Il Sodaccio di Montevertine è stata una meteora lunga 12 vendemmie, prima che la vecchia vigna del ’72 si arrendesse definitivamente al mal dell’esca.
La scia invero è ancora enorme, una di quelle traccianti che rischiarano la notte a giorno. Dentro quella scia c’è tutto, o perlomeno tutto ciò di cui sentivo il bisogno. Del mio Chianti, per esempio, il paradigma e il canone; delle circostanze della vita, l’irripetibile.
Una cosa è certa però, Il Sodaccio ’95 gli scribacchini li manda in pensione anzitempo, perché il suo racconto oggi esige una nuova costruzione semantica, un nuovo vocabolario di segni. Qualcosa che non c’é, e che ancora ci manca. Un codice bellissimo di significati che non ti sai spiegare.
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Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









