I vini del mese e le libere parole – Ottobre 2024

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Il ritorno dei “vini del mese e delle libere parole” non può fare a meno dello storico cappello introduttivo, da cui tutto ha preso forma, e quindi eccolo qua.

Di questa rubrica il titolo è parzialmente (volutamente) ingannevole e apparentemente (volutamente) scontato. Perché in realtà non c’è niente di classificatorio né di irreggimentato qui, nemmeno le parole. Con cadenza mensile – unica concessione all’ordine- mi piacerebbe riannodare le fila dei tanti vini bevuti e non rientranti nell’involucro protettivo di un racconto, di una rassegna, di un viaggio o di un incontro con il produttore.

Attenzione, ho detto bevuti, non degustati. E questo fa una certa differenza! Sono infatti i vini “partecipati”, vissuti e onorati secondo il rituale pagano più credibile di sempre. Nel mio caso i contesti condivisi, obbligatoriamente condivisi, quelli che possono nutrire i ricordi e smuovere emozioni, permettendosi le libere parole.

I vini di cui parleremo non sono per forza di cose il meglio che c’è, ma sono ciò che ho incontrato: sono stati semplicemente la mia compagnia, il  “secondo sangue della razza umana” di deamicisiana memoria. Insieme ai luoghi, agli amici e agli umori. Di tutta questa parvenza di socialità sono stati il tramite, spesso il motore primo. Mi conforta immaginare che possano esserlo anche per chi ne leggerà.

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Il Templare 2018 – Montenidoli

Montenidoli è un mondo a parte, con una sola donna al comando. Qui Elisabetta Fagiuoli, dall’alto delle sue 50 vendemmie e passa, impone la linea, e ha la terra come consulente. I suoi vini disegnano una traiettoria a sé, nel panorama enoico di San Gimignano (e anche più in là), possiedono la scorza e l’interiorità, e attraversano gli anni con classe, ché il tempo non lo temono.

Nella “Montagna dei Nidi”, già terra di templari, le altimetrie non scherzano, arrivando a toccare i 600 metri, con i suoli rossi del Triassico. Più in basso, le sabbie plioceniche e le escursioni termiche costituiscono i prerequisiti essenziali per la Vernaccia, che pesca e trova una forza espressiva che non scordi, assecondata da gesti puliti.

Per Elisabetta non basta essere biologici, bensì “profondamente biologici“. Il rispetto della terra, delle piante e dell’ambiente circostante è un requisito etico, prima ancora che fattuale, e dovrebbe stare alla base del mestiere dell’agricoltore, che resta pur sempre un custode.

Elisabetta poi sogna una rivoluzione spirituale, dove fratellanza, accoglienza, condivisione e interazione con la natura costituiscano i precetti per una nuova idea di socializzazione. E dove le giovani generazioni possano incontrarsi con le vecchie, condividendo spazi, riflessioni, esperienze. Qualunque sia il loro credo, nell’abbraccio di conforto della terra, a ritrovare umanità. E’ ciò che ci si prefigge con la Fondazione “Sergio il patriarca onlus“, che porta il nome del compagno di una vita, scomparso qualche anno fa.

Nei pensieri di una donna disallineata trova spazio un regno di bene, in un mondo che sembra puntare dritto verso la deriva.

Ah, i vini di Montenidoli sono molto buoni, ma non ci si inventa niente, in questo caso. Sono “semplicemente” il frutto di gesti non addomesticati avvezzi a partorire unicità. Però Il Templare18 potrebbe giocarsela coi bianchi del mondo, e uscirne vincitore.

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Barbaresco 1971 – Produttori del Barbaresco

Un vino di trasparenze, cromatiche e “costituzionali”. Richiama delicatezza, e un garbo gentile che si esplicita in una trama ancora mirabilmente accordata, dove non senti più il gradino tannico e tutto scivola via, trascinato da una lunga corrente di sale. E se i terziari ne arruffano (ma neanche tanto) il paesaggio aromatico, è in bocca che ritrova la giustezza di passo della razza sua, e un barlume di lampone e ciliegia al retrogusto che ti riporta lì, all’essenza del Nebbiolo, e alla sua lontana gioventù.

Il 1971 viene ricordata come una delle annate che contano, nella storia del nebbiolo di Langa; il piccolo grande Barbaresco “dei Produttori” ne rimarca le potenzialità, ancora oggi, ancora qui.

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Notarpanaro 1995 – Cosimo Taurino

In compagnia di Notarpanaro ’95 è come ritornare agli albori del mondo. Di certo, per la Puglia del vino, e per il Sud in generale, dal punto di vista della consapevolezza e dell’orgoglio di poter riscoprire veramente le potenzialità della propria terra e dei propri vitigni, c’è stato un prima e un dopo, e Notarpanaro va ad occupare un posto di rilievo nel bel mezzo di quella transizione epocale.

