Di certo il suo nome, giocato com’è fra l’ironico e il fanciullesco, potrebbe ispirare tuttalpiù simpatia; non certo l’ambizione, non certo il blasone. Semmai un’idea di understatement, un invito a non prendersi troppo sul serio, ecco.
D’altronde, immaginarci al tavolo di un ristorante e chiedere “mi porti un Anatrino”, non suona proprio come un “mi porti un Pichon Longueville Comtesse de Lalande”. Eppure l’Anatrino 2023 di Marco Tanganelli (vignaiolo “vinnaturista” di stanza a Castiglion Fiorentino, che sta in provincia di Arezzo) è sorprendente. Anzi, enormemente sorprendente.
Alla sua base ci sta il trebbiano toscano, coltivato in una vecchia vigna di Stradella esposta a Nord. Alla sua base una macerazione di qualche giorno sulle bucce, una fermentazione spontanea e una lunga sosta sulle fecce fini svoltasi esclusivamente in acciaio, senza chiarifica né filtrazioni. Alla sua base un’agricoltura virtuosa che ha bandìto da sempre l’impiego di prodotti chimici di sintesi.
Ora, è pur vero che Marco Tanganelli ci ha abituati a vini per certi versi dialettici & “selettivi”, ai quali talvolta la grammatica enologica più ortodossa sta un po’ stretta, ma in questo caso tutto riacquista pieno senso e clarissima esplicitezza, senza piegarsi peraltro a nessun tipo di cliché.
Profondo, complesso, sfumato, coinvolgente, offre una bella distensione e una importante suggestione minerale a percorrerlo da cima a fondo. E’ sferzante, contrastato, lunghissimo, e non molla la presa, sciorinando un ammirevole equilibrio alcolico in una trama dove la saldezza strutturale si fonde senza sforzo con la dimensione dinamica del sorso, rilasciando una confortante sensazione di elegante veracità e decisa caratterizzazione.
Incasellarlo fra i migliori assaggi in bianco toscani di quest’anno è fuor di ironia: di questo giudizio ne sento interiormente la giustezza e la liceità.
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Giornalista pubblicista toscano innamorato di vino e contadinità, è convinto che i frutti della terra, con i gesti che li sottendono, siano sostanzialmente incanto. Conserva viva l’illusione che il potere della parola e del racconto possa elevare una narrazione enoica ad atto culturale, e che solo rispettando la terra vi sia un futuro da immaginare. Colonna storica de L’AcquaBuona fin dall’inizio dell’avventura, ne ricopre da anni il ruolo di Direttore Responsabile. Ha collaborato con Luigi Veronelli e la sua prestigiosa rivista Ex Vinis dal 1999 al 2005; nel 2003 entra a far parte del gruppo di autori che per tredici edizioni darà vita alla Guida dei Vini de L’Espresso (2003-2015), dal 2021 rientra nell’agone guidaiolo assumendo il ruolo di referente per la Toscana della guida Slow Wine.









