Lo scorso 4 dicembre ho presenziato ad un webinar organizzato dal Consorzio di tutela e Valorizzazione Vini Docg Caluso, Carema e Canavese Doc. Vivendo a Novara e avendo approfondito in maniera capillare l’areale vitivinicolo in questione, distante appena un’ora da casa mia, mi ha fatto un effetto un po’ strano rivedere – attraverso un monitor – alcuni volti incontrati almeno una decina di volte in passato. Questa è la tecnologia, chi siamo noi per fermarla? Il fine giustifica i mezzi, divulgare il sapere enoico è sempre cosa buona e giusta, soltanto mi permetto di aggiungere che il territorio del Canavese e di Carema è tra i più affascinanti del Piemonte; dunque, una visita in loco è fondamentale per apprendere le mille sfaccettature dei cosiddetti vini dei ghiacciai. La poesia dei terrazzamenti di Carema, borgo fiabesco – ai piedi del Monte Maletto – incastonato fra le rocce a confine tra la provincia di Torino e quella di Aosta; le stupende pergole presenti in svariati comuni del comprensorio canavesano, quest’ultime disegnano profili geometrici e sono protette dalle possenti braccia della Serra morenica d’Ivrea. La suddetta cittadina è stata proclamata città industriale del XX secolo, dunque sito UNESCO dal 2018. È impossibile non citare la famiglia Olivetti.
Questi sono soltanto alcuni dei motivi per visitare questo affascinante angolo piemontese, ricco di storia e peculiarità a tratti uniche in tema di viticoltura. A tal riguardo mi ha fatto piacere notare che il Consorzio, soprattutto negli ultimi anni, stia organizzando incoming sul territorio – dedicati anche alla stampa di settore – per mostrare le peculiarità delle proprie colline e la qualità dei vini prodotti. La comunicazione è la chiave di svolta per conquistare fette di mercato importanti, soprattutto quando si ha la possibilità di offrire prodotti originali a 360° e difficilmente replicabili altrove. La strada a mio avviso è quella giusta.
Il Consorzio di tutela e Valorizzazione Vini Docg Caluso, Carema e Canavese Doc, il cui presidente attuale è Bartolomeo Merlo, nasce nel 1991 dall’evoluzione del Centro di Tutela e Valorizzazione Vini DOC di Caluso, fondato da sette viticoltori nel 1986. Nel 1996 la competenza si allarga anche alla Doc Carema, istituita nel 1967, e nel 1998 a quella denominata Canavese, nata nel 1996, l’ultima tra le denominazioni inserite. Riunisce 37 soci, che rappresentano il 90% dei produttori della denominazione, distribuiti in 107 comuni d’appartenenza divisi fra tre province: Torino, Biella e Ivrea. Stiamo parlando di un areale ampio e diversificato che parte dalle Morene a ridosso della pianura fino alle pendici del Gran Paradiso. Incastonato tra il Piemonte e la Valle d’Aosta, il Canavese vanta la produzione di vini e prodotti gastronomici che arricchiscono le tavole piemontesi dalla notte dei tempi. Circondato dall’Anfiteatro Morenico di Ivrea, percorrendo i sentieri che conducono ai vigneti è possibile scoprire un luogo affascinante dove prima c’era il ghiaccio ed ora si coltiva la vite. Le suddette colline, infatti, sono composte da terreni estremamente poveri, acidi, tipicamente appartenenti alle colline moreniche caratterizzate da grosse pietre, sassi, sabbie, limo e una minima quantità di argilla originatisi per l’attività erosiva del grande ghiacciaio Balteo. Quest’ultimo ha scaricato il materiale di risulta nell’antistante piana canavesana.
Le pendenze relative ad alcuni vigneti ed il terreno roccioso, il più delle volte scosceso – soprattutto in comuni quali Carema, la sua frazione di Airale, e Settimo Vittone – danno vita ad una viticoltura di tipo eroico dove l’uomo ha dovuto ingegnarsi per poter allevare la vite. Così facendo ha realizzato inoltre il sistema a pergola, una forma di allevamento particolarmente rispettosa della natura, adatta alle caratteristiche ambientali, anche detta “topia” in dialetto piemontese, la cui intelaiatura di travi è spesso sorretta dai caratteristici tutori in pietra tronco-conici, chiamati “pilun”. Lavorare la terra qui è molto più difficile rispetto ad altre aree piemontesi dove morbide colline riempiono lo sguardo. Ho visto personalmente vignaioli percorrere sentieri ai limiti del trekking, con in spalla un atomizzatore da 30 kg, per otto ore al giorno se non di più. Insomma, allevare la vite qui costa fatica, quella vera, ma indubbiamente le vette di finezza e complessità, raggiunte ad esempio del nebbiolo – qui chiamato picotendro – ripagano di tutti gli sforzi.