Lo spartiacque umano invece porta un nome: Severino Garofano, padre nobile del vino pugliese, l’enologo che nonostante le chimere del successo, che avrebbero potuto condurlo in ogni dove, decise di restare nella sua terra di adozione per tutta la vita professionale, a studiarla e valorizzarla. E’ del ’74 l’incontro fatale con Cosimo Taurino, “mister Salice”, l’ultimo di una stirpe di viticoltori che aveva idee nuove in testa e volontà di riscatto, e che ben presto lasciò il mestiere di farmacista per perseguirle. Da quel momento in poi nacque e prese corpo la nice pair del vino pugliese.

Notarpanaro ’95 ( al tempo negroamaro con un piccolo saldo di malvasia nera) è oggi un vino orgoglioso e resistente, a partire dal colore, che poco o niente ha concesso al tempo, restituendoci vivezza. In bocca la dolcezza evolutiva si sposa con un brillio ancora fruttato, e la morbidezza del tratto evidenzia una tattilità setosa, accurata, confortevole, mentre il finale riserva tonicità e una coda gradevolmente amarognola, tipica della varietà.

C’è un di più: ieri come oggi Notarpanaro, etichetta che ha spalancato le porte della contemporaneità a una regione intera, le cui uve peraltro provengono da uno dei vigneti più qualitativi dell’agro salentino, ha un prezzo affettuoso che smuove empatia. E forse proprio in questa umiltà di fondo sta l’ulteriore sua grandezza.

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Il Guercio 2022 – Tenuta Carleone

L’enologia di Sean O’ Callaghan, talentuoso vinificatore e grande cacciatore di vigne ormai naturalizzato chiantigiano, è scevra di interventismo. Non fa uso di enzimi, coadiuvanti e lieviti selezionati. Predilige lunghe, quando non lunghissime, macerazioni a cappello sommerso, sporadiche dinamicizzazioni dei mosti e dei vini, qua e là una certa percentuale di grappolo intero, l’uso di vasi vinari non convenzionali.

E’ ciò che accade a Il Guercio, Sangiovese d’alta quota affinato esclusivamente in cemento, che altro non fa se non riformulare nuovi paradigmi. La versione 2022, in barba all’annata insidiosa, con la sua trama intessuta a macramé e l’impalpabile levità, esprime e dilata un concetto di finezza che spieghi persino male a parole, restituendoti l’idea che dentro quella bottiglia vi si celi un dono prezioso.

Un vino sollevato, che sussurra e sfiora. Questo è. A quella luce interiorizzata, a quella naturalezza disarmante e magnificamente disadorna, io non so resistere.

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Chianti Classico Riserva 2020 – I Fabbri di Susanna Grassi ( 18 ottobre)

Oggi è il giorno dei giorni, quello in cui mio padre staccò la spina per andarsene via da qui. Troppa sofferenza concentrata in poco tempo, meglio lasciarsi andare per liberarsi da un giogo. Mio padre ha amato tante cose, ed è passato sulla vita terrena con la leggerezza di un aliante. Fra queste, ininterrottamente, il mare e il Chianti (territorio e vini).

Volevo onorarne la memoria con qualcosa in cui potesse riconoscersi, ora che dei “suoi” vini di quei tempi là mica ne tengo più. Nel Chianti Classico Riserva 2020 di Susanna Grassi ci ho ritrovato una leggiadria senza tempo, il candore raffinato del frutto, la purezza dell’espressione, Lamole che è la terra sua, il mirabile equilibrio alcolico, la dinamica incorporata, il sapore che si infiltra senza impattare, la straordinaria beva, il virgulto acido e una sana base strutturale per guardare al futuro con speranza viva.

Nel Chianti Classico Riserva 2020 di Susanna Grassi ci ho ritrovato mio padre, o meglio, il suo sentire di allora. So che avrebbe amato questo vino, ed io ho così raggiunto il mio scopo.

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Barolo 1985Carlo Viglione e Figlio

La sorpresa che non ti aspetti in un vino subliminale di Langa, che porta una etichetta “d’antan”. L’armonia, la qualità squisita di un tannino che accarezza e sfiora, l’ampiezza gustativa, la dolcezza di frutto, l’abbraccio etereo, la raffinatezza, la vita che ancora pulsa… tutte insieme, tutte qui, in un Barolo contadino dell’85 che è pura evocazione.

I Viglione sono un mondo a parte, nel panorama langarolo; a casa loro il tempo si è fermato, i gesti sono quelli di una volta, la tradizione qui è sacra. La loro storia si fonde con quella di Langa e lega assieme il mondo contadino, la povertà, la fatica di sostentarsi in un territorio tutto men che lustrini, la volontà di riscatto, la dignità.

La vendemmia 1985 fu una delle ultime per Carlo Viglione, il padre di Giulio, colui che dal 1988 prese le redini dell’azienda agricola di famiglia nata nel 1915 e che incominciò ad imbottigliare dal 1964. Nella Bussia (sottana) di Monforte il loro piccolo regno.

Ah, si dice che Giulio volesse fare il meccanico, anziché il vignaiolo, e che la soddisfazione più grande è quando si rompe il trattore, così può ingegnarsi per ripararlo e riesumare la sua passione. Non dubito delle sue capacità tecniche, ma fosse solo per questo Barolo 1985, io dico che la scelta fatta a favore del vino è stata quella giusta.

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In copertina: Giorgio Morandi, Natura morta con manichino (1919)

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