Cronache dagli antipodi: piccolo viaggio nella Nuova Zelanda enoica – Parte 1

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Qual è la prima cosa che viene in mente parlando di Nuova Zelanda? Probabilmente qualcuno penserà al Kiwi (volatile o frutto, a voi la scelta), qualcun altro si ricorderà del Rugby e delll’Haka (la tradizionale danza Maori), il pensiero degli appassionati di vino andrà al Sauvignon Blanc del Marlborough e al Pinot Nero del Central Otago. Per gli appassionati di Fantasy poi la Nuova Zelanda è strettamente legata al Signore degli Anelli da quando Peter Jackson ha usato la sua patria come scenografia per mettere a schermo la trilogia di Tolkien. Se questi luoghi comuni sono riduttivi per questa terra meravigliosa, il mio viaggio in Nuova Zelanda mi dà l’occasione di condividere la mia esperienza in questo Paese. Senza tediarvi troppo, in quanto dottorando di ricerca in viticoltura sto conducendo il mio periodo all’estero presso un centro di ricerca a Blenheim, capoluogo di regione del Marlborough.

Aotearoa (“Isola della lunga nuvola bianca” in Maori) o Nuova Zelanda è una nazione formata da due isole principali (Isola Nord e Isola Sud) che si trova idealmente agli antipodi dell’Italia e con cui si possono fare moltissimi paralleli e distinzioni. Ha infatti una superficie comparabile al nostro stivale e come il nostro stivale la maggior parte dei territori non è lontana dal mare (nessun luogo ne dista più di 200 km) e l’estensione sia in latitudine che longitudine è molto simile al nostro Paese. Tuttavia, caratteristiche similari assumono poi connotati diversi. La sua essenza di isola, infatti, la espone a all’influenza degli oceani da cui è bagnata, e per questo, considerando che tra l’Antartico e la Nuova Zelanda non ci sono terre di dimensioni apprezzabili a meridione, l’isola è lambita da correnti gelide. Al contrario l’Isola Nord nella sua parte più settentrionale, l’area di Auckland per intendersi, è influenzata dalle correnti calde provenienti dai Tropici. Così andando da Nord a Sud possiamo trovare una varietà impressionante di climi che vanno dal tropicale al temperato freddo. Gli oceani poi determinano anche un secondo fattore importantissimo, ovvero le precipitazioni: mediamente piove tantissimo. Fanno eccezione zone particolarmente riparate dalle montagne che sono di nostro interesse in quanto sono le zone dove la viticoltura si è diffusa, proprio per la minor presenza di piogge. Parlando poi della vite, un altro fattore importantissimo è la radiazione solare che qui è particolarmente forte perché per sua sfortuna la Nuova Zelanda si trova proprio sotto il buco nell’Ozono. Questo comporta una scarsissima schermatura di raggi UV, mai uscire nelle ore calde senza cappello e crema solare!

Se è vero che possiamo trovare anche climi tropicali, le temperature sono sempre mitigate, e di rado anche nelle zone più calde si superano i 30 gradi di estate e 35 gradi sono considerate da record. Non solo, non esiste come da noi un anticiclone capace di mantenere caldo e bel tempo anche per 15-20 giorni di fila: è molto facile avere un giorno soleggiato con massima 28 gradi e il giorno successivo anche in assenza di piogge temperature massime che non superano i 22-23°C. 

Le principali zone viticole del Paese sono quelle di Auckland, Hawke’s Bay nell’Isola Nord. Mentre nell’Isola Sud abbiamo Nelson, Marlborouogh e Central Otago. Ci sono altre zone minori, ma senz’altro Marlborough è la regione viticola di maggior peso, con circa 2/3 delle superfici vitate nazionali concentrate nei pressi di Blenheim.

Il Marlborough ha conosciuto per la prima volta la viticoltura nel 1873 quando David Herd piantò una piccola vigna di moscato bianco senza troppa fortuna, tanto che nel 1931 il vigneto venne definitivamente espiantato. Nei successivi quarant’anni non si hanno notizie di altri tentativi, finché nel 1973 Montana Wines (allora il principale produttore con vigneti situati nell’Isola Nord) piantò i suoi vigneti nei pressi di Blenheim. Questa volta però fu una scommessa vinta: a partire da quel momento, ma soprattutto negli anni ’80 e ’90 i vigneti presero il posto dei pascoli e i Sauvignon del Marlborough ottennero il credito internazionale che anche oggi viene loro riconosciuto.

