tornando alla Borgogna, dalla zona di Chablis arrivano due impeccabili Premier Cru firmati da Alain Geoffroy e vinificati in acciaio per esprimere la purezza del suolo marnoso-calcareo, il Kimméridgien ricco di fossili: il Fourchaume 2023, pieno e contrastato, tonico e saporito, e il Beauroy 2023, più caldo (la vigna è esposta a sud) ma non meno espressivo, con note di agrume maturo e pietra focaia che innervano un palato denso e definito.

Al banco dei Derey Frerès – domaine di Couchey, le cui origini si perdono nel lontano 1650, che ha avuto come fondatori i fratelli Albert e Maurice e che oggi è guidato da altri tre fratelli, Maxime, Romain e Pierre-Marie (sesta generazione), mi sono piaciuti i due Fixin. Le Clos 2023, da una vigna del 1956 piantata su terreno argillo-calcareo, con vinificazione a grappolo intero per il 60% e 18 mesi in tonneau per il 30% della massa, ha uno spiccato lampone, un tatto succoso e denso quanto fresco e contrastato. Il Premier Cru Les Hervelets 2023, stessa vinificazione del precedente, è ancora profondo, tonico, compatto, fruttato (lampone e mirtillo).

Beaujolais

Jean François Coquard (sei ettari a Chessy) confessa che il Beaujolais Blanc Pierre Dorées 2024 è finalmente lo Chardonnay che voleva produrre e sono bastati due mesi in più in barrique (20% nuove) sui lieviti – un anno invece dei soliti dieci mesi – per ottenere un maggior rigore stilistico, un burro elegante, fresco-fondente, che lascia presagire un’evoluzione assai interessante. Il pendant Beaujolais Rouge Pierre Dorées 2023 è analogamente ancora giovane ma ha un accattivante côté di frutti di bosco. Il Morgon Les Charmes 2021, proveniente da sabbie granitiche, è un gamay succoso, dalle spiccate note di erbe medicinali.

Di Nicolas Rossignol, che ha inaugurato la sua cantina di Quincié-en-Beaujolais nel 2021 e che continua a produrre vini nella Côte de Beaune, ho trovato avvincente il Moulin-à-Vent 2023, un gamay su suolo di granito e calcare dal frutto succoso di mora, dalla sapidità incalzante e dal tono contrastato.

Hermitage

Dal 2016 Caroline Frey, la cui famiglia è succeduta ai Jaboulet, ha riconvertito prima al biologico e poi al biodinamico le proprietà di Paul Jaboulet Aîné e del Domaine de La Chapelle. Dal primo arriva un Cornas Domaine de Saint Pierre 2018 dallo spiccato carattere ematico, che sfoggia succo e sangue, e un Hermitage La Maison Bleue 2017 con qualche impuntatura di riduzione ma con un carattere tanto profondo quanto persistente.

Dal secondo un Hermitage La Chapelle 2021 dal notevole tratto sanguigno, tanto giovane quando succoso e contrastato, e un espressivo, assai espressivo Hermitage La Chapelle 2007, dove il suo sangue più antico viene irrorato di menta e terra, con un tannino di chilometrica persistenza.

Corsica

Le prime viti di niellucciu (un equivalente del sangiovese) del Clos Culombu furono piantate nel 1973 da Paul Suzzoni insieme al padre Antoine tra Lumiu, sede aziendale, e Montegrosso. Questo vitigno entra nell’articolato uvaggio del Culombu Rouge 2022 (50% sciaccarellu, 30% niellucciu, 10% syrah, 5% minustellu, 5% carcaghjolu neru, quest’ultimo un equivalente del cannonau o della grenache): un vino che sa di pepe, di acciuga, di macchia mediterranea, di garrigue e che ha un carattere frontale e avvolgente.

Il Culombu Blanc 2023 (da uve vermentinu su suoli granitici, vinificazione in acciaio per gravità) è più orizzontale che verticale, ma ha dalla sua una polpa confortevole, belle note di erbe e minerali pietrosi, buon allungo. Più sauvage il Corse Calvi Ribbe Rosse 2021 (sempre vermentinu da suoli granitici con due anni di maturazione in barrique e tonneau), la cui fermentazione spontanea dona alla polpa forti sprezzature acide e un allungo sapido-contrastato. Etienne, fratello di Paul, e il nipote Paul-Antoine, garantiscono la continuità della famiglia.

Veneto

Che altro dire dei bianchi delle sorelle Meri, Valentina e Alessandra Tessari di Suavia? Come ogni anno non fanno mai mancare il territorio, il temperamento, la vibrazione. Il Massifitti 2022 (trebbiano di Soave) è una lama d’acciaio vulcanica: minerale, sapida, persistente. Il Monte Carbonare 2023, da terra nera basaltica, sfodera il gran fiore di giglio del Soave Classico, è pieno, maturo, fresco, tagliente, con persistenza fortemente agrumata.

