Dall’Abruzzo interno arriva Lomanegra: i cru di Rosarubra che non ti aspetti…

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La ex distilleria Aurum di Città Sant’Angelo, nell’entroterra pescarese, ha i soffitti alti e l’aspetto “industrial-contemporaneo” tipico delle fabbriche che non esistono più. Oggi ci sono un ristorante, un punto vendita e i magazzini della cantina Rosarubra. È qui che Domenico Angeloni, da molti anni responsabile commerciale dell’azienda, mi ha accompagnato nell’assaggio di tutte le bottiglie della linea Lomanegra, nel corso di un lungo – e per certi versi sorprendente – pomeriggio.

Rosarubra vende bene. È celebre per la sua tenuta di 30 ettari immersa in una natura incontaminata, dove produce vini biologici e biodinamici di alta qualità che rispettano e valorizzano la biodiversità del territorio, con un stile che strizza bene l’occhio al mercato. I suoi vini — morbidi, tecnici, pensati per essere piacevolmente immediati — hanno un mercato consolidato e una lunga fila di fedeli clienti. La linea però Lomanegra è un altro discorso: cru singoli nella zona di Pietranico – quella dove antichi palmenti in pietra raccontano di una storia centenaria legata al vino – su appezzamenti sparsi con esposizioni e suoli diversi, ciascuno con il suo vitigno, lavorato sempre in biodinamica e con lieviti autoctoni. Produzioni piccole, fascia premium o oltre. Angeloni ammette che questi vini sono più difficili da vendere. Non spiega perché si ostinino a farli lo stesso, dal punto di vista economico non ne avrebbero bisogno. Ma dopo gli assaggi si intuisce.

All’inizio il codice era semplice: etichetta nera per i vini affinati in legno o cemento, bianca per gli altri. Poi qualcuno ha notato che i bianchi in bottiglia trasparente ossidavano. Non un disastro, ma abbastanza. Adesso escono tutti in bottiglia scura, etichetta nera. Sui rossi la distinzione originale regge ancora.

I miei assaggi di Lomanegra iniziano dal Trebbiano d’Abruzzo 2022: glicerico, pieno, fiori gialli e frutta matura, tutto quello che Rosarubra sa fare con gli occhi chiusi. Si beve senza fatica, anche se, dal mio punto di vista, gli manca un po’ di “grip” e al secondo bicchiere cerchi qualcosa che ti tenga lì.

Il Pecorino 2023 è più scomodo e più onesto. Il Pecorino è un vitigno che, quando è ben interpretato, ha i nervi scoperti: acidità alta, alcol alto, e l’equilibrio tra i due non è scontato. Qui non è risolto del tutto, ma il vino ha sostanza e non cerca scorciatoie: niente profumi esotici, niente arrotondamenti di comodo. Un vino di impatto gustativo e carattere, fedele alla tipologia e ancora in piena evoluzione, a promettere un lungo e luminoso futuro.

Il Sauvignon 2022 è quello che ti fa alzare gli occhi dal bicchiere. Al naso è freschissimo ma non nel senso erbaceo, con quella deriva chiamata pirazinica — peperone, foglia di pomodoro — che in certi Sauvignon diventa ossessiva. Qui siamo su mango e ananas maturo, con una freschezza che regge tutto. In bocca è snello, 13,5 gradi appena percettibili. Una vera sorpresa nella batteria dei bianchi.

Il Moscato 2022 è piacevole, ma difficile da collocare. Residuo zuccherino calibrato, equilibrato, si beve senza sforzo, ma pecca un po’ in carattere. Non ha la riconoscibilità del Pecorino né la direzione del Sauvignon. Potrebbe essere un vino in cerca di identità o semplicemente un vino che richiede più tempo di un assaggio per farsi capire.

Il Traminer 2024 parte con un profumo davvero invitante: rosa, cedro, agrumi canditi, una pulizia notevole. Poi in bocca l’acidità agrumata diventa troppo protagonista e la morbida aromaticità tipica del vitigno non arriva. Il naso convince, la bocca un po’ meno.

Il Pinot Grigio 2023 è macerato sulle bucce. Un vitigno storicamente neutro diventa così più “riconoscibile”, con struttura e colore ambrato che lo tradisce prima ancora dell’assaggio. La macerazione è condotta senza forzature: nessuna ruvidità, nessuna sensazione astringente che certi orange wine indossano come una medaglia. Funziona a tavola con quasi tutto, e non chiede troppe spiegazioni.

Il Pinot Nero 2024 “pesa” 12,5 gradi e si comporta di conseguenza: struttura agile, piccoli frutti rossi, una tipica nuance selvatica che non disturba. Un rosso che non cerca il peso e non ne ha bisogno. Lo stappi senza occasione e fa il suo lavoro.

Il Petit Verdot 2022 è la bottiglia più interessante della sessione (e completa il mio “ambo” col Sauvignon). Ricco, equilibrato, con una maturità composta che di solito richiede anni di bottiglia: assaggiato alla cieca avrei scommesso su un 2018 o un 2019. Il Petit Verdot in Abruzzo non ha storia né punti di riferimento consolidati, il che rende questo vino ancora più difficile da valutare. Quello che posso dire è che adesso è in forma splendida. Per quanto lo resterà è un’altra domanda, ma in questa fase regala una beva intrigante e originale.

Il Merlot 2022 ha un naso pulito e varietale: un Merlot immediato, riconoscibile, con un pizzicore alcolico appena eccessivo, che lo appesantisce un po’. Con il cibo giusto potrebbe trovare il suo posto. Da solo, dopo un po’, si ferma.

Il Cabernet Sauvignon 2020 ne condivide il destino. Anche qui il calore alcolico è evidente, e finisce per segnare l’assaggio. Con un vino così potente devi mangiarci qualcosa di altrettanto strutturato, e giocare sulle temperature di servizio in modo intelligente.

Il Montepulciano d’Abruzzo Riserva 2019, etichetta speciale dell’artista Musante, è il vino che chiude la batteria senza alzare la voce. Profondità, spessore, tannino presente ma non aggressivo, frutto maturo e una freschezza niente affatto scontata per la tipologia. Un Montepulciano da bere ora, ma anche da tenere con fiducia in cantina, perché la sua evoluzione sarà ancora lunga.

Rosarubra potrebbe fare solo quello che sa fare meglio. Ha scelto di non farlo, almeno non soltanto. Lomanegra vende meno, richiede più lavoro di comunicazione e non tutti i vini hanno un’identità perfettamente a fuoco e un carattere riconoscibile. Ma il Sauvignon e il Petit Verdot non li faresti senza questa linea, e sarebbero bottiglie che mancherebbero. Angeloni non sembra preoccupato. E forse, dopo una dozzina di assaggi in una ex distilleria dai soffitti alti, nemmeno io, perché tutto acquista più senso…

 

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