“In questa zona del lago di Garda, la Valtènesi, sono oltre cento anni che si fa viticoltura dedicata al vino rosato”. Dall’enfasi con cui Mattia Vezzola lo dice capiamo che, oltre ai discorsi, oltre ai ragionamenti, oltre agli assaggi, è il “distillato” del pensiero di questo celebre e pluripremiato viticolture ed enologo, il messaggio fondamentale che gli interessa venga compreso da chi gli sta davanti. Perché il tempo è un fattore prezioso nella viticoltura e chi sa portare avanti intuizioni antiche può godere di grandi vantaggi.
Dall’alto del suo metro e novanta e del carisma di chi ha scritto pagine fondamentali della rinascita del vino italiano in generale e della storia del vino di Franciacorta in particolare, Mattia Vezzola distribuisce perle di saggezza (e di sapienza) senza l’atteggiamento del guru, ma di chi sa apparire come uno di noi, con l’umiltà e l’understatement di colui che sa come non si finisca mai di imparare in una materia di infinita complessità, e che ha saputo rimettersi in gioco nell’azienda di famiglia dopo i quarant’anni importanti e ricchi di successi trascorsi a Bellavista.
Il racconto parte da lontano, dalla situazione del vino italiano degli anni 70, dalla scarsa attenzione che c’era per l’igiene nelle cantine, e come in occasione della redazione di un libro sul Chianti Putto vennero richiesti circa 200 campioni e solo 14 vennero considerati accettabili. Questa era la condizione nella vitivinicoltura del Bel Paese, dove però poi in 50 anni si sono fatti i progressi che altrove si sono fatti in 150. E così, per capire e crescere, sono stati importanti i viaggi. Naturalmente in Francia, dove arrivò nel 1972 in Mini Cooper per osservare come nella Champagne, da Krug, per lavorare una materia proveniente da vigne bellissime e “pettinate” si usavano botti anche di 60 anni igienicamente perfette e metodi di vinificazione tradizionali, quasi artigiani, in un momento in cui da una Conegliano all’avanguardia si sperimentavano i primi recipienti in acciaio inox. E così fu proprio da quei calici di Champagne che dopo dodici ore, caldi e privi di bollicine, emozionavano ancora per la loro straordinaria identità, che nacquero i rivoluzionari Metodo Classico di Mattia Vezzola a base di pinot nero e chardonnay e che trasmettevano il messaggio fondamentale: bene l’apporto tecnologico ma mai privarsi della cultura che interpreta la tradizione.
Costaripa, dunque: nasce nel 1928 grazie al nonno nel cuore della Valtènesi, regione di dolci colline moreniche dalle circa 67 tipologie di suoli e chesi estendono da nord a sud nella sponda bresciana del Lago di Garda tra i comuni di Desenzano e Salò. Le brezze mattutine e serali configurano un vero e proprio microclima mediterraneo alle pendici delle Alpi, ed è proprio a Moniga del Garda che nel 1896 inizia una viticoltura strettamente dedicata al rosé.
Vezzola sceglie il groppello gentile come cardine della sua viticoltura in rosa, un’uva che per molti versi assomiglia al pinot nero e che viene affiancata da marzemino, barbera e sangiovese. In tutto si contano 28 vigneti le cui uve sono vinificate separatamente cercando di preservarne l’integrità con tecniche soft quali lo sgrondo del mosto fiore ottenuto esclusivamente per gravità. Poi, l’assemblaggio “a freddo”come si fa nella Champagne. Sono due le intepretazioni del Rosé di Costaripa. Una esposta nell’etichetta RosaMara, che punta all’eleganza espressa con immediatezza; l’etichetta Molmenti, dedicata ad un senatore del Regno a cui un matrimonio “ricco” consentì di diventare un vero e proprio pioniere del vino rosato grazie anche all’aiuto di enologi bordolesi, punta decisa all’impatto e alla longevità e trae origine da vigneti vecchi su terreni con una maggiore presenza di argilla, con un affinamento che avviene in tonneau. Esce cinque anni dopo la vendemmia (stile Brunello di Montalcino) e ha vita assai lunga, come si vedrà negli assaggi.
Gli assaggi
Valtènesi Rosé RosaMara 2024
Di colore cipria di grande limpidezza, ad un naso elegante e persistente giocato su note floreali di rosa, di agrumi e di pepe, fa seguito un palato impattante, compatto, assai saporito, e anche progressivo. Nell’approssimarsi al finale, si avverte un dualismo acido-sapido che rende la beva avvincente e nervosa.
Valtènesi Rosé RosaMara 2020
Il colore acquista una componente arancio, e la prova che la sfida alla longevità dei Rosé di Mattia Vezzola è vinta risiede in questo vino, in cui proprio l’evoluzione arricchisce l’olfatto di affascinanti sensazioni minerali, piriche e di pietra focaia. Al palato si percepisce uno straordinario equilibrio e la beva si distende ampia e scorrevole su note di frutta matura con lunghi rimandi di burro di arachidi, cioccolato bianco e mandarino.
Valtènesi Rosé Molmenti 2019
Al naso si mostra complesso affiancando i fiori bianchi note persistenti di pesca e di leggero ribes, affiancate da rimandi di vaniglia dovute all’affinamento in tonneau. La beva, che aggiunge l’agrume maturo, è potente ma anche succosissima, e il finale è scintillante grazie a tannni vivi e reattivi.
Valtènesi Rosé Molmenti 2011
Le tonalità peculiari del colore si devono al fatto che in quell’epoca non c’era ancora un pieno controllo della temperatura nella fasi della vinificazione. Qui si avvertono la confettura di albicocca, note di idrocarburi espresse con bella ampiezza. E’ un vino saporito e di freschezza assai notevole.
Oltre i Rosé, due Metodo Classico
Il Mattia Vezzola Créant (da uve chardonnay) punta su una elegante maturità del frutto bianco e giallo, sia al naso che in un palato avvolgente, scorrevole e che chiude su espressive note di pera. Il Mattia Vezzola Grande Annata Rosé 2019, da vigne di chardonnay (80%) e pinot nero che una primavera fresca ha fatto fiorire in leggero ritardo ma le cui uve a settembre erano di grande qualità, sfoggia un perlage finissimo e assai piacevole in bocca; al naso si avvertono sia la componente floreale del ciclamino che quella fruttata della pesca bianca. Al palato energia, croccantezza, struttura e progressione aromatica, fino alla lunga scia di ribes e lampone.
A chiusura, il PalmArgentina 2024, un vino peculiare ottenuto da uve groppello e marzemino appassite in parte in pianta e in parte in fruttaio, al quale viene aggiunto un Moscato Rosa altoatesino. Il risultato (10 gradi alcolici) è un vino da dessert gentile e leggiadro, ricco di note di mela cotta e menta, che chiude in bocca leggero e pulito. Leggero e pulito perché così lo avrebbe apprezzato la madre, alla quale è dedicato. Quella madre che Mattia Vezzola ricorda come si ricordano le madri per tutta la vita. E che, nelle lettere al figlio lontano, al termine delle lunghe istruzioni e dei consigli “professionali” del padre Bruno, aggiungeva semplicemente: “ti mando mille lire perché ti servono.”
Costaripa
Via della Costa 1/A – Moniga del Garda (BS)
Tel. 0365 504816
www.costaripa.it

Scrive di vino, gastronomia e agroalimentare di qualità. Assieme a Luca Bonci ha fondato nel 1999 L’AcquaBuona. Direttore editoriale, gestisce le relazioni con i lettori e con la stampa. È membro dell’ASA (Associazione Stampa Agroalimentare)












