Vecchie Terre di Montefili, la nuova via tracciata nel solco della biodiversità

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C’è un drappello di produttori visionari e pionieristici che con le loro intuizioni, scelte, decisioni e pratiche ormai una cinquantina di anni fa rifondarono il vino toscano, con importanti effetti trainanti sulla intera viticoltura nazionale. Fra di essi, c’è senz’altro Vecchie Terre di Montefili, che sorge in una delle zone più vocate del Chianti Classico, quella che da Panzano va verso Montefioralle, e sta “appoggiata” su una collina di 500 metri sul livello del mare, il che significa 200 metri in più in alto della media della “conca d’oro” panzanese.

Tutto partì negli anni 70 dalla famiglia Acuti che, pur impegnata con successo in altre attività, decise di fare le cose sul serio scegliendo un enologo che avrebbe fatto anch’esso storia, Vittorio Fiore. Dal suo talento nacquero i disegni del primo vigneto di sangiovese nel 1975 e di quello di cabernet sauvignon nel 1981 dai quali avrebbero avuto origine i due supertuscan appartenenti alle due categorie classiche: il sangiovese in purezza in un’epoca di uvaggi che comprendevano anche la bacca bianca che prese il nome di Anfiteatro, e il vitigno “importato” che parlasse la lingua degli appassionati di tutto il mondo facendo comprendere loro cosa potesse esprimere se acclimatato in Italia. Nacque così il vino il cui nome espresse la reazione di Roccaldo Acuti (detto Rocca) quando seppe che non avrebbe potuto produrre un Brunello di Montalcino in Chianti Classico: allora avrebbe prodotto un Bruno, il Bruno di Rocca!

Ma si sa, la storia chiude libri e ne apre altri: e così alla famiglia Acuti sono subentrati nel 2015 due amici americani, gli imprenditori Tom Peck (californiano) e Franck Bynum (newyorkese). Alla conduzione in vigna e in cantina è stata scelta Serena Gusmeri, bresciana e quindi franciacortina di formazione, con importanti esperienze australiane e dieci bellissimi anni trascorsi fra Ischia e beneventano.  Forte di energia ed entusiasmo veramente invidiabili, ha voluto imprimere subito una direzione netta al suo lavoro: invece di inseguire costose certificazioni bio nel 2018 propose alla proprietà di finanziare un progetto di ricerca intenso e innovativo per la conoscenza del territorio. Analisi accurata dei suoli per definire le strategie nei sovesci, consulenze di botanici per catalogare i fiori spontanei che ciclicamente nascono sulla terra (ne sono stati trovati 62, fra cui due tipici di climi mediterranei e chissà come arrivati fino in Chianti Classico) dando informazioni preziose sulla composizione dei terreni e che per questo vengono preservati grazie a sfalci tardivi (fine aprile); aiuto di entomologi per definire le specie di insetti (catalogati 240 tipi di ragni di 5 famiglie), e poi naturalmente studio maniacale della vite, dalle foglie ai peduncoli dei grappoli che danno informazioni preziose sui terreni.

I vigneti che danno origine ai vini sono: quello a sangiovese realizzato per l’Anfiteatro, due ettari e mezzo impiantati nel 1975 con le 2500 fallanze rimpiazzate quasi interamente mediante selezione massale, forma di allevamento capovolto toscano, suoli prevalentemente composti da pietraforte; la singola particella da cui si origina il Vinea Vecchia, mezzo ettaro impiantato nel 1981 su suoli ricchi di alberese e argilliti scistose, e con forma di allevamento cordone speronato; la Vinea nel Bosco, completamente chiusa e alla quale si arriva solo a piedi, 2,5 ettari impiantati nel 2000 su suoli ricchi di alberese con venature calcareo argillose, con forma di allevamento cordone speronato.

La lavorazione delle uve vede fermentazioni con lieviti indigeni, macerazioni in acciaio e un uso del legno che, in linea con il trend degli ultimi anni, si è andato alleggerendo: i due supertuscan vedono ancora il concorso dei tonneau in abbinamento alla botte da 10 o 20 ettolitri, che sono i recipienti esclusivi per gli altri vini. Gli assaggi riguardano un’annata, la 2020, che ha visto un andamento stagionale con una primavera mite e un’estate calda ma non estrema, portando uve ad una maturazione equilibrata; li assaggiamo al Cibrèo di Firenze, dove Fabio Picchi fu tra i primi a credere e mettere in carta i vini di Vecchie Terre di Montefili.

Il Chianti Classico Gran Selezione Vinea Vecchia 2020 sfoggia un naso ampio, intenso e carnoso centrato sul frutto; al palato si avvertono nerbo, energia, leggerezza in una beva che si allarga con decisione. Nel finale si avverte un un tannino di giovanile irruenza. Il Chianti Classico Gran Selezione Vinea nel Bosco 2020 mostra un olfatto meno impattante ma più sfaccettato, arricchito di sensazioni balsamiche, di erbe aromatiche in cui spicca l’alloro. In bocca è compatto, sempre fresco ma morbido e già pronto, con un finale di bella lunghezza.

L’Anfiteatro 2020, sangiovese “storico” dell’azienda, è assai seducente grazie a un naso speziato e ricco di accattivanti note di fragola e lampone, oltre a suadenti toni balsamici. Grande equilibrio in un palato snello e setoso, che arriva ad un finale in cui un tannino dolce spinge a lungo su sensazioni delicatamente fruttate. Infine il Bruno di Rocca 2020, lo storico cabernet sauvignon che colpisce al naso con toni pungenti, balsamici e mentolati che si mescolano al classico cassis. La beva è vellutata, pastosa e innervata da una linea acida che conferisce freschezza, e il tannino è fine e di bella qualità.

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