La morte del vino e altri racconti

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Quando nel 1993 morì Federico Fellini, per esprimere il suo senso di smarrimento siderale Benigni disse con un’iperbole: “non ci posso credere, è impossibile, è come se mi avessero detto che è morto l’olio”.
Bella immagine, poetica. L’olio infatti non può morire, o così almeno crediamo con forza. Come il vino: sono soggetti sottratti all’annichilazione finale, hanno un’evidenza concreta ma insieme trascendono la realtà fisica e fanno parte del patrimonio immateriale dell’umanità, perché “siedono in troni aurei al di là dell’ultimo cielo” (Mario Brega).
Non a caso nel 2010 il vino è stato riconosciuto dall’UNESCO quale patrimonio della cultura francese e del mondo.  

Eppure – non vogliamo crederci, non possiamo crederci – il vino può certamente morire. I freddi dati del commercio, prima ancora che la sfida micidiale del cambiamento climatico, sono lì a dimostrarlo: progressivi cali nelle vendite (meno 3,4% nel giro di un solo anno in Italia, almeno nella grande distribuzione), perdite di terreno ancora più franose nelle fasce di popolazione non senescenti, ovvero tra i bipedi umani di età anagrafica sotto i trent’anni (i ggiovani).

Il vino, soprattutto a causa del potere immane dei social, non è più cool per i nuovi e futuri acquirenti. Sì, il panorama è variegato e non si può generalizzare, qua e là il vino conserva il suo fascino e permane di moda presso drappelli di enofili 40/50enni. E si mantiene abbastanza saldo nella stima dei vegliardi, ovvero il sempre più nutrito esercito di ultrasessantenni. Ignoro le statistiche che riguardano gli ultranovantenni, ma temo che non costituiscano una fetta di mercato significativa.

Quindi un osservatore laico non può che guardare la realtà in faccia: il vino rischia di morire.

La strada salvifica di cui si parla con sempre maggiore insistenza, quella di liberare il vino dal suo peccato originale, cioè l’alcol, sembra più un’abdicazione. Creare un ibrido metà vino e metà succo di frutta ricorda l’essere mitologico su cui ironizza Woody Allen: “una figura metà donna e metà pesce, purtroppo nel senso della lunghezza”.

Ho potuto assaggiare un singolo specimen di “vino” dealcolato; anzi, un singolo bicchiere. Me l’hanno dato per “una Grenache Le Petit Béret”. Da informazioni trovate online pare che il domaine Le Petit Béret, che si trova a Puisserguier, nel sud della Francia, sia una vera macchina da guerra: decine di etichette di vini sans alcool, tutti saluberrimi, addirittura vegan friendly. Non conosco dettagli che forse fanno la differenza per questa tipologia, vale a dire se per questi “vini” valgono le attenzioni cui siamo abituati: se sono proni all’ossidazione, per dirne una, o se appena stappati possono essere in riduzione, eccetera.

Questa “Grenache” era olfattivamente meno insignificante del previsto, intensa nelle note fruttate, che però davano un senso piuttosto caricaturale del frutto, come derivassero da un’aromatizzazione. E difatti pare che a questa bevanda si possano aggiungere degli “aromi naturali”. Al palato era abbastanza densa, dai tannini inoffensivi e dal finale – se così si può chiamare – piatto, amorfo, senza rilievo. Mi ha dato un senso generale di straniamento brechtiano. Un liquido che recita una parte.

Dopodiché, da ignorante dichiarato delle dinamiche del marketing, sospendo il giudizio sulle prossime e future fortune del “vino” dealcolato. Nei fatti non ho nulla contro questi liquidi in sé, se come dicono “il mercato accoglie tutti”.

Ho esaurito le virgolette e quindi chiudo. Però non amareggiamoci troppo. Tout passe, tout lasse, tout casse.
Per finire in allegria, dopo l’olio di Benigni, un’altra immagine poetica:

Va’ Ignazio, non sentire il caldo bramito.
Dormi, vola, riposa.
Muore anche il mare.”
Federico Garcia Lorca, Llanto por Ignacio Sánchez Mejías

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