Gambellara: breve viaggio in un feudo dell’eclettica garganega

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Il territorio di Gambellara (comuni di Gambellara, Montebello Vicentino, Montorso, Zermenghedo) è spesso assimilato, e non senza ragioni, a quello più noto, ed esteso, del Soave, che, pur cambiando provincia (quella di Verona anziché quella di Vicenza, dove ricade la Doc Gambellara), è poco lontano. Simile è infatti la morfologia delle colline vulcaniche e il conseguente terreno basaltico, e identico il vitigno dominante, la garganega.

Gambellara, tuttavia, area meno conosciuta di quanto dovrebbe, vanta un primato che perfino il Soave non riesce ad eguagliare, quello di declinare la sua varietà principe in tutte le possibili versioni: la Doc Gambellara (che ha più di mezzo secolo di storia, essendo stata istituita nel 1970) prevede il bianco (anche Classico), lo spumante (sia a metodo Charmat o Martinotti sia a metodo classico) e il Vin Santo (unica denominazione veneta dedicata a questo vino), mentre la Docg Recioto di Gambellara contempla la versione Classico e quella Spumante (anche in questo caso sia in versione autoclave sia a metodo classico). Una completezza che rende ragione dell’etimologia di Gambellara come “terra della vite” ipotizzata da alcuni, secondo i quali il nome Gambellara deriverebbe dalla parola dialettale ambeli (dal vocabolo greco ampelos, vite), da cui ambelaria, ovvero “gambellara”.

Le vigne a pergola dei Marchetto si trovano nell’anfiteatro di Gambellara: tre ettari e mezzo nella zona di San Marco più un ettaro e mezzo in quella di Monte di Mezzo. Federico Marchetto mi porta alla chiesetta di San Marco, punto panoramico ideale.

«L’anfiteatro è tutto basalto tranne il Creari. La chiesetta di San Marco, originaria del 1300 circa, fu demolita nel 1957 dal proprietario della cava di basalto, l’oro nero locale usato per l’edilizia, e ricostruita nel 2003 venti metri più sopra con un quinto delle dimensioni originarie e poi donata all’amministrazione comunale. Fino alla metà dell’Ottocento la parte alta di Gambellara era dei veronesi e quella bassa dei vicentini» mi racconta Federico.

Poi mi porta a vedere i basalti colonnari nella zona dell’ex cava, ora parco San Marco. Risalgono al periodo dell’Eocene e hanno forme regolari (prismi esagonali) dovute alla repentina solidificazione del magma a contatto con l’aria (maggiore è la velocità di raffreddamento, minore è il diametro delle colonne; all’aspetto questo assieme di colonne assomiglia a una catasta di legna). «I basalti venivano usati per costruire le case e per i confini delle terre». Accanto alla vite, la cultura principale è l’ulivo, che adorna le colline tutt’intorno.

Nel fruttaio dei Marchetto a San Marco ci sono i picài appesi alle travi del soffitto per la produzione del Vin Santo (quelli del Recioto vengono stesi nelle cassette): i grappoli di garganega sono intrecciati lungo uno spago e appesi, anzi “appiccati”, in verticale.

La cantina Marchetto Vini in via Monsignor Fossà a Gambellara è un’azienda vitivinicola di stampo familiare. «Il “cortile” è stato comprato da nonno Emilio, classe 1919, insieme ai suoi due fratelli, nel 1948, l’anno in cui è nato mio padre Luciano. Il nonno, che fu trai fondatori del Consorzio di Gambellara, produceva già vino sfuso negli anni Cinquanta, poi il papà ha cominciato a imbottigliarlo all’inizio anni Ottanta». Federico, classe 1977, ha un diploma di ragioneria, non ha fatto l’università, ha lavorato per una decina d’anni presso un’azienda tessile di Sarego e poi nel 2014 è tornato a casa per riprendere in mano l’attività di famiglia, dove ha sempre lavorato nei fine settimana. Ha un volto franco, sorridente, positivo come i suoi vini.

Il Gambellara Classico Corte dei Mei 2023 (vendemmiato il 10 ottobre, fermentazione in acciaio, sulle fecce per circa 10 mesi) dispensa piacevolezza floreale e un’allietante componente acido-minerale che conferisce contrasto.

Il Garganega Corte dei Mei 2022 «è un omaggio al primo vino che il papà aveva fatto negli anni Ottanta con le vigne adiacenti alla cantina, poi vendute. In genere è un Gambellara Classico, ma in quell’annata è stato declassato». Sente più la buccia, i toni floreali sono più evoluti, il palato è solido, il sapore finale rimanda ai lieviti dove il vino ha stazionato per diversi mesi. «”Mei” è il soprannome di famiglia, che ci arriva dall’avo Bartolomeo, detto Meo, i cui figli e discendenti sono stati chiamati Mei».