Lo stesso identico discorso vale per il vitigno a bacca bianca denominato erbaluce, altro cavallo di battaglia del territorio, allevato soprattutto in terra canavesana. Troviamo inoltre cultivar quali barbera, freisa, croatina, chatus e neretto, ovvero varietà storiche da sempre allevate fra queste colline moreniche.
La superficie vitata totale del Canavese ammonta a 425 ettari. I numeri a mio avviso aumenteranno in futuro, grazie anche all’impegno dei tanti giovani che hanno scelto la strada della viticoltura, magari un tempo abbandonata dai genitori per le possibilità date dal mondo dell’industria. Allevare la vite è una delle attività più importanti per il territorio, le uve crescono sane grazie ad un microclima mite regolato dalla presenza di svariati laghi e soprattutto del fiume Orco e dalla Dora Baltea. È nel versante sud dell’anfiteatro morenico che sono disposti i vigneti del Canavese, lo stesso risale al periodo quaternario. Le glaciazioni del ghiacciaio generarono continui sedimenti, gli stessi “scivolarono” verso la Pianura Padana ed il suddetto territorio. Un caso più unico che raro che oggigiorno è l’elemento distintivo che forgia vini dal carattere spiccatamente minerale con punte di sapidità ragguardevoli. È un semicerchio costituito da crestoni collinari con altitudini che variano da 600 metri sul livello del mare a 300: si va dal punto più alto rappresentato dalla Serra morenica di Ivrea a Nord-est – pensate che la stessa è lunga circa 20 km ed è la più grande
formazione del genere esistente in Europa – alla collina di Caluso/Aglié a sud-ovest. Fondamentalmente sono tre le macroaree del Canavese. Iniziamo da Caluso, l’area più nota, quella che dà il nome alla storica denominazione divenuta Doc nel 1967 e Docg nel 2010; si distingue per la produzione dell’erbaluce – vitigno autoctono piemontese, anche chiamato greco novarese fra le colline dell’Alto Piemonte. La seconda macroarea è rappresentata dal cosiddetto Alto Canavese, due i comuni più importanti: Rivara e Levone, da queste parti le uve a bacca rossa quali freisa, barbera, nebbiolo, chatus e neretto sono protagoniste a discapito di quelle a bacca bianca. Perla rara, punta di diamante – completamente rinata soprattutto in questi ultimi sei anni – è Carema di cui ho già parlato sopra. La vicinanza delle montagne caratterizza enormemente gli aromi di tutti questi vini, gli stessi risultano fini, sussurrati e alpini.
Di seguito il nostro punto di vista su nove etichette selezionate dal Consorzio di tutela e Valorizzazione Vini Docg Caluso, Carema e Canavese Doc, che ringraziamo per l’invito. Per evitare di ripeterci sottolineiamo che i primi tre vini sono prodotti mediante l’impiego di erbaluce in purezza, tutti gli altri vedono unicamente la presenza del nebbiolo.
Canavese Spumante Brut Serra Blu, Cantina della Serra – Piverone – (T0)
Prodotto secondo Metodo Martinotti, si distingue per un colore paglierino chiaro, algido, e un perlage minuto e continuo. Naso fragrante di pera Williams, grissini appena sfornati, lieve calcare ed erbe aromatiche. Sorso snello, arioso, puntellato da guizzi sapidi e un buon ritorno acidulo e al contempo rinfrescante; media progressione.
Canavese Bianco Grecale 2023, Alberta Luciana – Cavaglià (BI)
Paglierino chiaro, luminoso, cessione del colore praticamente assente. Timbro olfattivo mediamente intenso scandito dalla scorza di limone in tandem con il melone d’inverno maturo, cereali tostati e un soffio balsamico fresco e stimolante; in chiusura pietra polverizzata. L’attacco è morbido, attraversato qua e là da lampi di freschezza citrina e un finale sapido, forse un filo sopra le righe in termini d’alcol percepito; a mio avvio è un vino ancora giovane, il tempo domerà quest’irruenza.
Canavese Bianco Roc della Regina 2018, DonnaLia – Salussola (BI)
Paglierino caldo con riflessi oro antico, media consistenza. Ci mette un po’ ad aprirsi, ma quando accade squaderna frutti estivi golosi, timo limone e note di lavanda unite a sabbia bagnata. In bocca la rotondità prevale ma in chiusura l’acidità scalpita, l’alcol è commisurato al peso del vino che impegna senza strafare. Non è assolutamente arrivato al capolinea. Anzi.
