
C’è un momento, durante una degustazione, in cui la sala smette di fare rumore. Non per educazione, non per timidezza. Ma perché qualcosa nel calice ha sorpreso davvero. È successo anche al padiglione Abruzzo di Vinitaly 2026, durante la masterclass dedicata alla nuova DOCG Casauria — dodici vini in fila, dodici interpretazioni del Montepulciano da un territorio che la maggior parte del pubblico colloca vagamente “nell’entroterra pescarese”, e che invece si ha una storia ricchissima e grandissime potenzialità. Una degustazione dal nome Casauria DOCG: finalmente. I grandi vini c’erano già, ora hanno anche un nome. Un titolo volutamente provocatorio, che conteneva già la tesi: non è che prima non ci fossero vini rossi straordinari da questa zona. C’erano eccome. Mancava la cornice — normativa, narrativa, identitaria — che permettesse di riconoscerli come categoria. Il riconoscimento della DOCG, arrivato ufficialmente nel novembre 2025, potrebbe essere il passo decisivo verso questo riconoscimento, a patto che le aziende sappiano farne “buon uso”.
Un territorio tra due montagne e un fiume
Per capire Casauria, bisogna prima di tutto capire dove si trova. E la geografia, qui, non è un dettaglio di contorno: è la spiegazione di tutto. Siamo nel cuore della provincia di Pescara, in un corridoio naturale che si apre tra due massicci. A nord-ovest il Gran Sasso, a sud-ovest la Maiella. Le colline si estendono dai 200 ai 600 metri sul livello del mare, soleggiate, aperte, lavorate da millenni. Scorrendo lungo il fondovalle passa il fiume Pescara, asse di comunicazione tra l’Adriatico e l’Appennino che ha reso questo territorio fertile e frequentato fin dall’antichità.
Ma l’elemento climatico determinante, quello che distingue Casauria da qualsiasi altra area dell’Abruzzo vinicolo, ha un nome preciso: le Gole di Popoli, o Gole di Tremonti. Questo passaggio naturale tra le montagne funziona come un canale di ventilazione permanente. Le correnti d’aria che scendono dai ghiacciai del Gran Sasso e della Maiella arrivano qui ogni mattina, asciugano l’umidità, abbassano le temperature notturne anche dopo giornate estive di calore intenso, rendono l’aria pulita e il rischio fungino quasi nullo.
Il risultato, in vigna, è una maturazione lenta e lunga. Il Montepulciano — vitigno tardivo per definizione — a Casauria può restare sulla pianta fino alla fine di ottobre, spesso all’inizio di novembre. Questa permanenza prolungata, favorita da giornate ancora calde e notti già fresche, permette una polimerizzazione ottimale dei tannini. Non si induriscono, raramente restano ruvidi se la pianta è ben assecondata: si affinano, diventano maturi, pur mantenendo una struttura possente che è la firma del territorio.
Il segreto sotto i piedi
L’altra metà del racconto è geologica. I suoli di Casauria non sono uniformi e questa eterogeneità è una risorsa straordinaria. Il sottosuolo è il prodotto di depositi marini e alluvionali formatisi tra la fine del Terziario e l’inizio del Quaternario, circa 2,5 milioni di anni fa. Da questa stratificazione antica derivano quattro tipologie di suolo che si alternano e sovrappongono sui versanti: sabbioso-argilloso, ricco di scheletro calcareo, calcareo-argilloso e marnoso-arenaceo.