Il Gambellara 1948 2021, 15 mesi in tonneau da 500 litri non nuovi, è alla sua prima annata (900 bottiglie). Ha colore paglierino intenso e definito, sensazioni di petali floreali all’olfatto, note fumé che si riverberano al palato, ricco, denso, speziato. C’è una componente rustica, un tannino presente ma non squilibrato, un finale dal discreto sapore.

Il Gambellara Spumante Extra Dry Ca’ Cristofori 2022 prende il nome dalla particella vitata del versante sud-ovest di San Marco, che a sua volta era il cognome di una famiglia conosciuta nella zona. Fa quattro mesi di autoclave e ha 12 grammi di residuo zuccherino ben bilanciati all’interno di un profilo fresco-floreale.

Il Metodo Classico Extra Brut Emilio Anima Vulcanica 2021 (da uve garganega, 30 mesi sui lieviti, 0,90 grammi di zucchero, sboccatura di aprile) rispecchia il carattere del suo nome: ha colore paglierino dorato, un naso floreale-vulcanico, un palato di carbonica crepitante, uno sviluppo agrumato, minerale, contrastato, di ampio sapore finale. Il 2020, prima annata prodotta, ha spinta gustativa finale di natura sapido-basaltica, dal dinamismo vivo e vulcanico. «Il nonno Emilio, cui il vino è dedicato, aveva un carattere deciso, era una vera “anima vulcanica”: partigiano e riferimento della comunità cittadina sul piano sociale e politico».

Proveniente da uve appassite fino a gennaio, il Recioto di Gambellara Spumante 2022 fermenta in acciaio, sta sui lieviti fino a giugno e fa poi sei mesi di rifermentazione in autoclave. Paglierino definito, palato un po’ grossier nella carbonica ma di buon impatto candito-minerale. Il 2016 ha lo stesso, brillante colore del 2022, un carattere “reciotato” più spiccato, un palato di maggiore fusione, una bollicina ancora viva, un andamento lineare e piacevole, un finale composto e saporito.

Il Vin Santo di Gambellara Classico Monte di Mezzo, infine. «Fa appassimento sui picài fino a marzo, viene pigiato in pressa, fa una fermentazione spontanea che dura fino a sei mesi e tre anni di maturazione in barrique di più passaggi leggermente scolmate. Il nonno lo produceva nei primi anni Cinquanta. Facciamo un migliaio di bottiglie e non in tutte le annate. Anzi, dopo la 2015 abbiamo appeso le uve proprio quest’anno».

Il 2015 ha colore mogano rossiccio, un olfatto di solai e soffitte, di mallo di noce balsamico e mobili in noce della nonna, delle vecchie credenze e dei vecchi settimanali dimenticati in soffitta, bocca di bella densità e di grande, avvolgente dolcezza, frutta secca e spezie, spirito alcolico nobile, puro noce di mallo e di mobile, croccante della fiera, miele di castagno. Il 2009 ha veste più chiara, mogano-fulva, con note di erbe aromatiche, sentori balsamici, legno dolce, con lievi sensazioni tanniche e persistenza di caffè, tabacco biondo e caramello. Il 2007, che ha colore più intenso del 2009, vede un progressivo aumento delle sensazioni di erbe aromatiche, poi note eteree, persistenza di rosmarino e china calissaia, con allungo dinamico e contrastato.

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Sempre nel paese di Gambellara, in via Enrico Fermi, Luca Framarin guida la Tenuta Natalina Grandi, la cui produzione è suddivisa su tre fronti in due distinti territori per un totale di 11 ettari e 40.000 bottiglie annue: sei e mezzo tra i terreni vulcanici di Gambellara (bianchi e vini dolci) e del Durello (spumanti), i restanti tra i suoli argillo-calcarei dei Colli Berici (rossi).

«Mio padre Giovanni è partito da due ettari, poi con i redditi dell’altra azienda, quella del caffè, è riuscito ad acquistare i rimanenti. Ha sempre cercato di migliorare le cose. Le vasche refrigerate, le vendemmia con i bins le ha portate avanti lui, puntando alla qualità, che è il suo grande insegnamento. Poi è un grande lavoratore. Ancora adesso è lui che assaggia le vasche» mi racconta Luca, classe 1994, studi da perito meccanico, nel mondo del lavoro dall’età di 17 anni (a 18 era presidente della Strada del Recioto e vini Gambellara Doc, dal 2020 lo è del Consorzio Tutela Vini Gambellara).

