Nero Buono e Bellone: Cantina Cincinnato e le radici profonde di Cori

Tempo di lettura: 6 minuti

Ci sono territori che il vino lo porta con sé nel nome, nell’acidità del suolo, nella direzione del vento. Cori, in provincia di Latina, è uno di questi. Arroccata sui Monti Lepini, con le spalle appoggiate all’Appennino e gli occhi rivolti verso il Tirreno, questa piccola città laziale custodisce un patrimonio ampelografico che il grande pubblico fatica ancora a mettere a fuoco. La Cantina Cincinnato — circa un centinaio di soci conferitori e una storia di cooperazione agricola che attraversa tre quarti di secolo — riflette questa condizione con precisione: solida, radicata, consapevole delle proprie specificità, nonostante l’annoso problema del Lazio enologico, ovvero la difficoltà di tradurre una ricchezza autentica in narrazione riconoscibile.

Nazzareno Milita, presidente della cantina, racconta tutto questo con la concretezza di chi ha fatto del pragmatismo uno stile. Preferisce spiegare le cose versando il vino nel calice e descrivendolo con orgoglio, ma senza enfasi. E il luogo in cui ci accoglie ha una sua eloquenza: il resort di Cincinnato, con il ristorante affacciato sulle vigne e sulla piana pontina sottostante attraverso un’ampia vetrata, è curato ed elegante, cosa affatto scontata per la zona, e attrae ormai quasi diecimila presenze l’anno. Non è un dettaglio marginale: l’enoturismo, qui, non è un accessorio all’attività vitivinicola ma una componente strutturale del progetto, capace di portare il visitatore direttamente a contatto con il territorio e con i vini prima ancora che questi raggiungano uno scaffale.

La cooperativa e la linea Bombo

Prima di entrare nei vini, vale la pena soffermarsi sul modello che li produce. Cincinnato è una cooperativa, con tutto quello che questo termine implica in termini di complessità gestionale. Ma il sistema di incentivi che Milita descrive è tutt’altro che banale. I soci vengono remunerati in base alla qualità delle uve conferite: chi porta le migliori uve dai vigneti più vocati può ricevere un prezzo quattro volte superiore al minimo garantito. «Non è solo un meccanismo di pagamento — spiega Milita — è un modo per allineare gli obiettivi: il socio che capisce che la qualità si ripaga smette di ragionare da fornitore e inizia a ragionare da vignaiolo». Il risultato, negli anni, è stato anche un ricambio generazionale significativo: giovani soci che hanno scelto di restare in vigna, e di investirci, proprio perché il sistema riconosce economicamente lo sforzo.

La conversazione prende avvio dalla linea Bombo, costruita attorno a un principio preciso: vinificare a basso grado alcolico non come compromesso ma come lettura specifica del territorio. «Scegliamo le zone più fredde — spiega Milita — e vendemmiano in anticipo per preservare l’acidità, cercando però di mantenere anche una discreta compattezza». Tre etichette compongono la gamma: un Bellone, un Nero Buono rosato e un Nero Buono rosso. Tre vini pensati per la scorrevolezza e la bevibilità quotidiana.

Quello più intrigante è senza dubbio il rosso: giovane, fruttato, con toni di ciliegia e frutti di bosco, e senza quella sensazione di diluito che può affliggere certi rossi da vendemmia anticipata. Costa 7 euro in cantina. È un vino di grande piacevolezza, senza pretese di complessità, ma che immagino allieterà tante tavole primaverili ed estive.

Il Bellone: acidità, longevità, vocazione spumantistica

Se c’è un vitigno attorno a cui ruota l’identità enologica di Cincinnato, è il Bellone. Uva bianca autoctona, diffusa nei territori tra Cori e la costa tirrenica fino ad Anzio, non è un’uva aromatica ma ha un’acidità fissa molto elevata che la rende adatta alla spumantizzazione. «Non spinge sul profumo in vigna — precisa Milita — ma in fermentazione esprime qualcosa di molto interessante, con una longevità che sorprende».

I due metodo classico da uve Bellone prodotti dalla cantina — il Korì Brut millesimato 2022 e il Korì Pas Dosé millesimato 2017 — illustrano bene questa doppia natura. Il Brut, con poco più di 6 grammi/litro di zuccheri residui, è uno spumante fresco ed equilibrato, di bella pulizia, accessibile e davvero “democratico”. Il Pas Dosé è un altro discorso: quasi 10 anni sui lieviti, energia ancora intatta, nessun segno di cedimento. È la dimostrazione più concreta che il Bellone, nelle mani giuste, può produrre spumanti di reale longevità.