Canavese Nebbiolo Roccia 2023, Le Masche – Levone (TO)
Veste rubino intenso di media trasparenza. Lodevole la pulizia del frutto, distinguo la mora e il ribes rosso maturi e una spezia dolce e sinuosa in tandem con la liquirizia; con lenta ossigenazione pennellati floreali piuttosto vivaci ed in chiusura erbe officinali. Sorso pieno, rotondo, tannino serico e una bella coerenza rispetto a quanto percepito al naso. Chiude lungo e in assenza di sbavature.
Canavese Nebbiolo Maura Nen 2021, Luca Leggero – Villareggia (TO)
Color granata, unghia mattone, consistenza e vivacità di colore. Il frutto è ben definito, integro, lineare: susina, ribes, violetta, eucalipto su uno sfondo che sa di arancia rossa sanguinella, tabacco e grafite. La sapidità in questo caso sbaraglia la concorrenza, ben bilanciata da una ventata di freschezza e da un tannino stimolante; è un vino lunghissimo e soprattutto ricco di rimandi legati al territorio. Intravedo grandi potenzialità nei confronti dell’affinamento.
Canavese Nebbiolo Gemini 2021, Cantine Crosio – Candia Canavese (TO)
Tinta granata, riflessi color mattone, buon estratto. Sfoggia profumi di spezie dolci e orientali tra cui cannella e noce moscata, incenso e liquirizia, unite a note di sottobosco e un flebile accento floreale che sa di violetta. Ne assaggio un sorso e ritrovo un profilo arioso, avvolgente, controbilanciato da un buon centro bocca, media sapidità e lunghezza.
Canavese Nebbiolo Nobilis 2020, Tenuta Roletto – Cuceglio (TO)
Tra il rubino e il granata, tonalità vivace, buona consistenza. Naso intenso di ciliegia matura, ribes rosso e un accento vegetale che rinfresca l’insieme, unito ad effluvi minerali di pietra polverizzata e smalto; a contatto con l’ossigeno, dopo circa venti minuti, affiora una spezia dolce e “golosa”. La stessa ritorna anche in bocca, dove il tannino marca ancora sensibilmente il profilo gustativo, e l’equilibrio è dato da guizzi acidi e sapidi in buona sinergia tra loro.
Canavese Rosso Darecà 2019, Figliej – Settimo Vittone (TO)
Color granata con ancora qualche riflesso rubino al centro del bicchiere, buon estratto. Respiro intenso, toni caldi e sinuosi, le spezie orientali aprono le danze e in sequenza ritrovo: ciliegia matura, scorza di arancia rossa, note di cosmesi e pepe nero; con lenta ossigenazione note boschive vivacizzano l’insieme unite a cenni lievemente balsamici. In bocca il sorso è ben calibrato tra sapidità e freschezza, il tannino è ancora piuttosto incisivo e funge da contraltare. Assenza totale d’alcol percepito, è un vino di lunga gettata che non satura i recettori del gusto semmai vuole imprimere un ricordo di piacevolezza estrema.
Carema 2020, Cantina Produttori Nebbiolo di Carema – Carema (TO)
Colore ammaliante, tonalità luminosa granata con unghia mattone; estratto medio. Un “dolce-acido” profumo d’agrumi tra l’arancia rossa e il pompelmo rosa, ribes e ciliegia matura, ma anche santoreggia, grafite e cosmesi (rossetto in primis); in bocca incanta per un andirivieni di sensazioni acide e sapide ben bilanciate tra loro. Progressione da centometrista, un grande classico del territorio “pericolosissimo” a tavola. La storia del territorio di Carema.

Nasce a Novara, ma non di Sicilia, nonostante le sue origini lo leghino visceralmente alla bella trinacria. Cuoco mancato, ama la purezza delle materie prime, è proprio l’attività tra i fornelli che l’ha fatto avvicinare al mondo del vino attorno al 2000. Dopo anni di visite in cantina e serate dedicate all’enogastronomia. frequenta i corsi Ais e diventa sommelier assieme alla sua compagna, Danila Atzeni, che oggigiorno firma gli scatti dei suoi articoli. Successivamente prende parte a master di approfondimento tra cui École de Champagne, vino che da sempre l’affascina oltremodo. La passione per la scrittura a 360° l’ha portato, nel 2013, ad aprire il blog Fresco e Sapido; dal 2017 inizia la collaborazione con la rivista Lavinium e dal 2020 quella con Intralcio. Nel 2021 vince il 33° Premio Giornalistico del Roero. Scorre il nebbiolo nelle sue vene, vitigno che ha approfondito in maniera maniacale, ma ciò che ama di più in assoluto è scardinare i luoghi comuni che gravitano attorno al mondo del vino.