Sono cinque le generazioni di viticoltori nella famiglia Grandi, la cui proprietà è stata trasferita di padre in figlio fino al 1991, quando Natalina decise di aprire l’azienda vinicola e imbottigliare il vino, che in precedenza veniva prodotto solo sfuso. Nel 2015 Luca, che seguiva dall’anno precedente tutta la filiera produttiva, apre la partita Iva e l’azienda viene chiamata Tenuta Natalina Grandi: l’anno successivo la madre muore (aveva 50 anni, Luca 21) proprio quando si forma la società di famiglia (accanto a Luca lavorano le sorelle Lisa e Valentina). «Il bisnonno e il nonno producevano vino, mio padre lavorava in cantina solo nel weekend con i clienti privati, io volevo farla crescere: il vino non è mai mancato, ma non c’era la parte commerciale».

La Garganega Norge, rifermentata in bottiglia, ricalca il vino che faceva nonno Olivo, soprannominato, appunto, Norge come il dirigibile che indicava ai compaesani chiedendo continuamente se l’avessero visto. La fermentazione alcolica è spontanea con pied de cuve preparato con le uve del Monte di Mezzo, la rifermentazione avviene con l’aggiunta del mosto del Recioto. Il 2023, annata non riportata in etichetta, ha piacevoli sentori di agrumi, muschio, zenzero, e un sorso piacevole, contrastato.

La Garganega Spumante Brut Ricordo fa 90 giorni di autoclave. Il 2023, annata anche qui non riportata in etichetta, è floreale, cremoso, piacevole, con nuance finale di agrume fresco (pompelmo).

Il Gambellara SoloLei 2023, «nato nel 2013 con l’intenzione di produrre una Garganega più snella», segue un protocollo di riduzione dalla pressatura all’imbottigliamento. Ha tratto piacevole e fresco, succoso e definito, floreale e moderno, con toni di agrume sprimaccino e qualche sfumatura esotica (i lieviti selezionati fanno il loro lavoro).

Il Gambellara Classico Col di Mezzo 2022 (sei mesi di botte grande e sei mesi di bottiglia) ha colore paglierino brillante, offre un profumo di petalo di fiore e di buccia di garganega, un palato pieno, maturo, compatto, dall’incedere lento quanto crescente. Il 2015 ha colore dorato, evoluzione minerale, fiore intatto, accensione acida, finale definito.

Il Recioto di Gambellara Spumante non viene prodotto ogni anno, ma solo quando c’è il giusto appassimento, l’annata precedente è stata addirittura la 2019: non è dunque un vino mainstream, facile, da produrre in ogni caso, ma qualcosa che rappresenta un territorio al pari delle altre tipologie ferme. Il 2023 fa quattro mesi di autoclave, ha un colore paglierino definito, viva carbonica, tatto in souplesse, frutto candito aeriforme e un invitante finale fresco-floreale.

Il Recioto di Gambellara Classico 2017 (ultima annata prodotta, 700 bottiglie) fa appassimento in plateau fino a inizio febbraio, fermentazione in acciaio, otto mesi di maturazione in barrique usate e poi viene rifermentato in bottiglia con lieviti selezionati e sboccato a la volée. Colore dorato arancio brillante, fusione tra lato candito e il lato minerale, effervescenza allietante, sensazioni di nespola e buccia di agrume, finale d’impeto vulcanico. Che lievità, che profondità, che carattere!

«Una volta con dieci quintali di Recioto ti facevi una casa, oggi è un vino che nessuno vuole più». Un peccato capitale, considerando la bontà e la storicità di questo vino: è il Recioto, ovvero l’antico Acinatico, il vino tradizionale di queste terre. Faccio volentieri un endorsement per evitare il rischio che scompaia (chi produce più un passito rifermentato in bottiglia?): costa 15 euro in cantina, precipitatevi a comprarlo.

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La cantina della famiglia Cavazza si trova a Selva di Montebello Vicentino, un altro importante cru della denominazione, mentre i vigneti – 135 ettari complessivi per 650.000 bottiglie annue – sono suddivisi tra le aree vulcaniche di Gambellara e del Durello per le uve bianche e quelle più calcareo-argillose della Tenuta Cicogna nei Colli Berici per le varietà rosse (tai rosso, le bordolesi, la syrah).

La fondazione risale al 1928, quando il cinquantenne Giovanni Cavazza, che proviene dalla provincia veronese di Montecchia di Crosara, acquista il vigneto Bocara a Selva di Montebello. Nel dopoguerra la seconda generazione rappresentata dai figli Domenico e Pietro converte l’azienda alla produzione enologica, dotandosi della tecnologia necessaria e ampliando le acquisizioni dei vigneti. La famiglia nel frattempo si allarga: dalla terza generazione di Giancarlo, Francesco, Giovanni e Luigi si arriva a quella attuale dei cugini Stefano (classe 1978, diplomato in agraria, si occupa del mercato italiano), Andrea (classe 1985, diploma di ragioneria, segue la parte agronomica), Elisa (classe 1986, laureata in lingue, segue l’export) e Mattia, che si occupa della produzione.

