Le Terre di Pisa in progress/2: esplorazioni indietro nel tempo

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La vecchie annate, che passione! Una volta erano appannaggio di pochi vini, quelli genericamente definiti con rispetto e qualche sussiego “da invecchiamento”. Per intenderci, innanzitutto la triade Barolo+Barbaresco, Brunello di Montalcino, Amarone della Valpolicella. Poi sono arrivati i supertuscan, in particolare i grandi bolgheresi dal Sassicaia in giù, e gli affascinanti vini da sangiovese. E ancora, i tanti grandi rossi che in giro per l’Italia sono andati emergendo grazie alle nuove consapevolezze di tanti bravi produttori.

E poi è venuta la volta dei bianchi, che antichi pregiudizi relegavano al consumo più o meno immediato: a partire naturalmente da quelli del nord-est “montanaro”, passando per la Vernaccia di San Gimignano grazie al consorzio di tutela che della dimostrazione della sua longevità ha fatta una vera e propria bandiera, arrivando ai bei bianchi campani e a quelli siciliani. Hanno poi preso coraggio i Vermentino da Luni in giù, gli “autoctoni” piemontesi e veneti, eccetera eccetera. Sempre con l’intento di mostrare come sanno reggere egregiamente il tempo aggiungendo tocchi di fascino alla loro immediatezza giovanile.

Ma al di là degli esempi specifici, l’interesse per le “vecchie annate” è in linea con una voglia di conoscenza meno ingessata, più spigliata e pop del vino italiano che, magari al prezzo di qualche “ciofeca” invecchiata male, accresce però l’interesse degli appassionati sui modi più diversi in cui i vini evolvono nel tempo, guidati dalle caratteristiche delle uve ma anche dai gesti (azzeccati o meno) di chi li ha fatti nascere. E in questo senso, i lunedì della nostra Terre di Toscana e begli eventi come Life of Wine hanno dato e danno la possibilità di grandi e piacevoli allargamenti e approfondimenti culturali.

In un territorio come quello pisano, vario e variegato popolato di un numero sempre maggiore di produttori smaliziati, le cui potenzialità attirano in modo crescente l’attenzione di investitori italiani e non, c’è molto bisogno di capire come e quanto i vini sanno reggere il tempo. Questo lo scopo di una masterclass in occasione della vetrina annuale Terre di Pisa Food and Wine Festival; qui sotto le note su una serie di etichette che in qualche caso con coraggio sono state messe in degustazione da produttori che, più o meno illuminati dai riflettori della ribalta, grazie al loro lavoro sanno comunque portare avanti  egregiamente il progetto che hanno deciso di intraprendere.

Gli assaggi

Falso Modesto 2019 – I Moricci
Una bella sorpresa questo sangiovese in purezza di una giovane azienda (Peccioli) che, da agriturismo con produzione di olio d’oliva, ha deciso di cimentarsi nella coltivazione e vinificazione di un’uva che sa appassionare per il suo carattere sfidante. Il risultato è senz’altro convincente: i profumi sono centrati e nitidi e spaziano dalle finezze della viola e rosa alla frutta rossa matura e all’arancia candita. In bocca è coerente, deciso all’ingresso per poi mettere in mostra una beva di impatto non travolgente ma leggera sul palato, succosa e con un finale di piacevole sapidità.

Colorino 2014 – Podere Pellicciano
Da San Miniato, una realtà (di cui abbiamo già parlato qui) che ha indirizzato la sua produzione su etichette prevalentemente monovarietali prediligendo le uve autoctone: sangiovese, naturalmente, ma anche malvasia nera e colorino. Nel bicchiere troviamo un colore cupo e un naso un pochino ombroso ma profondo e persistente su note di frutta nera (soprattutto mora), pepe, erbe aromatiche. Al palato è sapido fin dall’attacco, vi si avvertono spunti che ricordano la liquirizia salata, è  saporito e “nutriente” nella sua beva piena e vellutata. Tende a rinfrescarsi verso un finale segnato da un tannino deciso.

Imperatore 2015 – Fattoria Campigiana
Ancora da San Miniato un vino composto per metà da sangiovese e per l’altra metà da merlot, cabernet sauvignon e syrah, che mostra un olfatto di media intensità e sottile, di buona finezza e persistenza. Una beva compatta e chiusa da un finale sapido testimonia una positiva evoluzione in questi nove anni, peccato solo che il rovere (la vinificazione avviene in cemento e l’affinamento in legno piccolo) alla lunga ne schiacci il carattere con una dolcezza un tantino uniformante.

Poggio alla Pietra 2013 – Fattoria Uccelliera
E’ un vino ottenuto da sangiovese in prevalenza con un saldo di alicante bouschet e cabernet sauvignon, realizzato con la tecnica del “governo all’uso toscano”, ossia aggiungendo una piccola quantità di mosto da uve sangiovese appassite per un paio di mesi che fa ripartire la fermentazione. Il colore è rubino-granato con belle trasparenze, all’olfatto esprime piacevolmente i caratteri dell’evoluzione espressi dal caramello, dal sottobosco, dalla ciliegia sotto spirito. In bocca è godibile, scorrevole e cremoso, equilibrato e dalla buona tenuta gustativa, più giovanile che al naso.

Varramista 2012 – Fattoria Varramista
Il Varramista è un celebrato syrah toscano, frutto dell’intuizione dell’enologo Federico Staderini che nonostante i terreni non esattamente ideali situati nel territorio di Montopoli in Val d’Arno (fra Firenze e Pisa) puntò su questa uva che, dapprima in “coabitazione” col sangiovese, dal 2003 si sarebbe meritata la scena in solitario. E questa annata non delude: è ancora vivido il frutto rosso elegante e pimpante accompagnato da spruzzate di noce moscata, e la bocca è leggera, fresca e acuta, dissetante, dai tratti quasi agrumati. Il finale è sapido e vibrante.

Goccia Volterrana 2011 – Rifugio dei Sogni
Blend di sangiovese (65%), cabernet sauvignon (30%) e canaiolo, è un vino che risente della sua età: il colore è aranciato scuro e il naso non è privo di fascino, con i suoi toni evolutivi fatti di sottobosco, cioccolato, note terrose. In bocca se ne avvertono i limiti con una concentrazione non sufficientemente supportata da un corredo aromatico convincente.

San Bartolomeo 2007 – Azienda Agricola Vallorsi
Unione per metà di sangiovese e di cabernet sauvignon, merlot e syrah per la restante metà, è la testimonianza dell’impegno di una azienda della zona di Terricciola che sa lavorare bene e lontano dalle luci della ribalta, e che con coraggio ha proposto questa sua etichetta in degustazione. Anche qui, buona forma in un olfatto che sa di sottobosco e di tartufo, addolcito da spunti di caramello. Sfoggia ancora una buona pienezza in una bocca con qualche spigolo e in cui si avverte una certa scissione fra alcol e acidità.

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