Un problema che mi pongo, ogni qual volta tento di raccontare (modestamente) le mie esperienze enoiche, è mantenere l‘imparzialità: evitare di farmi condizionare in positivo dalla gentilezza di un’accoglienza, dall’entusiasmo e dall’esaustività di una presentazione, dalla gratificazione di un’occasione conviviale o dell’assaggio di un vino che sfoggia una personalità interessante. Con buona pace del dottor Pangloss, non viviamo nel migliore dei mondi possibili, e nostro compito ed aspirazione a beneficio dei nostri 4 lettori è una narrazione oggettiva, certo filtrata dalla personale sensibilità, ma non timorosa di segnalare qualcosa di incongruo, banale, noioso, inutile, o tanto peggio sgradevole.
Quanto sopra come indispensabile premessa a queste note in merito alla mia visita in Val di Cembra, su gentile invito della locale cantina sociale, che orgogliosamente si noma “Cembra Cantina di Montagna”. Poiché tali e tante saranno le notazioni positive, che mi corre l’obbligo di premurarmi di non parere “prezzolato”, o “marchettaro”, o qualche altra definizione ancora meno lusinghiera.

Arrivato(i) in quel di Trento, un’interessantissima visita al maestoso Castello del Buonconsiglio e alle emergenze artistiche e non solo del centro cittadino ha consentito di apprezzare un cursus storico unico (secolare identificazione dei poteri temporale e religioso nel medesimo soggetto, ovvero i Principi Vescovi). La ricchezza acquisita dall’agricoltura del territorio che adesso è la Provincia Autonoma ha favorito il mecenatismo delle arti (e anche delle scienze!). A cui sulla stessa falsariga è seguita l’avveduta amministrazione asburgica, con conseguente regolamentazione normativa dell’attività agricola e vinicola, incentivandone anche il miglioramento alla luce delle scoperte scientifiche (vedi anche fondazione dell’Istituto di San Michele all’Adige, ora Fondazione Mach), ecc.
Era lo sfondo adeguato per contestualizzare il primo approccio alla cantina, nella persona del giovane enologo Stefano Rossi, cui il tracimante entusiasmo non ha impedito di schizzare obiettivamente il ritratto di un progetto vinicolo teso al massimo livello qualitativo, in termini di espressione territoriale delle caratteristiche delle varie etichette. Che abbiamo potuto degustare all’Augurio, wine bar gourmet in pieno centro come di più vorremmo vederne, a suon di abbinamenti creativi con pietanze non banali. Citazione d’obbligo almeno per i bottoni al pomodoro, riccio di mare, bufala e salicornia (lo so, è un lavoro duro, ma qualcuno deve pur farlo!).
E si succedevano l’una via l’altra etichette del massimo interesse: ad iniziare dal Trento DOC Oro Rosso, Chardonnay in purezza che riposa 48 mesi sui lieviti. Uno spumante ambivalente, che soddisfa sia gli appassionati di un gusto “verticale”per la sapidità data dai suoli basati sul porfido; sia gli amanti di un impatto gustativo dal palato più maturo ed avvolgente. Una doppia vocazione che non è segno di incertezza stilistica, bensì testimonianza di un terroir caratterizzante. L’altitudine dei vigneti (dai 500 ai 900 metri sul livello del mare per le vigne estreme di Müller Thurgau) implica un gradiente termico giorno-notte che conserva la spinta acida anche quando le vendemmie sono ritardate; il che si può osare per conseguire piena maturità delle bucce, con fausti effetti sui precursori degli aromi che hanno modo di dispiegare la propria articolazione di profumi nella sua pienezza. Tanto più che l’abbondanza di raggi ultravioletti (di nuovo la quota!) amplifica i meccanismi del ciclo vegetativo, di modo che mutano, e accelerano, formazione dello spettro olfattivo e definizione dell’equilibrio gustativo.
Risultato nella fattispecie: una base spumante di volume, con presenza di frutto maturo, con bella acidità di fondo. Così può prolungarsi la permanenza sui lieviti, e cesellarsi una tattilità della mousse che da un lato accarezza il palato, dall’altro stimola la salivazione e alleggerisce la beva, focalizzando la presenza sapida che propelle la persistenza delle sensazioni fruttate.
Uno schema che si reitera anche nelle altre etichette. A partire da un Müller Thurgau sul quale la cantina punta molto: selezioni di vigneti (compresi alcuni di quelli storici della Cantina), esaltazione del coté minerale, adamantina freschezza che ambisce a rappresentare lo strumento da utilizzare per giungere alla sperata longevità. Normale in gioventù sia quindi un poco contratto, con sorso corposo e bilanciato di cui è lecito vaticinare la prossima distensione aromatica.
La quale è già parzialmente espressa in un Riesling quasi estremo per l’esuberante carattere sapido, non fosse che esso trova un contraltare in una polposa volumetria fruttata, del tutto inattesa dopo un olfatto così duro e puro. E così son legittime le reminiscenze di certe etichette della tedesca Nahe, comunque austere per profondità salina, quanto sorprendentemente approcciabili per avvolgente maturità.
Gli altri assaggi propostici, per quanto assolutamente gradevoli, a mio giudizio non raggiungevano il medesimo livello né in termini qualitativi né di personalità in quanto tale (ecco, per fortuna sono riuscito a scrivere qualcosa di non agiografico). Lo Chardonnay ha confermato il carattere plastico del vitigno, ovvero la sua attitudine a disimpegnarsi sempre e comunque, così elegantemente disegnata da parere meno identitaria, a suon di espressività di frutto rassicurante, presenza al palato, equilibrio. Perché una simile, inappuntabile piacevolezza la si rinviene anche in altri lidi, e altri climi, tanto più se una parte della massa affina in legno, come in questo caso.
