Quando verrà il mio momento,
non vorrei essere sepolto né cremato.
Preferirei essere distillato.
Primo Franco
A metà settembre, in una delle ultime soleggiate giornate del mese con l’autunno quasi alle porte, Civiltà del Bere ha organizzato nel suo Enoluogo milanese una degustazione dei vini della cantina Nino Franco, celebre firma del Prosecco di Valdobbiadene. È stata l’occasione per incontrare e conoscere Primo Franco, uno dei padri del Prosecco moderno. Dal racconto in prima persona di quel giorno e dalla successiva lettura della sua autobiografia Prosecco way of life (Cinquesensi Editore, 2019), che si beve d’un fiato come i suoi vini, ne è uscito questo ritratto. Nel libro la narrazione va avanti e indietro nel tempo secondo un taglio molto moderno. E Primo Franco è, al di là dei suoi 78 anni, un uomo moderno del vino, un interprete, anzi un pioniere, della nuova era: curioso, intraprendente, cosmopolita, innamorato della vita e del suo frutto più emozionante, il vino. «Il vino è un concetto astratto che diventa realtà concreta prima nella mente e poi nella bottiglia. Il vino è un modo di pensare, un’ipotesi, un sogno, un’idea che cresce, il riconoscimento alla propria creatività, il riflesso del proprio ego, la capacità di immaginare che cosa aspettarsi dal futuro e di creare un dialogo con il tempo».
L’architetto mancato, l’imprenditore suo malgrado, lo snob che non frequentava le osterie dei cicchetti diventa uno dei protagonisti della scena enologica italiana e internazionale tra gli anni Settanta e gli anni Novanta, e poi fino ai giorni nostri per cinquant’anni di attività dedicata al piacere, alla conoscenza, al successo. Così Primo, predestinato fin nel nome (era il primogenito di Giovanni e Jole in un’epoca – nasce nel 1947 – in cui il ruolo del maschio era centrale, «mio nonno comprò una vacca da latte nel dubbio che mia madre non ne avesse abbastanza per nutrire il primo maschio della famiglia»), è diventato tale anche nel suo mestiere: il produttore di vino.
Primo Franco appartiene a una famiglia di commercianti, che hanno sempre comprato le uve e il vino, fin da quando nonno Antonio, classe 1886, ha cominciato questa attività, che prima era dedicata solo alla frutta, nel 1917, e non si vergogna certo a dirlo: «Questa è l’origine di tutto coloro che operano in questo settore da oltre un secolo».
Il padre Giovanni, detto Nino, che ha dato il nome all’azienda, era «un colosso di un metro e novanta d’altezza e di 130 chili di peso. Bello come Gary Cooper, o almeno così sosteneva mia madre. Tanto forte che a militare faceva il “presentatarm” con la canna del cannone. E soprattutto, un uomo di una bontà e una generosità infinite. Il più classico dei giganti buoni». Con cui Primo non ha mai mancato di avere confronti e scontri, talvolta anche aspri. Fu lui a decidere che il figlio dovesse fare, anziché gli studi di architettura, la Scuola Enologica di Conegliano, in cui Primo imparò quel rigore e quella disciplina che lo avrebbe guidato nel futuro, e fu sempre lui a lasciarlo uscire dai confini del paese: «Aveva capito che, a differenza di lui, io dovevo conoscere cosa c’era al di là del Piave, nostro fiume sacro e nostro eterno confine mentale, per guardare negli occhi un mondo che si era messo a correre così all’improvviso».
A 25 anni si fa assumere come commis di sala al «Talk of the Town», un ristorante che non esiste più, per respirare l’aria della Swinging London, dove impara una lezione di vita: al primo servizio dei petit four, 16 piattini di piccola pasticceria, il giovane Primo inciampa e scaraventa tutto per terra, coprendo perfino la voce possente di Tom Jones, che si stava esibendo nel locale. «Certo che il maître mi avrebbe licenziato in tronco, rimasi sorpreso quando con voce glaciale mi disse: “Ora alzati, raccogli, metti a posto e servi in tavola”. Da allora, ogni volta che mi è capitato di inciampare, ho seguito il consiglio del maître portoghese. Mi sono alzato, ho messo a posto e ho servito a tavola».
«La curiosità è stata il mio modo di essere un uomo colto». È la curiosità che lo spinge a frequentare il ristorante di Gualtiero Marchesi in via Bonvesin de la Riva a Milano, «per seguirne con passione ed eccitazione il costante invito alla ricerca e alla sperimentazione, lontane da pregiudizi come da facili virtuosismi fini a sé stessi». È la curiosità lo spinge a seguire le orme di Alfredo Beltrame, il fondatore nel 1962 di «El Toulà», la prima catena di ristoranti di alta qualità in Italia.