Nella gamma dei bianchi fermi, Cincinnato propone due espressioni in purezza su acciaio. Il Quinto è più immediato: profumi freschi, parte erbacea marcata, piacevolezza diretta. L’Enyo, più ambizioso (e costoso), nasce da un assemblaggio ragionato di due vendemmie scaglionate — una precoce per i profumi, una a maturazione piena per la struttura — poi malolattica e un anno di affinamento. Al naso frutta fresca, fiori, una spezia tra zenzero e curcuma; al palato emerge una nota sauvignoneggiante abbastanza evidente, probabilmente frutto di una vinificazione in riduzione, che caratterizza il vino in modo riconoscibile, rendendolo un filo “internazionale”.

Il Nero Buono: vitigno di territorio, due anime in bottiglia

Il Nero Buono è un vitigno che esiste — nel senso stretto del termine — soltanto a Cori. «Si chiamava Nero Buono di Cori — racconta Milita — poi “di Cori” è sparito per ragioni burocratiche, ma il legame con questo territorio resta esclusivo». Capriccioso, sensibile alle malattie, refrattario ai suoli pianeggianti e ai ristagni idrici, trova qui le condizioni che gli servono: le montagne alle spalle a proteggere dal freddo, il mare davanti a garantire ventilazione, e i suoli vulcanici dei Lepini a conferire al frutto un profilo più orientato all’eleganza che alla potenza.

Cincinnato lo interpreta su due livelli distinti. L’Ercole è il più diretto: buona struttura, presenza alcolica gestita con equilibrio, bevibilità già garantita. Il Kora punta più lontano: selezione di soli cinque vigneti, vendemmia tardiva, macerazione di 14/15 giorni, affinamento in botte per almeno due anni, poi un anno in bottiglia. «Abbiamo fatto verticali con Nero Buono di dieci, quindici, anche vent’anni — assicura Milita — e il vino tiene alla grande». La 2020 in assaggio conferma la direzione: rusticità ancora presente, tannino non aggressivo, materia che chiede tempo per aprirsi completamente.

Ci sarebbe, in realtà, anche un terzo capitolo autoctono nella narrazione di Cincinnato: il Cesanese, vinificato in purezza nell’Arcatura, classificato come IGT Lazio. Il Cesanese fa parte della DOC Cori dal 1971 — dove entra in blend con Nero Buono e Montepulciano — ma qui viene proposto anche in versione monovarietale. Il confronto con le espressioni ciociare è istruttivo: il terreno vulcanico e l’influenza marina ammorbidiscono il tannino, spostano il registro verso un profilo più elegante e morbido. «Stesso vitigno, territori confinanti, vini diversi — osserva Milita — non perché uno valga più dell’altro, ma perché il territorio cambia tutto».

Il nodo del Lazio: un’identità da costruire

Quello del mercato è il punto in cui la conversazione si fa più riflessiva. «Le principali difficoltà sono legate al fatto che il Lazio è molto poco conosciuto come territorio vinicolo — dice Milita — e siccome i vini si vendono anche per macroterritori, il Lazio sotto questo aspetto è debole». Il confronto con Toscana, Piemonte o Veneto non riguarda la qualità intrinseca dei vini, ma l’immaginario collettivo che li precede: quella sedimentazione di narrazione che trasforma un territorio in un riferimento spontaneo per buyer e consumatori.

Eppure le specificità ci sono. Il Bellone è un bianco autoctono che non esiste altrove: acidità alta, vocazione spumantistica dimostrata, longevità documentata. Il Nero Buono cresce soltanto a Cori, su suoli vulcanici che ne modellano il carattere in modo irripetibile. Il Cesanese di Cori ha un profilo distinto rispetto alle espressioni più conosciute della varietà. Sono elementi che, in altri contesti regionali, alimenterebbero campagne di comunicazione molto efficaci. Qui stentano ancora a superare i confini regionali.

Cincinnato lavora su più fronti: valorizzazione degli autoctoni, investimento nella spumantizzazione, gamma articolata su livelli di prezzo e complessità diversi, e un’offerta enoturistica che porta il visitatore dentro il territorio prima ancora che in cantina. L’export fa la sua parte, con quella curiosità per le unicità ampelografiche che i mercati internazionali mostrano spesso prima di quelli domestici — un paradosso ricorrente nel vino italiano. La direzione è chiara. I risultati richiedono tempo, coerenza e, probabilmente, un lavoro di sistema che va oltre le forze di una singola cooperativa. Ma la materia prima — in vigna, in cantina, nelle persone e nel paesaggio — c’è tutta.

___§___

Condividilo :

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *