Aglianico, ma non solo: visita alla Cantina di Venosa

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L’invito che mi è giunto a spingermi fino in Lucania, a visitare questa blasonata realtà cooperativa, l’omonima deliziosa cittadina (a ragione inclusa nella lista dei 100 Borghi Più Belli d’Italiasic), e il comprensorio del Vulture tutto, mi è giunto particolarmente gradito per più ragioni. A monte, per cominciare una meteorologia che ci ha assistito in modo inappuntabile in una stagione non facile, Inoltre, ho colmato una mia colpevole lacuna, poiché a dispetto della passionaccia per l’Aglianico (che disgraziatamente trova poche occasioni per sfogarsi), non ero mai stato da quelle parti. In secondo luogo si è trattato di un’esperienza non esclusivamente dedicata al vino, bensì veramente immersiva nel metterci in contatto con ciò che si potrebbe definire l’anima del territorio. Ovvero il genius loci, fatto di produzioni artigianali di somma qualità, della profonda, immanente consapevolezza di un retaggio millenario che include Svevi, Templari, cavalieri Gerosolimitani e ordini religiosi assortiti, oltre ad una nobiltà illuminata.

E infine, uno spirito cooperativo non dirigista bensì tutto teso a coinvolgere ogni socio in un progetto di sviluppo che non trascura biodiversità, biologico (con qualche esperimento in biodinamica), e sostenibilità. Un impegno intrapreso in tempi non sospetti, comprovato dalle approvazioni degli organismi certificatori, che nella fattispecie non sono meri pezzi di carta, bensì il suggello di un viaggio verso una meta tenacemente perseguita, e tuttora in essere.

L’Aglianico, ça va sans dire, la fa da padrone. E non solo con l’ovvia ed attesa imponenza strutturale, ma con una versatilità che consente di osare, sperimentare e giocare con il vitigno (non necessariamente in quest’ordine). Chiaramente non manca il GRANDE rosso di invecchiamento, prodotto solo nelle annate favorevoli da uve delle vigne più attempate, meglio esposte, sottoposte a una selezione FEROCE ma consapevole della sua necessità prima in vendemmia, poi sul tavolo di cernita. Per una vinificazione tradizionale in acciaio, e un affinamento che si affida senza esagerare a legni più piccoli del resto della produzione. E’ la genesi di quel carezzevole ma maschio capolavoro a nome Carato Venusio, Aglianico del Vulture Superiore DOCG che vede la luce appunto solo nei millesimi propizi.

Peraltro, la qualità di questo lavoro che inizia dal vigneto risalta (in piccolo, ma nemmeno troppo…) anche nell’altro Aglianico (questo a DOC) dedicato alla gloria locale Gesualdo da Venosa, vino che a sua volta per qualità potrebbe tranquillamente collocarsi come vino di fascia alta. E i prezzi di entrambi non possono definirsi meno che commoventi.

Non che il resto della produzione sia da meno. Anche se i cloni lucani non sono quelli di Taurasi, l’imponente struttura dell’Aglianico può spaventare più di una fascia di consumatori. Riuscito il tentativo di “internazionalizzarlo” nel Matematico, assemblaggio di Aglianico, appunto, e Merlot, quasi un “Superlucano”, con quel tanto di piacioneria che non può non attrarre ma rimane comunque entro i limiti della più personale espressione varietale e non solo.

Sulla stessa falsariga una linea di prodotti denominata “Verbo”, solo nominalmente più semplice. La pronunciabilità e la semplicità del nome annunciano uno stile che esplorando l’inopinata versatilità del vitigno strizza l’occhio a una certa modernità, intelligentemente senza farsene travolgere. Ovvero qui la tradizionale scontrosità dei prodotti è stata edulcorata con mano enologica felpata, incentivando una morbidezza comunque varietale, liberando un frutto immediato e accattivante, peraltro preconizzato da un colore profondo e brillante.

E nota di merito anche all’omonimo Rosato, a mio giudizio efficace quadratura del cerchio tra due stili. Ovvero un profilo “provenzale” fatto di fragranze e leggerezze che purtroppo spesso risultano fini a se stesse, dissolvendosi come neve al sole mediterraneo, della Costa Azzurra e non solo. E altro più nostrano, fatto di maturo impatto fruttato, di un volume al palato sostenuto dall’alcool senza che esso prevarichi, di sapore e sapidità che rendono il vino un rosso in nuce.

Né la Cantina si ritrova sprovveduta a fronte del presente boom del consumo dei vini bianchi. Rispettando la tradizione locale, niente digressioni nel mondo dei vitigni internazionali. Piuttosto un Moscato “da pasto”, canonicamente esplosivo al naso nel carattere terpenico dei suoi profumi, ma contemporaneamente quanto mai espressivo anche al sorso, eventualità questa tanto più rara. E poi una Malvasia caratteriale (nel senso positivo del termine, non banale) e gastronomica per equilibrio e sapidità.

Detto dei vini, il resto del nostro tour ci ha fatto toccar con mano in qualche modo il loro perché, ovvero il senso e l’anima di un comprensorio che tenacemente ed efficacemente li difende. Delimitato dalla presenza immanente del vulcano (spento, per fortuna), scandito da boschi maestosi ove le vigne spiccano come incastonate, si rivela innanzitutto a suon di capolavori artistici (a Venosa e Ripacandida) amorevolmente preservati, che si iniziano a promuovere nell’ottica di un turismo intelligente, che può divenire pure enogastronomico; E infatti, si esprime anche con prodotti tipici di eccellenza che sposano in modo non scontato tradizione e ricerca, con lo sguardo proteso verso il futuro. Vedi il caseificio Agricola Sabino, che ha differenziato la produzione tra bovini e caprini, crescendoli anche allo stato brado, solo per la produzione di latte e non per la macellazione. O l’Apicoltura Rondinella, azienda famigliare attiva anche nel campo della didattica per i futuri produttori, e creatrice di un tentatore centro benessere dove tutto è a base di miele.

 

O la ristorazione: il temuto peperone crusco non ha turbato le notti dei partecipanti al tour, ed anzi la cucina più di una volta ha sfoggiato un tocco delicato, con cui la conquistata versatilità dell’Aglianico si è sposata con disinvoltura, in ispecie valorizzandone la morbidezza varietale. A proposito, in un panorama di ottimo livello, che come suole ha devastato i buoni propositi di dimagrimento dei partecipanti al tour trasformandoli in novelli gourmet, citazione d’obbligo per il ristorante Al Frantoio, di cui rimarranno, tra gli altri piatti, la guancia di suino nero all’Aglianico del Vulture e cicoria selvatica.

Dulcis in fundo, questa full immersion non avrebbe potuto essere completa senza l’esperienza della  vendemmia. Una delle ultime vigne da raccogliere, su un pianoro meravigliosamente esposto e ventilato, è stata debitamente massacrata dai giornalisti invitati. O almeno, questo è stato il destino della parte di filare toccata al sottoscritto. Che mai aveva vendemmiato, e così questa breve e tragicomica esperienza meglio mi ha fatto capire la fatica che il lavoro in vigna (e in cantina) comporta, la passione che lo muove, il rispetto che merita. Ed ecco un altro luogo che mi è rimasto nel cuore. C’era da aspettarselo.

Le foto sono di Max Rella

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