Nel 1979 arrivano la prima autoclave e il primo viaggio a New York, a «Le Cirque» da Sirio Maccioni, che non era ancora così famoso e che soprattutto parlava italiano. Sono i primi atti della conquista del mercato italiano e americano.
Una domenica di settembre del 1982, però, mentre stava scendendo dall’auto a Soave, Nino viene stroncato da un ictus «come una quercia abbattuta da un fulmine», senza dire nemmeno una parola. Aveva 61 anni.
«Ti accorgi che chi si era guadagnato la credibilità che permetteva a te di sbagliare era lui, che tu eri solo un comprimario e che alle tue spalle c’era non solo un uomo ma una famiglia intera, con una lunga, onesta e impeccabile tradizione nel mestiere. Da quel momento in avanti avrei dovuto guadagnarmela da solo. Lunedì 27 settembre, il giorno dopo la morte di mio padre, avremmo dovuto iniziare la vendemmia. Dissi a Giulio, l’enologo, di avvertire i nostri conferitori di aspettare la sepoltura. Giovedì 30 settembre non c’era più un chicco d’uva. Così, messi da parte il dolore e lo smarrimento, mi restava un solo compito: dimostrare che c’ero. Dovevo dimostrare che sapevo fare il vino. Farlo buono, venderlo bene e portare a casa il denaro».
Primo ha 35 anni e l’anno dopo, esattamente dieci dopo il suo ingresso ufficiale in azienda, nasce il Prosecco Primo Franco, il primo con il millesimo dichiarato: 1983. Furono scelte una bottiglia scura, una riedizione della vecchia etichetta del nonno e la graffa al posto della gabbietta. È il punto cruciale di un percorso, iniziato nei primi anni Settanta, che, insieme all’azione di altri futuri decani del vino italiano come Roberto Anselmi, Fausto Maculan, Franco Allegrini «e prima di tutti noi Angelo Gaja», ha permesso di operare una rivoluzione tecnica e culturale nell’enologia nazionale. Prima «facevamo di tutto, fiaschi, damigiane, bianco e rosso. Servivamo perfino la mensa dell’Alfa Romeo di Arese perché gli operai avevano diritto a un quartino di vino a pasto».
Sono anni di viaggi in giro per l’Italia e per il mondo, tra ristoranti, alberghi, enoteche. Viaggi che non si sono più fermati in una cavalcata rutilante di esperienze e conquiste.
«Negli anni Ottanta abbiamo venduto uno stile di vita, quello veneziano, con un vino bianco italiano facile da bere anche di giorno con qualche cicchetto o appetizer».
Il Prosecco – «il paggio cinquecentesco: gentile, cortese, avvezzo a servire cavallerescamente dame e cavalieri, ma mai uomo d’armi, né uomo di lettere» – entra alla «Locanda dell’Angelo Paracucchi» di Ameglia, all’«Enoteca Pinchiorri» di Firenze, da «Aimo e Nadia» a Milano, all’«Antica Osteria del Ponte» di Cassinetta di Lugagnano, al «San Domenico» di Imola.
«Io avevo un’idea di vino che non era l’idea di vino che aveva mio padre e che invece era l’idea di vino che si stava affermando nel grande mondo là fuori, al di là della linea del Piave. Per mio padre il vino, lo stesso vino che lui importava, imbottigliava e commercializzava, fosse Amarone, Recioto o Valpolicella, cioè un vino che poteva ritrovarsi sulle tavole degli italiani e nelle mense di tante grandi aziende, poteva essere buono, mediocre o anche cattivo, ma rimaneva fondamentalmente un alimento, l’alimento attraverso il quale l’organismo riceveva un contributo fondamentale di calorie. Per me lo stesso calice di vino era una fonte di piacere. Una possibile fonte di piacere. Perché se la qualità non fosse stata elevata (e poi sempre più elevata) quella fonte di piacere si sarebbe automaticamente inaridita. Sarà banale, sarà scontato, ma la rivoluzione enogastronomica degli anni Settanta e Ottanta ha ruotato intorno a questo piccolo-grande concetto: il diritto al piacere».
Il Rustico è il vino che rappresenta la tradizione della famiglia, prodotto dai primi anni Settanta “con il fondo” e dal 1979 in autoclave. Questo Docg Brut senza annata proviene dalle uve e dai mosti di una quarantina di parcelle tra Valdobbiadene e Conegliano, unendo l’eleganza del primo (terreni più magri, sassosi, sabbiosi) con la struttura del secondo (suoli più argillosi). Il colore è paglierino vivo, il carattere floreale, cremoso, dalla carbonica calibrata e dal frutto definito. È il vino che Giuseppe Cipriani, il patron di Harry’s Bar e padre di Arrigo, indicò come il migliore per il celebre Bellini (una parte di succo di pesca e tre di spumante), facendogli conquistare il mondo.