La peculiarità di questa regione è di essere protetta dalle precipitazioni oceaniche a Nord dalla catena montuosa dai connotati alpini Richmond Ranges e a Sud dalle brulle Wither Hills. La sottozona principale è quella che segue il corso del fiume Wairau, nota appunto con il nome di Wairau Valley. La natura fluviale di questa valle fa sì che troviamo suoli ricchi in scheletro e sedimenti fluviali, e talvolta terrazze fluviali nei suoli più antichi. Inoltre, il fiume Wairau soprattutto in passato tendeva ad allagare la pianura circostante, tanto che il primo nome di Blenheim era Beaver Town, la città dei castori, anche se di castori non ve ne era traccia. Tutte queste continue alluvioni hanno arricchito i suoli di limo, rendendoli molto fertili, storia che mi fa tornare alla mente ricordi della scuola elementare quando ci parlavano del Nilo, delle sue alluvioni e del suo ruolo nello sviluppo nella civiltà egizia. La quasi totalità dei vigneti è in pianura, o al massimo situata su dolci colline ai piedi delle montagne.

Abbiamo poi le Southern Valleys che si sviluppa nella riva Sud del fiume Wairau, dalla città di Blenheim fino alle Wither Hills. Rispetto alla Wairau Valley presentano maggior contenuto in argilla e un clima più fresco, a causa delle correnti di aria fresca che scendono dalle Wither Hills, rendendo così la maturazione più tardiva.

Awatere Valley (nella foto) è la sottozona più meridionale che comprende le aree circostanti la cittadina di Seddon. Il nome Awatere in Maori significa “Fiume che scorre veloce”: deriva dalla presenza di questo fiume che dalle montagne scende impetuoso fino al mare. È la zona dove vi sono condizioni più limitanti, maggior flussi di aria fredda, minori piogge e venti molto forti, tanto da generare erosione del suolo.

Un clima così diverso da quelli europei e alcune necessità locali come la mancanza di manodopera hanno dato origine a un modello viticolo molto distante da quelli presenti nel nostro immaginario.

Innanzitutto, qui la meccanizzazione la fa da padrona, non solo per la giacitura adatta ma anche per la dimensione media dei vigneti, che in genere è di è 20 ettari. Dobbiamo poi considerare che Iin Nuova Zelanda l’irrigazione non è considerata un tabù o un mezzo da utilizzare soltanto come strumento di soccorso, ma è piuttosto uno strumento di forzatura per ottenere le rese elevate che non di rado raggiungono le 20 tonnellate per ettaro. Questo è reso possibile da un’immensa disponibilità di acqua proveniente dalle montagne e una bassa densità abitativa che rende le necessità civili e industriali contenute. Tuttavia, anche qui il cambiamento climatico sta minando le certezze e proprio per questo sono stati costruiti bacini di accumulo della risorsa idrica.

Se l’acqua, in condizioni normali, non è un fattore limitante, la temperatura è ideale, la luminosità è buona, si può provare a massimizzare la produzione per ettaro senza intaccare l’equilibrio delle piante. Su questo principio è costruito il 4-VSP, la forma di potatura che va per la maggiore. Si tratta di un sistema a controspalliera in cui ogni pianta ha 4 capi a frutto generalmente di 8-10 gemme ciascuno. Ovviamente è un sistema bilaterale in cui per ogni metà della pianta ci sono due capi a frutto paralleli tra di loro ma disposti in maniera sfalsata di circa 10 cm in orizzontale e 20 in verticale. Questo sistema permette rese per ceppo davvero considerevoli (normalmente, 6-8 kg) ed è consigliata soprattutto per i vitigni a bacca bianca in quanto la densa parete fogliare protegge i grappoli dall’eccessivo irraggiamento, mentre manca di concentrazione nei vini prodotti da uve rosse.

Anche in cantina l’approccio è molto tecnico, di norma i Sauvignon vengono vinificati totalmente in acciaio e tendenzialmente in riduzione, cercando per lo più di preservare gli aromi varietali in particolare i tioli (note agrumate) e le metossipirazine (note vegetali) che qui sono molto più accentuate e ricercate rispetto agli omologhi italiani e francesi. Gli Chardonnay come i vini rossi subiscono generalmente invece un passaggio in legno, seguendo didascalicamente il modello francese. In generale, la sensazione che ho avuto è stata proprio quella di un’estrema ricerca della standardizzazione dei processi produttivi che almeno nella fascia di prezzo medio-bassa porta anche a un’omologazione. Al contempo garantisce una qualità minima così da rendere appetibile il prodotto per il mercato. L’approccio rispetto al modello europeo, infatti, è generalmente più industriale, il vino è un prodotto da vendere, la “poesia” che ci sta dietro può servire a venderlo, ma niente di più.

Che sia un mondo del vino più industrializzato si comprende dalle dimensioni delle cantine: meno di 150 cantine assorbono una superficie vitata di circa 30 000 ettari, perciò, conti alla mano, mediamente una cantina ha a disposizione più di 200 ettari. Molto comune è poi la specializzazione, ovvero le cantine spesso trasformano solo l’uva acquistata dai contractor e anche le cantine che hanno propri vigneti spesso acquistano l’uva esternamente. Naturalmente ci sono eccezioni, ma in linea di massima la situazione è questa.

Ora che tutti gli aspetti sono stati introdotti nel prossimo episodio possiamo parlare dei vini del Marlborough.

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