Dealcolazione da Tiffany, parte seconda

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Per anni quasi assente nel dibattito pubblico enoico, elusivo come un fiume carsico nelle conversazioni, il tema dell’eccesso di alcol nei vini è emerso alla consapevolezza del bevitore medio con la recente approvazione legale di una bevanda che oggi si può chiamare “vino dealcolato” (o, più cacofonicamente, “vino dealcolizzato”). Ovvero di un vino di partenza cui viene sottratta la totale o quasi totale quota alcolica tramite procedimenti chimico-fisici.
Come molti Commentatori della Repubblica ne ho scritto varie volte, sostenendo tesi tutto sommato ovvie. Ciò non mi impedisce tuttavia di tornare a scrivere ovvietà in questo articolo.

L’insistenza argomentativa, degna di miglior causa, è stimolata dall’ennesima conferma proveniente da un vino reale: stavolta il Langhe Nebbiolo 2023 del Comm. Ing. Avv. G.B. Burlotto. Un vino buonissimo. Da bere a secchi, incuranti dei rischi per la salute delle cellule cerebrali, dei rischi di sviluppare tumori più o meno letali, dei rischi per l’apparato cardiovascolare.  
Ecco come avrei scritto un dozzina di anni fa la relativa scheda nella guida espressica (che, inciso autocelebrativo, a quanto mi risulta è stata la prima in termini storici a dare valutazioni altissime ai vini della casa): “colore diafano, nettamente più rosato che rosso; profumi inebrianti, puri, di petali di fiore* e – delicatissimi – di lampone; gusto snello, arioso, fresco, sottile; finale caldo e alcolico”

Anche un lettore distratto coglie facilmente che due terzi, quattro quinti del vino risultano gustosissimi, mentre un terzo – un quinto – abbassano un po’ l’entusiasmo. Ora, tutto il quibus del dibattito attuale, che l’avvento del vino dealcolato sottolinea a matita rossa, è proprio la scodata conclusiva dell’alcol in vini per altri aspetti perfettamente somiglianti ai loro fratelli maggiori.

Qui infatti non parliamo dei mammozzoni ipertannici, superdensi e quasi inevitabilmente ultralcolici di certe derive stilistiche del passato (e ahinoi anche del presente), ma di vini ballerini, aerei, aggraziati, che la zavorra alcolica fa scivolare rovinosamente sul palcoscenico, davanti agli spettatori costernati.

Trovo dunque che l’evoluzione delle tecniche di dealcolazione sia benvenuta, se ci dona non tanto la bevanda analcolica di cui si parla in questi giorni (al momento un liquido – dicono – pallido imitatore dell’originale) quanto dei vini veri e propri cui vengano sottratti quel grado e mezzo, due gradi che li facciano continuare a danzare al palato fino alla fine della rappresentazione. Sempre che le tecniche permettano questa “neutralità” di sottrazione, il che allo stato attuale è tutto da dimostrare. Parlo infatti del prossimo futuro.

Si dirà, e io pure dico a me stesso: “così si aggiunge una manipolazione inaccettabile, che trasfigura il prodotto originale”, “molto meglio cercare strade naturali in vigna”, “il vino nasce da quelle uve di quel grado alcolico potenziale, quindi usare macchinari per togliergli una parte del suo corpo è eugenetica inquietante e da rigettare”, “la soglia di percezione e quindi di tolleranza dell’alcol è soggettiva, quello che a me/te infastidisce ad altri piace”, eccetera.

Eppure in verità in verità io vi dico, sarà meglio un Nebbiolo che arriva alle soglie dell’imbottigliamento come Nebbiolo delicato alcolico e che poi va in bottiglia come Nebbiolo delicato e basta, di un Nebbiolo delicato alcolico che ci scalda il palato ma non il cuore.

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* se volete farla sembrare una scheda più professionale potete aggiungere tipologie floreali a cazzo, magari rare, come fanno i degustatori più raffinati: ad esempio che so, “artemisia, peristeria elata, camelia middlemist”

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