Ciascuno contribuisce qualcosa di preciso al profilo del vino. Il suolo sabbioso-argilloso garantisce drenaggio e regolarità vegetativa, producendo tannini fini e ben integrati, quelli che rendono i Casauria bevibili anche giovani. Lo scheletro calcareo obbliga le radici a scendere in profondità, trasferendo mineralità e sapidità, quella sensazione di grafite o pietra bagnata che si avverte nel finale dei migliori esemplari. Il suolo calcareo-argilloso, il più importante per il profilo qualitativo, regola la maturazione fenolica in modo lento e complesso, favorendo le note tipiche della zona — mora, mirtillo, pepe nero, liquirizia, balsamo. Le formazioni marnoso-arenacee di versante contribuiscono invece la componente speziata e la freschezza acida, quella spalla nervosa che impedisce alla potenza alcolica di appesantire il sorso.
Nessuno di questi suoli da solo basterebbe. È la coesistenza dei quattro, la stratificazione di apporti diversi, che produce vini con più strati sovrapposti di complessità — la definizione tecnica esatta di un grande vino. Un vino con molta acidità ma pochi tannini si assottiglia col tempo. Uno con tannini senza acidità si appiattisce. La varietà pedologica di Casauria genera simultaneamente tutti e tre gli elementi necessari alla longevità — acidità fissa, tannini polimerizzati, estratto secco elevato — e li genera da fonti diverse, il che significa che, quando il produttore interpreta bene l’annata, l’equilibrio complessivo non viene compromesso. Le migliori riserve possono evolvere per oltre vent’anni, passando dalle note di frutti neri freschi a spezie, tabacco, mineralità terrosa. Non è retorica da degustazione. È la logica diretta di una geologia che non smette di lavorare nel calice.
Il disciplinare come atto di precisione
Con il riconoscimento della DOCG nel novembre 2025, una cultura millenaria (che parte dai tempi dei Romani per arrivare ai monaci benedettini dell’Abbazia di San Clemente) ha trovato una cornice normativa coerente con la sua ambizione. Il disciplinare impone standard rigorosi, su è vero che tutti i parametri contano davvero. Il vitigno base è ovviamente il Montepulciano, minimo al 90%. La resa massima è fissata a 90 quintali per ettaro — contro i 140 della DOC regionale: non una sfumatura, ma una scelta radicale in favore della concentrazione. Il grado alcolico minimo è 13% per la versione base, 13,5% per la Riserva. L’invecchiamento minimo è di 18 mesi per la tipologia base, 24 per la Riserva. L’estratto secco minimo richiesto — 24 g/l per la base, 26 g/l per la Riserva — è il dato tecnico più eloquente: nelle migliori riserve si arriva a 28-30 g/l, valori che parlano da soli della struttura e della longevità potenziale di questi vini. È significativo che il disciplinare abbia scelto di irrigidire i parametri invece di ammorbidirli per allargare la platea dei produttori. La scelta dice qualcosa sulla visione che ha guidato il processo: Casauria non punta a essere una denominazione di massa, ma una denominazione di eccellenza. La qualità come identità, non come optional.
I produttori e la visione di lungo periodo
Il riconoscimento della DOCG non è caduto nel vuoto. Dietro c’è un lavoro di decenni da parte di un gruppo di produttori che, a partire dalla fine degli inizi anni duemila (la sottozona è stata riconosciuta nel 2006), ha scelto consapevolmente di puntare sulla qualità invece che sui volumi, sulla zonazione di fatto — l’identificazione dei singoli appezzamenti più vocati — invece che sulla resa estensiva. La filosofia produttiva oggi integra tecniche moderne e tradizioni recuperate con intelligenza. La pergola abruzzese, sistema di allevamento che sembrava destinato all’abbandono, è stata mantenuta sui vigneti più vecchi: gestita con rese basse, protegge i grappoli dalla radiazione solare diretta, preserva acidità e profumi floreali che i filari moderni a volte sacrificano. Diverse aziende hanno iniziato a vinificare separatamente le uve dei singoli appezzamenti più vocati, esplorando le differenze tra i micro-terroir con un approccio da cru borgognone. Sull’affinamento si è registrato un cambiamento culturale significativo: la barrique, strumento dominante negli anni Novanta e Duemila, è stata in molti casi affiancata o sostituita da botti grandi di rovere e vasi vinari in cemento. La scelta non è retrò: è tecnica. Il cemento permette al vino di respirare senza che il legno sovrasti le note minerali e fruttate tipiche del territorio — e Casauria, con la sua mineralità così marcata, perde qualcosa quando il legno parla troppo.

Perché questo momento conta
Uscendo dalla masterclass al padiglione Abruzzo, con ancora il finale di grafite e mora sul palato, ho pensato a quante volte abbiamo sentito parlare di “rinascita” di un territorio vinicolo. Spesso si tratta di marketing. Qualche volta no. Casauria è uno di quei casi in cui la storia precede la narrazione. Non c’è niente da inventare qui: c’è un’abbazia medievale che ha razionalizzato la viticoltura di queste colline dodici secoli fa. Ci sono palmenti scavati nella roccia come certificati di vocazione permanente. C’è una geologia stratificata che produce longevità senza bisogno di trucchi in cantina. C’è un vitigno — il Montepulciano — che in questo specifico corridoio microclimatico esprime una complessità che raramente si riscontra altrove nella stessa regione. Il riconoscimento della DOCG è stato dunque un atto di onestà intellettuale del sistema denominativo italiano. Non ha creato niente di nuovo: ha semplicemente preso atto di qualcosa che esisteva già, e gli ha dato un nome che il mercato e i consumatori possono usare. I grandi vini c’erano già. Ora hanno anche un nome. E la palla passa ai produttori.
P.S. – Qui di seguito la lista dei vini assaggiati: un bel viaggio di quasi un quarto di secolo!
- Podere Castorani Montepulciano d’Abruzzo 2003
- Duchi di Castelluccio Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “Podere Crosta” 2007
- Guardiani Farchione Montepulciano d’Abruzzo “Tenuta del Ceppete 74” 2010
- Tocco Montepulciano d’Abruzzo “Enisio” Casauria Riserva 2015
- Rosarubra Montepulciano d’Abruzzo Riserva “Vigna Lomanegra” 2019
- Pasetti Montepulciano d’Abruzzo Casauria “Harimann” 2017
- Nic Tartaglia Montepulciano d’Abruzzo “Io” 2017
- Terzini Montepulciano d’Abruzzo Casauria “Vigna Vetum” 2018
- Zaccagnini Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “San Clemente” 2019
- Chiusa Grande Montepulciano d’Abruzzo Casauria “DNA” 2020
- Pettinella Montepulciano d’Abruzzo Casauria 2023
- Ettore Galasso Montepulciano d’Abruzzo Casauria Riserva “Pantheon” 2023

Franco Santini ([email protected]), abruzzese, ingegnere per mestiere, giornalista per passione, ha iniziato a scrivere nel 1998 per L’Ente Editoriale dell’Arma dei Carabinieri. Pian piano, da argomenti tecnico-scientifici è passato al vino e all’enogastronomia, e ora non vuol sentire parlare d’altro! Grande conoscitore della realtà vitivinicola abruzzese, sta allargando sempre più i suoi “confini” al resto dell’Italia enoica. Sceglie le sue mète di viaggio a partire dalla superficie vitata del luogo, e costringe la sua povera compagna ad aiutarlo nella missione di tenere alto il consumo medio di vino pro-capite del paese!