Nel 1999 esce la prima annata del Vigneto della Riva di San Floriano, dall’omonima, singola parcella, suddivisa in tre appezzamenti in forte pendenza, di Valdobbiadene, primo cru della casa. Il Docg Brut 2024 ha colore paglierino intenso, un naso calcareo con elementi sassoso-minerali, gusto floreale, tondeggiante, di sapore.
«Il sasso biancone del suolo è lo stesso che si usa per le case, la parte fertile del terreno è poco profonda quindi le radici devono scendere per trovare l’acqua. Nel Riva si sentono i 9000 metri quadri di terra, nel Rustico, che è una sintesi del territorio, gli 8000 ettari della Docg. Nel “single vineyard” (è stato l’importatore americano del tempo a dirci di farlo e poi non l’ha comprato) non bisogna pensare alla “consistency” come nella Cuvée, ma all’espressione singola».
Il Nodi nasce nel 2015 da una vigna di Valdobbiadene, chiamata Col del Vent, presa in gestione a fine 2014. «Sono piante centenarie, vigorose, belle, alcune a piede franco, moltiplicate per selezione massale, una specie di casa di riposo per vecchie signore… I nodi del nome sono quelli delle piante ma è anche la misura della velocità del vento, che qui accarezza sempre le viti. La vigna è per metà in piano e per l’altra metà in pendenza». Il Docg Extra Brut 2023 ha profumi minerali, bocca succosa, ariosa, fresca, “semi-aromatica”, di bel carattere, con finale dal lascito sapido.
«Il metodo charmat mantiene la freschezza e la natura dell’uva, cosa che invece il metodo classico non fa».
Nel 1993 Primo e la moglie Annalisa, sposata nel 1977, avevano acquisito la vigna Grave di Stecca che gestivano dal 1991 e che circonda Villa Barberina. Ci vorranno 14 anni, tra ricerche, selezione massale da un vecchio portainnesto, prove e sperimentazioni prima dell’avvento del primo millesimo, il 2007, del “grand cru” della casa, un “clos” circondato da alti muri di pietra, l’unico di Valdobbiadene (quasi due ettari e mezzo con 5000 piante per ettaro). Il nome è derivato dalle mappe napoleoniche. Il terreno è sassoso, calcareo. Il vino rimane sulle fecce senza travasi dai 5 ai 7 mesi, con rimontaggi discontinui, fa 30 giorni di autoclave come gli altri Prosecco e rimane 6 anni in bottiglia prima di essere commercializzato. «La Camera di Commercio ce lo rimanda indietro come “rivedibile” e questo anche alla seconda revisione. Alla terza ce lo passano. Accade anche con il 2008 e il 2009, dopodiché usciamo dalla Docg anche lo produciamo come tale».
Il Brut 2018 ha colore intenso, profumo intenso e palato intenso, ricco, pieno d’erbe, di buon allungo. Il 2014 ha colore dorato, sentori d’evoluzione, palato succoso, fresco, balsamico, contrastato, persistente. Il fascinoso 2010 presenta note di evoluzione, di fiori d’acacia, di miele, con fresche note mentolate.
«Le nostre tre singole vigne mi hanno fatto conoscere un nuovo orgoglio, un orgoglio più profondo e più silenzioso di quello che la mia famiglia conosceva da cent’anni, cioè l’orgoglio di sentirsi commercianti, un orgoglio che provo ancora, vivo e dinamico, irrinunciabile come sempre».
C’è in degustazione anche il Grave di Stecca Vendemmia Tardiva 1991, prodotto in bottiglie da mezzo litro e in magnum. Colore dorato intenso e definito, nota affumicata all’olfatto, palato intenso di sottobosco (champignon), denso ma non troppo, di buona risoluzione acido-zuccherina, invitante, contrastato, di persistenza sapida.
Il Primo Franco Dry, in produzione dal 1983, «è il vino che Veronelli e Meregalli mi dissero di fare, dopo aver assaggiato una bottiglia del nonno che avevo recuperato in cantina». Il 2024 ha colore leggero e trasparente, profumi varietali, sorso cremoso, definito, gastronomico. Il 2003 ha colore giallo dorato, profilo balsamico, carbonica che è un soffio, finale fresco e minerale. Il 1992 ha colore dorato intenso, olfatto d’evoluzione, bocca succosa, piena, antica, saporita, con un soffio quasi inavvertibile di effervescenza. Un Prosecco fuori dagli schemi.
«Il vino è dentro di noi, nella nostra memoria atavica e nelle nostre fibre più intime e più autentiche. Anche in quelle degli astemi».
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