Recensioni

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Sembra incredibile, ma in Italia si continua a fare libri.
E non se ne stampano poche unità, come ci si aspetterebbe dati i tempi. Se ne stampano addirittura decine di migliaia, qualcosa come novantamila ogni anno. Non calcolando quelli abbastanza pesanti da essere usati come fermaporta, e nemmeno quelli usati per pareggiare i tavoli e le sedie, dobbiamo allora immaginare che i 600/700 titoli rimanenti vengano effettivamente letti.

In questo calderone indistinto, suggerisco oggi due opere degne di essere cercate e direi anche lette. Un’impresa difficile, mi rendo conto. Tanto più che la prima delle due opere è pure in lingua francese. Ma lo sforzo verrà ampiamente ripagato.

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Jacques Perrin

L’Archipel du goût

Le grand récit du vin. Une invitation au voyage à travers le monde sensoriel
Edition Alpaga

I critici enologici italici sono pressoché ignoti – per fortuna – agli appassionati, figuriamoci quelli stranieri. L’unico nome che forse ha qualche chance di dire qualcosa all’enofilo è quello di Robert Parker, giornalista statunitense un tempo potentissimo, ora semi pensionato.
Ben altre figure, molto rare, sono degne della massima stima e considerazione. Tra queste Jacques Perrin spicca per competenza, intelligenza, conoscenza enciclopedica del vino. Svizzero di nascita, filosofo di formazione, alpinista, viaggiatore indefesso – e sottolineo il prefisso inde –, Jacques è un palato di rara sensibilità: è tra i 3/4 più acuti degustatori che io abbia mai incontrato.

Ho la fortuna di conoscerlo da decenni, fin da quando ho fatto parte – per qualche anno – del Grand Jury Européen, accolita del quale Jacques risulta a tutt’oggi membro. La sua formazione filosofica è perfettamente attiva nel testo, che comunica una visione potentemente speculativa. Speculativa non nel senso cincischiatorio e svolazzante dell’aggettivo, ma in quello, più nobile, di lettura profonda e illuminante del mondo in generale, e di quello del vino in particolare. Un viaggio prezioso e mai ovvio, dove l’autobiografia non è mai autocelebrazione, ma direi – al netto della retorica – illuminazione ed esempio.

Da non mancare quindi, anche perché si tratta di un francese molto intellegibile pure per un peninsulare che non sia mai stato in Francia o in Svizzera (quando non si capisce un termine, basta andare su google).

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Camillo Favaro

Quaderni, Domaine Confuron Cotetidot
Artevino Studio

Anche in questo caso ci troviamo di fronte – e talvolta di lato, se si sta a degustare in qualche cantina – a una figura molto eclettica. Camillo è innanzitutto un ottimo produttore di vino: la sua azienda, Le Chiusure (nel Canavese, a Piverone), propone bottiglie d’autore apprezzate dagli amanti del vino più esigenti, a cominciare da alcune notevoli versioni di Erbaluce di Caluso. Ma è anche un conoscitore e frequentatore storico di una grande area vitivinicola, la Borgogna. Questa regione si trova in un paese che penso molti conoscano, la Francia, una nazione europea che sta grosso modo tra l’Oceano Atlantico, a ovest, e il Belgio e la Germania a est.
Qui si fanno vini davvero molto ricercati, e quindi molto costosi.

Dopo aver firmato insieme a Giampaolo Gravina due edizioni di Terre di Borgogna – opere preziose per la comprensione del terroir borgognone, peraltro disponibili anche in lingua inglese -, Camillo ha ideato e varato lo scorso anno la collana editoriale “Quaderni”: monografie molto ricche di dati su singole aziende produttrici. Il primo numero è stato dedicato al nome più iconico del posto, la Romanée Conti. Da poche settimane è disponibile la seconda uscita, che esplora lo stile e l’arte di Yves Confuron, del domaine Confuron Cotetidot. Punti di forza della monografia, oltre alla sagace postfazione di Giampaolo Gravina, l’intervista/dialogo con il produttore e l’amplissimo resoconto della degustazione di ben 23 annate di Vosne-Romanée Les Suchots, un vino locale di grande qualità.

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