Vigilia di compleanno, 30 marzo, giorno di Malvasia Prima, che in barba al nome è giunta alla seconda edizione (mi sia concessa la facile battuta, il banale calembour): nella locandina campeggiava infatti un Vol. 2 di tarantiniana memoria. Cosa chiedere di meglio? L’evento si teneva a Corte Faggiola dei fratelli Giacomo, Giuseppe e Camillo Pavesi, luogo ormai cult della provincia piacentina, un’antica corte rurale ristrutturata, e polivalente, dove si mangiano cose buone e si beve benissimo, la quale, oltretutto, si trova in una località chiamata Gariga, che ogni volta accende in me brividi mediterranei, un frisson per tutti quei vini che sanno, appunto, di gariga, cioè di garrigue. La manifestazione era poi interamente, esclusivamente dedicata alla Malvasia piacentina, ovvero la Malvasia di Candia aromatica (che è diffusa anche in altre zone dell’Emilia ma trovi qui il proprio epicentro), ovvero la varietà, il biotipo, anzi il bel tipo (oggi sono davvero irresistibile) di maggior spicco tra tutte le varietà (18 solo in Italia) di questa grande famiglia ampelografica. Tra le sue caratteristiche principali, anche se ancora poco note presso il grande pubblico, l’eleganza aromatica e la duttilità: riesce a eccellere nelle versioni frizzanti (soprattutto se rifermentate in bottiglia), nelle versioni ferme (anche macerate) e nelle versioni dolci (specie quelle passite), dove non teme confronti con le migliori espressioni nazionali. Cosa, appunto, volere di più? E mi trattengo dal fare un’altra pessima battuta, ad esempio su qualche amaro, pardon vino, lucano.

Ebbene, Innesti, un collettivo di giovani, e anche meno giovani, produttori piacentini, la cui missione è portare la Malvasia del loro territorio tra i grandi bianchi italiani (ci stanno riuscendo, purtroppo non molti se ne sono ancora accorti), ha riunito sui tavoli all’aperto di Corte Faggiola la crème della produzione del territorio. Non solo, ha anche organizzato una masterclass intitolata “La Malvasia incontra il Riesling”, condotta da Nicola Libelli, il Kellermeister di Dr. Bürklin-Wolf, e Luca Bersani, sommelier FISAR.
Il primo vino della degustazione è il Cesura 2024 di Cascinotta di Rizzolo, condotta da Giuseppe Quattrini (che si occupa della parte agronomica) e Vittorio Barbieri (che si occupa di quella enologica), il quale ha oltretutto scritto un testo di riferimento per il territorio come l’Atlante del vino piacentino. Storie, luoghi, terre (Edizioni Officine Gutenberg, 2019). Tra le cose interessanti contenute in questo libro, la notizia che recenti indagini del DNA hanno escluso un’origine greca per la Malvasia di Candia aromatica, ipotizzando che il suo antico progenitore sia il Moscato bianco, a capo di una serie di uve aromatiche tra cui la Malvasia “odorosissima” di Parma, oggi scomparsa, la quale, incrociandosi con una varietà tuttora sconosciuta, avrebbe generato la Malvasia di Candia aromatica. La sede della cantina è a San Giorgio Piacentino, in Val Nure, ma questo vino rientra nel progetto Vini di Confine a cavallo tra il Piacentino e l’Oltrepò Pavese. Il Cesura è una versione stilizzata di Malvasia, tutta giocata sulla sottrazione aromatica: sussurrata, elegante, floreale quanto succosa, limpida, dal finale molto sapido, molto minerale. Attendendo le sue evoluzioni a contatto con l’ossigeno, elargisce nuvole di menta, di litchi, di zenzero.
Il secondo vino è il Forst Riesling Village 2024 Dr. Bürklin-Wolf, che proviene dalle vigne più giovani del Pechstein (suoli basaltici di origine vulcanica) e del Jesuitengarten (suoli rocciosi), due Grosse Lage (Grands Crus) di Forst. Nonostante sia il frutto di un’annata fredda che ha faticato a maturare, il vino, fermentato in tonneau e maturato in botte grande, è molto espressivo: accensione minerale, senso di roccia scagliosa, sorso succoso, sapido, scintillante, con coda minerale e finale vibrante.
«Il Riesling non soffre le gelate, la peronospora o l’oidio ed è quindi un vitigno perfetto per il biologico, ma in vendemmia non dormi perché ha una buccia sottile, una carica fenolica alta e un’acidità intensa, se lo raccogli verde è imbevibile, verde, tannico, bisogna andare a maturazione con una buccia stabile, che lui però non ha, la buccia è sottile e quindi devi assaggiarla sempre, basta poca pioggia perché la sua “pelle” si apra. Le rese devono essere basse ma non troppo e non deve ricevere troppa luce e troppo sole che lo spingono verso il cherosene. Insomma, non è un’uva tra le più semplici».
Classe 1985, Nicola Libelli, piacentino (la mamma aveva una panetteria nel centro di Piacenza), ha fatto agraria in città, la prima vendemmia a 17 anni da Barattieri, storica cantina di Albarola, poi enologia alla Cattolica. Va in California, dove incontra la futura moglie Yvonne Lucas, che dal 2019 è titolare con il fratello Martin dell’azienda Margarethenhof di Forst, fa due semestri di enologia a Geisenheim e poi entra da Dr. Bürklin-Wolf, una delle più prestigiose cantine della Pfalz e della Germania, per un tirocinio, affiancando Fritz Knorr, l’enologo storico della casa. È il 2011, Nicola fa con lui la prima vendemmia e nell’agosto dell’anno successivo Knorr muore all’età di 59 anni per un infarto mentre è in vacanza sulle Alpi austriache. Bettina Bürklin-von Guradze, titolare della tenuta cui non difettano coraggio e decisionismo, messa alle strette dalla situazione, chiede a Nicola se si sente di prendere in mano la situazione e curare la vendemmia. «Potevo dire di no a una proposta del genere?» dice Nicola con un sorriso. Aveva 26 anni e tutto da perdere: è diventato il Kellermeister dell’azienda. Bettina Bürklin-von Guradze, la figlia maggiore di Albert Bürklin, dirige la tenuta dal 1990 e ha operato scelte rigorose nel campo della qualità, convertendo tutti i vigneti al biologico nel 2005 (con certificazione dal 2008) dopo essersi confrontata qualche anno prima con Olivier Zind-Humbrecht e Marc Kreydenweiss, e rinunciando alla classificazione tedesca dei vini del 1971, giudicata troppo generica, per seguire lo spirito di quella più rigorosa del Regno Bavarese del 1828, molto simile alla classificazione della Côte-d’Or (sulle etichette compaiono infatti le sigle “G.C.” per “Grand Cru” e “P.C.” per Premier Cru).
Il terzo vino è la Malvasia 2020 di Solenghi, proveniente dalle marne argillose della zona di Battibò in Val Tidone. Nicola ha ripreso la produzione dal 2016 dopo la breve parentesi del padre Gaetano dal 1999 al 2001. Vinificata in bianco, fermenta e matura in tonneau da 500 litri. Ha un colore giallo intenso e vivo, un dorato brillante che suggerisce maturità e vivezza: e così è in bocca, con tanti fiori gialli, molta buccia di cedro, una scorta di frutto tardivo con un finale di bella sprezzatura acida, sapido e teso.
Il quarto vino è il Forster Jesuitengarten Riesling 2020 di Margarethenhof, da una parcella, dice Nicola Libelli, che confina con il vulcanico Pechstein e che genera un vino più intenso, più affumicato. Vinificato in acciaio, sfoggia agrume e note minerali, è pieno, equilibrato, poi tonico, sapido, tagliente, infine dritto, elegante, persistente. Un vino verticale.
Il quinto vino è il Colli Piacentini Malvasia Sorriso di Cielo 2009 La Tosa. Stefano Pizzamiglio, grande interprete della tipologia, la produce dal 1990 in versione ferma e secca in opposizione a quelle più comuni frizzanti e dolci. Le uve crescono sulle terre rosse ferrose della Val Nure, caratterizzate da una consistente presenza di argilla e limo e una parte minoritaria di sabbia. La 2009, ultima annata in cui è stata aggiunto un 6% di Malvasia passita, è uno splendore: colore dorato intenso e brillante, profumi ariosi, penetranti, stereofonici di erbe officinali e balsamiche, di menta, di eucalipto, sorso pieno di succo, maturo e tardivo, aromatico e felpato, con intersezione, anzi integrazione tra zuccheri e acidità, e finale rinfrescante.
Il sesto e ultimo vino è l’Hohenmorgen Riesling G.C. 2004 Dr. Bürklin-Wolf, dorato e un po’ in debito di ossigeno: molto ricco, molto pieno, con note non sempre a fuoco di muffa nobile, mostrava un minor equilibrio e un’espressione meno brillante rispetto a millesimi più recenti e riusciti.
Era una giornata soleggiata, luminosa, tersa. Sui banchi le Malvasie ferme, frizzanti, passite di Baraccone, Ca’ Nova Gualdana, Camorali, Cascinotta, La Stoppa, La Torretta, La Tosa, Labrè, Le Bionde, Lusenti, Saccomani, Solenghi, Tenuta Borri.
Una gioia, una festa.
Le immagini sono dell’autore










