Eccellenza plurale: le uniche quattro cantine italiane a conquistare in 40 anni i Tre Bicchieri per bollicine, bianchi, rossi e dolci

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C’è un filo sottile che unisce quattro cantine italiane diversissime per storia, dimensione e geografia, ma accomunate da un traguardo particolare: essere riuscite, nel corso degli anni, a ottenere i Tre Bicchieri del Gambero Rosso in tutte e quattro le categorie fondamentali del vino – bollicine, bianchi, rossi e vini dolci. Una rarità assoluta, come quei nuotatori olimpici capaci di vincere l’oro in stili e distanze diversi. Le protagoniste di questa storia si chiamano Sella & Mosca, Ca’ Rugate, Umani Ronchi e Roeno.

A celebrarle, una degustazione-evento guidata da Giuseppe Carrus, vicecuratore della Guida Vini d’Italia del Gambero Rosso. Una serata pensata come un viaggio nel tempo e nello spazio, attraverso i vini che hanno segnato la storia e l’identità di queste quattro realtà familiari del vino italiano. Vini, pur diversi, che condividono una stessa filosofia: la capacità di esprimere il territorio senza scimmiottare modelli esterni. Una degustazione, quindi, che non è stata solo un omaggio ai premi del Gambero Rosso, ma un ritratto corale dell’Italia del vino che crede nel valore del tempo, della coerenza e delle radici.

«Ci siamo interrogati» – ha raccontato Carrus – «se vi fossero realtà che, negli anni, avevano saputo produrre eccellenze in tutte le tipologie. Vini unici, territoriali, rispettosi dei vitigni e del clima. Non semplicemente buoni, ma capaci di raccontare qualcosa in più. Con sorpresa, in quarant’anni di guida, abbiamo trovato solo quattro nomi, e così ci è venuta l’idea di celebrarle in una serata speciale».

L’evento si è svolto nella raffinata cornice del ristorante Pipero di Roma, nel cuore della capitale, uno dei luoghi dell’alta cucina italiana guidato dallo chef Ciro Scamardella e dal maître Alessandro Pipero. Con il suo ambiente sobrio ed elegante, luci soffuse e servizio attento, Pipero è stato il luogo ideale per valorizzare un’esperienza enologica di alto profilo: ogni piatto è stato pensato per dialogare con il vino, e l’atmosfera ha favorito il dialogo e la condivisione tra produttori e giornalisti.

Le bollicine, quattro interpretazioni dell’eleganza

Il percorso delle bollicine si è aperto con Metodo Classico “Oscarì” 2022 di Sella & Mosca, nato dal raro vitigno Torbato e simbolo della rinascita dell’azienda sarda sotto la guida della famiglia Moretti. Spumante dal profilo floreale e marino, ha stupito per la sua energia e cremosità equilibrata, con note di fiori bianchi, scorza d’arancia e una vena sapida che ricorda il mare.

È seguito l’Amedeo 2018 di Ca’ Rugate, da uve Durella dei Monti Lessini: lunga sosta sui lieviti, acidità viva e finezza da fuoriclasse. Profuma di agrumi canditi, nocciola e fiori di campo, e in bocca mostra una verticalità netta e una bollicina finissima.

Poi l’Umani Ronchi “La Hoz”, metodo classico nature marchigiano da Verdicchio 80% e Chardonnay, raffinato e complesso, con un naso che intreccia fiori di acacia, pane tostato e una vena minerale intensa. È un vino che esalta l’eleganza del Verdicchio in chiave spumantistica.

A chiudere, la bollicina che più mi ha sorpreso: il Trento Doc Dèkatos 2013 di Roeno. Chardonnay in purezza, dieci anni sui lieviti, un equilibrio mirabile tra volume e tensione. Spuma sottilissima, profumi di crosta di pane, cedro candito e pietra bagnata, e una bocca tesa, tagliente, di rara persistenza. Un vino di montagna, elegante e verticale, che rappresenta un tributo alla terra di confine tra Veneto e Trentino, da dove provengono le uve. È una bollicina che non cerca l’effetto, ma l’essenza, e nel calice mostra una complessità che resta viva e vibrante, come se il tempo non lo avesse mai toccato.