Il Soave Classico Fittà 2021, da terreno più argilloso, è austero, limonoso, tonico, salino. Il Soave Classico Castellaro 2021, da terreno più magro, drenante e roccioso, è succoso, agile, longilineo, frontale, sapido. Il Soave Classico Tremenalto 2021 – esposto a ovest, con terreno roccioso, poca argilla e un “arrossamento” a un metro e mezzo di profondità – ha succo maturo, tensione di agrumi, lungo finale.

Anche da Masari, acronimo dei proprietari, i coniugi Massimo Dal Lago e Arianna Tessari, sorella delle Tessari di Suavia, i bianchi spiccano su una produzione che annovera anche alcuni interessanti rossi.

L’Agnobianco 2023 nasce da un taglio di riesling (70%) e durella dai terreni vulcanici della riva destra dell’Agno (la cantina è a Valdagno, in provincia di Vicenza): pare che il riesling sia stato portato qui dagli ingegneri e minatori tedeschi che lavoravano nelle locali miniere di carbone. È un vino agrumato, pieno, tagliente, vivo, nordico. Il Doro 2017 ripropone lo stesso uvaggio in chiave passita: ne esce un nettare esotico, denso, invitante, contrastato, che elargisce frutta tropicale, elementi agrumati, acidità a gogò in uno stile mitteleuropeo che fa sognare.

Alto Adige

A proposito di vini dolci mitteleuropei che fanno sognare: il Feldmarschall von Fenner Vendemmia Tardiva 2018 di Tiefenbrunner, raccolto a fine novembre nel vigneto di müller thurgau più alto d’Europa (circa 1000 metri) con il 100% di muffa nobile, è una delizia esotica assoluta: papaia, mango, agrume candito, scorza di pompelmo; denso, cristallino, luminoso, botritizzato, lunghissimo.

Impossibile non passare ogni volta da questa postazione per assaggiare il Feldmarschall von Fenner “classico”, quello secco, uno dei miei bianchi preferiti, di cui veniva presentata l’annata 2023. Un bianco fragrante e verticale, tonico e succoso, agrumato e granitico: che tensione, che sapore! Da riscoprire, invece, e lo dico soprattutto a me stesso, che da Tiefenbrunner rischio sempre di assaggiare le stesse cose, il Sauvignon Riserva Vigna Rachtl 2023, dal terroir della bassa Valle Isarco (parte nord di Bolzano dai terreni porfirici, a 600 metri di quota). Ha un’elegante pietra focaia, un tratto succoso, un frutto pieno, definito, contrastato, con grande allungo di agrume minerale.

Valle d’Aosta

Da un territorio montano a un altro. Da Ottin c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ho conosciuto Nicolas Ottin, il figlio di Elio, vignaiolo preparato e appassionato. La Petite Arvine 2024, da una vigna a 700 metri, è terribilmente piacevole. La Petite Arvine Nuances 2023, elevata in botte grande di rovere austriaco, ne è la versione più intensa e “grassa”, senza che questo le tolga dinamismo. Il Canto X 2023, alla sua terza vendemmia, è uno Chardonnay che sorprende: riduzione minerale, note fumé, ricco, equilibrato, persistente, molto francese nello stile (pressatura a grappolo intero, fermentazione alcolica e malolattica in piccoli tonneau, sempre sulle proprie fecce con bâtonnage solo nel primo mese).

Il Pinot Noir l’Emerico 2022 sfodera carattere, croccantezza, sapore e un lungo finale varietale (i piccoli frutti del pinot nero) e territoriale (le note ematiche). Il Torrette Superieur 2023 è succoso, speziato, pepato, ancora embrionale. Alla sua terza annata come il Canto X, il Non Expedit 2023 è un altro vino che sorprende, un Syrah étonnant che conquista per le note di pepe, di oliva, di sangue di montagna e d’altura, di persistenza rocciosa e salina.

Piemonte

Sono anni che assaggio i rossi del bravo Marco Porello e non mi sono mai sembrati così caratterizzati e compiuti come oggi. Il Roero Torretta 2023 ha un finissimo fiore di rosmarino come nella miglior tradizione del nebbiolo, una spezia succosa, una dinamica fresca, tesa, un assieme compiuto.

Il Roero Riserva San Michele 2022, proveniente dal terroir di Canale d’Alba come il precedente, prodotto solo nelle annate che lo permettono (altrimenti finisce nel Torretta, come accaduto nel 2023), maturato per un anno in botte da 25 ettolitri e affinato per due anni in bottiglia, presenta una polpa piena e matura, un carattere tannico compatto, una scioltezza che si fonde alla struttura.

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Contributi fotografici dell’autore.

Foto di copertina: Luigi Bonaventura

 

 

 

 

 

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