Medesima precisione di confezione la si ritrova anche nello Zymbra, uvaggio delle tre uve iconiche, testé menzionate, prescelte per la locale rappresentatività. La materia prima proviene dai vigneti siti alle quote più elevate disponibili, che in Val di Cembra significano spingersi fino a 500 metri sul livello del mare per lo Chardonnay, 600 per il Riesling, addirittura 800 per il Muller Thurgau. Il conseguente (ulteriore) plus di acidità consente di osare una vinificazione che contempla la fermentazione di una parte della massa in barrique, dove peraltro rimane 24 mesi. Ecco quindi un calibrato guadagno di volume al gusto, con digressione olfattiva verso la frutta tropicale e beva contraddistinta da un equilibrio oggettivamente inappuntabile.
In termini di piacevolezza questa cuvée è in effetti seconda a nessuno, e certamente può soddisfare le predilezioni di una vasta potenziale clientela. Ma spaccare il capello in quattro, è il dovere del critico e personalmente mi premuro che non si tramuti in perverso piacere… Così, sarà per la mia personale inconscia idiosincrasia per i vini bianchi vinificati in legno (anche benissimo, come in questo caso), ma a mente fredda mi par di ravvisare un veniale difetto di mancanza di personalità, con il terroir di montagna che si rivela (solo) sempre in termini di sapidità per l’immancabile porfido, e nell’acidità che consente quel perfetto bilanciamento di cui ho detto.
Au contraire, da discutere se sia valligiana la turgida carnosità del sorso: si è già asseverato che occorre farsi una ragione di come la quota (in particolare) consenta inattese maturità spinte, ma in questo caso la calibrata morbidezza coglie comunque un poco spiazzati. Come l’accattivante tropicalità di profumi, ascrivibile non solo allo Chardonnay, ma anche al Riesling, vista la citata esperienza con la selezione in purezza (che personalmente ho trovato più centrata, meno estrema). Ribadisco che lo Zymbra è vino sommamente godibile e leggibile da una vasta maggioranza, ma qualora un conoscitore o presunto tale vi ricercasse qualcosa di più teso e verticale potrebbe rimanere un poco deluso. E così ho ritenuto legittimo spendere un incipit francese per questo capoverso, visti i parallelismi (lusinghieri!) che si possono istituire con certe etichette d’oltralpe. Che non hanno la Val di Cembra.
L’unica divagazione rossista non poteva non essere dedicata a un Pinot Nero d’altura (vigne fino a 650 metri sul livello del mare), che paga l‘indispensabile tributo alla più o meno giustificata moda della vinificazione in anfora: gli è destinata una parte della massa per la fermentazione (il resto va in inox e in legno), cui segue un complessivo affinamento di 12 mesi in barrique. Mi pare un esperimento quanto mai in divenire, con l’integrità del frutto un poco mortificata dall’affinamento in rovere, peraltro probabilmente giustificato da una tattilità del tannino di elevata qualità: in OGNI occasione, la mano enologica del giovane, entusiasta Stefano si è rilevata sapiente e non invasiva.
Rileggendo le mie note, mi accorgo che spesso ho citato caratteri di maturità in termini aromatici e di avvolgenza. E così, a parte le mie critiche, forse il terroir di montagna così tenacemente perseguito si estrinseca anche con questo componente. La più che legittima aspirazione ad interpretarlo per la creazione di vini di livello superiore pare incanalata in una direzione coerente, e già sono evidenti i primi significativi risultati. Quanto vasta sia la loro portata, lo dirà negli anni l‘evoluzione di ciò che abbiamo assaggiato. E chissà che tutte le remore interpretative presenti non si sublimino in una sintesi armoniosa e profonda.
Almeno sarà (già è) adeguatamente valorizzato il lavoro dei circa 300 soci conferitori della cooperativa. L’abusato termine di “viticoltura eroica” qui si declina sostanziale su pendenze che giungono al 40%, domate da più di 700 Km (!) di muretti a secco. Che poi sono una non tanto segreta passione di chi Vi scrive: mi esalta la maestosità dell’ambiente che scolpiscono, la sapienza costruttiva, soprattutto la mostruosa pazienza che comporta il mantenerli, del tutto impossibile senza una passione che qualcuno giudica degna di miglior causa.
Non io. E mi son goduto assai la nostra visita ai terrazzamenti della Valle, nell’assolato mattino del secondo giorno del nostro breve viaggio. In fondo ai versanti montuosi disegnati dai muretti come in filigrana, si scorgeva il torrente Avisio, dove i vignaioli si tuffavano da bambini. Un genius loci che abbiamo temuto di dover raggiungere a piedi lungo il vertiginoso dislivello accarezzato quotidianamente dal benefico soffio dell’Ora del Garda. Fortunatamente abbiamo solo ammirato il panorama durante un’amena (e pianeggiante!) passeggiata, da turisti attenti.
E infine abbiamo assaporato le gioie della vita di montagna in uno scanzonato picnic in riva a un must delle locali gite fuori porta, il tranquillo Lago Santo, sito a 1.200 metri di quota. Salumi e altri prodotti locali hanno avuto modo di brillare, ma mai quanto i vini che abbiamo degustato un’ultima volta, con nuova consapevolezza, apprezzandone la versatilità di abbinamento con pietanze meno impegnative che non la sera precedente. Un bel suggello ad un viaggio di quelli che più apprezzo, nel quale il molto che si è detto sul vino non avrebbe avuto senso, senza tutto ciò che abbiamo imparato e sperimentato in merito a ciò che vino non era.
Le immagini sono fornite dalla Cantina. Nell’ultima immagine, l’enologo Stefano Rossi

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa.
Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana.
Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.









