Per una coincidenza casuale, un caso fortuito coincidente, una circostanza fortuita dettata dal caso, una fatalità coincidenziale della sorte (proseguire ad libitum nelle permutazioni) mi ritrovo a scrivere di un vino descritto evocativamente pochi giorni da Raffaella Guidi Federzoni nel mio sito dell’Accademia degli Alterati (clicca qui).
Evidentemente questo vino ha deciso di imporsi con energia all’attenzione di noi palati alterati, ma di questo aspetto ai lettori acquabuonici non credo freghi giustamente nulla. Ciò che può interessare in questa sede è la scoperta di un vino che alla sua prima uscita sul mercato si propone già come uno dei bianchi più stimolanti del panorama siciliano, l’Officina del Vento 2023.
Ma facciamo una decina di passi indietro e partiamo dal 1955. In quell’anno un gruppo di commercianti ed esperti di vino britannici ha fondato The Institute of Masters of Wine, nato con l’intento di formare specialisti a 365 gradi (i 5 gradi in più sono stati calcolati perché il raggiungimento del titolo di Master of Wine richiede anni di studio).
Nel giro di poco tempo la figura del Master of Wine – o come viene confidenzialmente acronimizzata dai conoscitori, MW – è divenuta sinonimo di tenacia inossidabile nel perseguire uno scopo: gli aspiranti al titolo sono infatti attesi al varco da decine di materie, da centinaia di pagine da mandare a memoria, da migliaia di vini da degustare e descrivere, da (almeno) tre anni di studi e approfondimenti. Se passa il temibilissimo esame finale, un MW diviene infine una figura professionalmente autorevole e pressoché incontestabile, una sorta di Giudice di Cassazione della materia vinosa.
Per un curioso e forse inconfessato veto, fino a pochissimo tempo fa nessun essere umano nato in territorio italiano era mai stato insignito del prestigioso attestato. Oggi possiamo invece essere fieri di contare nelle fila dei MW ben tre compatrioti: Gabriele Gorelli, Andrea Lonardi e Pietro Russo. Ciò che, parallelamente al recente riconoscimento della cucina italiana come patrimonio intangibile dell’Unesco, ci legittima su un piano universale.
Il dinamismo dei tre sodali – insieme al socio Michele Machetti – li ha portati anche a investire in un progetto ambizioso, quello di far nascere uno dei migliori vini bianchi del Sud e d’Italia. Ha preso forma così l’Officina del Vento, un bianco a base delle energiche uve grillo, coltivate e poi vinificate nel meraviglioso contesto del marsalese, presso la scenografica Riserva dello Stagnone.
Ho scritto più volte in passato della mia ammirazione per la varietà grillo e per l’intensa espressività dei bianchi cui dà vita nei casi migliori. Questo bianco si muove in ottima conferma, sebbene sul piano olfattivo si dimostri molto reticente nelle prime ore dopo la stappatura. Bisogna quindi concedergli tempo: nel bicchiere, se aperto giovane; e anche meglio in bottiglia, lasciandolo in pace in cantina per – direi a spanne – due o tre anni. In questa sua fase giovanile è decisamente più loquace al palato, dove gioca in una bella alternanza tra correnti sapido/saline/iodate, correnti fruttate, correnti acide. Punto qualificante il finale, davvero nitido e privo di sbavature.
Il costo finale di circa 60 euro, certo non timido, mostra plasticamente in che considerazione tengono questo vino i suoi artefici; e tutto sommato questo 2023 non è lontano dal meritarli tutti.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.