I bianchi, tra freschezza e profondità

La sezione dei bianchi si è aperta nuovamente con Sella & Mosca, che ha presentato il Torbato Terre Bianche Cuvée 161 2024, vino solare e mediterraneo, con profumi di fiori di campo, erbe aromatiche e una singolare sensazione di cereale tostato. In bocca è salino, teso, luminoso: un bianco di grande personalità capace di unire modernità e tradizione.

Poi il Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Superiore “Historical” 2020 di Umani Ronchi, il mio preferito: complesso, sapido, profondo ma di estrema bevibilità. Il naso si apre su sentori di fiori bianchi, mandorla e scorza di limone, con tocchi di erba fresca e pietra bagnata. In bocca rivela una struttura fine, una tensione minerale che allunga il sorso e un finale di agrumi e erbe aromatiche. È un vino che coniuga eleganza e forza, e che racconta meglio di molti altri l’anima più pura del Verdicchio.

Tra gli altri bianchi, non hanno sfigurato anche il Soave Monte Alto 2018 di Ca’ Rugate, espressione di garganega pura, con note di fiori gialli, miele e mandorla dolce, di bella tensione acida e profondità, e il Riesling Renano Collezione di Famiglia 2018 di Roeno, fresco e verticale, che si distingue invece per i profumi di lime, pesca e idrocarburi appena accennati, segno di un’evoluzione ancora in piena corsa.

Rossi d’identità e di stile

Il percorso dei rossi si è aperto con il Marchese di Villamarina 2021 di Sella & Mosca, un Cabernet Sauvignon sardo di nobile eleganza, tra frutto mediterraneo e tannino fine. Nel bicchiere emergono note di ribes nero, erbe mediterranee e un accenno di grafite, con un finale caldo ma perfettamente equilibrato dal sale di Alghero.

Poi il Cima Caponiera 2017 di Ca’ Rugate, il mio preferito tra i rossi, Amarone della Valpolicella di tensione e leggerezza, che riscrive le regole del genere. Si distingue per il colore rubino profondo e il naso di ciliegia sotto spirito, cacao e spezie dolci. Al palato, la trama tannica è setosa, la dolcezza del frutto si fonde con una freschezza inaspettata, e il sorso, lunghissimo, resta teso e vivo fino all’ultima goccia.

Dalle Marche è arrivato il Campo San Giorgio 2016 di Umani Ronchi, un Conero Riserva austero ma di grande freschezza e intensità minerale, con profumi di amarena e liquirizia e un palato che unisce la potenza del Montepulciano alla leggerezza del mare. La chiusura è stata affidata a Roeno con l’Enantio 1865 Riserva 2016, vino raro da vigna prefillossera, potente ma equilibrato, dal profilo balsamico e speziato, che lascia al sorso una sensazione di profondità e memoria antica.

Quando la dolcezza non stanca

La parte finale della degustazione ha mostrato quattro modi diversi di intendere la dolcezza. Umani Ronchi ha presentato il Maximo un Sauvignon Blanc passito, dorato e luminoso, dalle note di muffa nobile, di zafferano, albicocca secca e miele d’acacia, elegantissimo e fresco grazie alla spiccata acidità.

Ca’ Rugate ha emozionato con la Perlara 2013, un Recioto di Soave dal profilo minerale e dalla dolcezza bilanciata da una grande freschezza: un intreccio di albicocca disidratata, agrumi canditi e note saline.

Roeno ha proposto la Vendemmia Tardiva Cristina 2013, un blend di Pinot Grigio, Chardonnay, Sauvignon e Traminer, cremoso e aromatico, con sentori di frutta matura e erbe di montagna, vellutato al palato.

Sella & Mosca ha chiuso in gloria con uno dei miei vini da meditazione preferito: l’Anghelu Ruju 2009, vino liquoroso da uve Cannonau appassite e fortificate. Profondo, struggente, ha profumi di dattero, fico secco, spezie dolci e zafferano, che si fondono in un corpo caldo ma sorprendentemente equilibrato. È un vino che parla al cuore, capace di evocare la Sardegna più autentica e poetica, e incarnando la bellezza del tempo. «Un vino che» – ha chiosato mirabilmente Carrus – «genera parole, unisce e invita al dialogo».

 

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