«Selva è un paesino di 250 abitanti che un tempo raccoglieva anche la gente dell’est veronese, come il bisnonno Giovanni», mi racconta Mattia. «Dei 250 ettari attualmente vitati della Doc, 60 sono in questa sottozona, di cui fa parte a est l’area della Bocara: qui 7,5 sono nostri e rappresentano il nucleo originario dell’azienda». Mi mostra una vigna di quattro anni d’età che si allunga per quasi tre ettari nella Bocara, dove la pergoletta aperta ha preso il posto di quella veronese del 1980.

«Qui, a differenza della zona di Gambellara, c’è meno basalto lavico e più cenere, più lapilli, il terreno ha un colore più chiaro, meno nero e più rosso. Anche in futuro le vigne a spalliera saranno reimpiantate a pergoletta perché la garganega è un’uva vigorosa che ha bisogno di spazio. Quest’anno abbiamo usato l’uva di questo vigneto per i picài e per la linea base: ha tanto colore e buona acidità».

Classe 1990 (è il più giovane dei quattro cugini), Mattia ha fatto il liceo scientifico prima di laurearsi in Ingegneria delle industrie alimentari a Trento e frequentare, ma non concludere, il corso di enologia a San Michele all’Adige. Dal 2015 segue l’azienda con il padre Giancarlo, enologo, oggi 64enne. Mi mostra i picài sottotetto. Sono centinaia, intrecciati pazientemente e appesi al soffitto: uno spettacolo. Ci sediamo nella sala degustazione al primo piano. Quest’anno le etichette dei vini sono state oggetto di restyling.

Il Gambellara Classico Bocara è il bianco storico della casa (prima annata 1978 con il nome La Bocara). Il 2023 ha colore acceso, frutto maturo-succoso, contrasto teso, quasi “elettrico” e lunghezza sapida. Il 2018, che ha festeggiato il 90 anni dell’azienda, ha colore brillante, carattere spiccato, fresco-floreale, con note di gigli e buccia di pompelmo, di bell’allungo saporito e agrumato.

Il Gambellara Creari arriva da un vigneto, acquistato nel 2005, proveniente dall’unica sottozona calcarea della denominazione. «Un ettaro e settemila metri quadri a 280 metri di quota con esposizione sud-est che dà vini di gradazione più alta. Macerazione pre-fermentativa di due giorni in pressa chiusa sotto azoto, poi solo cemento. Già prodotto nel 2005 e nel 2006 ma con questo tipo di vinificazione la prima annata è stata la 2008». Color grano, e grano e cereali al naso, e miele d’acacia, il palato è pieno, avvolgente, lungo, rotondo. Ai confini dell’esercizio di stile, come si sente anche nel 2015.

Il Recioto di Gambellara Spumante 2023 «ha fatto appassimento in cassetta per due mesi per 15 gradi potenziali, fermenta in acciaio, va in autoclave senza essere filtrato per la presa di spuma fino a fine gennaio, poi tre mesi di autoclave: 12 gradi alcolici, un residuo zuccherino di 72 grammi, 5,7 di acidità totale.» Paglierino brillante, olfatto di carattere “reciotato”, agrumi in scorza e fiori balsamici, frutto candito leggero, palato cremoso, morbido-dolce, di buon contrasto e freschezza, dal finale quasi ammandorlato, e piacevolissimo.

Il Recioto di Gambellara Classico Capitel 2020 arriva dai grappoli appassiti sui picài. «Li abbiamo pigiati a dicembre, con fermentazione in barrique e sei mesi di maturazione sempre in barrique, quasi tutte nuove, poi due anni in cemento, imbottigliamento nel settembre del 2023 con 13,5 di alcol e 170 grammi di zucchero». Arancio brillante, frutta candita e côté vulcanico, densità e contrasto, mineralità sapida, infiltrante, persistente, con lunga chiusura idrocarburica.

Il 2004, che ancora si chiamava Capitel Santa Libera, ha colore ambrato-arancio, naso dai timbri medicinali, bocca di bella densità, viscosa, di tripudio balsamico (menta, eucalipto), con allungo di “caramello candito” e “sapidità mentolata”. Il Capitel Santa Libera 2000 ha tinta arancio-rossastra e un’evoluzione di miele, balsami, resine, eucalipti e sali minerali.

Il Vin Santo di Gambellara Classico Selva è una delizia. Quest’anno riprenderà la produzione dopo 15 anni di silenzio. Il 2009 è in cantina, lo assaggio dalla barrique, è ancora sorprendentemente giovane e vivo. Il 2004 (un anno di fermentazione e tre di barrique) ha colore mogano intenso e brillante, un irresistibile concerto sensoriale di fico, dattero, carrube, liquirizia, incenso, ebanisteria, spezie esotico-orientali, con sorso viscoso, maiuscolo, balsamico-mentolato, sensuale, dall’interminabile mallo di noce. Una leccornia assoluta.

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