Traiettorie tematiche a Terre di Toscana

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Il mare versiliese d’inverno, il meteo ondivago d’inizio primavera e gli ambienti luminoso-trasparenti dell’Una Hotel a Lido di Camaiore incorniciano ormai da sedici stagioni, su diciassette complessive, Terre di Toscana, l’evento dell’AcquaBuona che ormai è diventato una meta obbligata per chi vuole conoscere anima ed essenza del vino toscano d’autore (anche quest’anno ha fatto il tutto esaurito con 2200 ingressi complessivi, metà dei quali operatori del settore). Ci torno sempre con piacere e quest’anno, smessi per una volta i piacevoli panni del “flâneur”, ho cercato di delineare alcune traiettorie tematiche nella moltitudine dei banchi, pressoché impossibile da visitare nella loro totalità in due giorni (140 cantine presenti per oltre 600 vini).

“Mostri sacri”

Non è un percorso tematico, ma una tentazione insopprimibile. Vuoi non andare da Tenuta San Guido per assaggiare l’anteprima del Sassicaia 2022? Naso intrigante ancora da comporre, specie se paragonato a quello del 2021, bocca di grande classe e velluto. Vuoi non andare al Podere Il Carnasciale per sorseggiare Il Caberlot 2021 e ritrovare quella carnosità, quella speziatura pepata, quel tannino fitto e maturo che mai si dissociano in questo vino da eleganza, dinamismo e beva? Vuoi non andare da Salvioni – La Cerbaiola per sentire l’anteprima del Brunello 2020 con la sua tempra e il suo carattere? Vuoi non andare da Montevertine per rimanere ancora una volta avvinti dalla bontà del Pian del Ciampolo 2023, dalle pulsazioni del Montevertine 2022 e dalla trama del Pergole Torte 2022? Vuoi non passare da Tenuta di Trinoro per un sorso dell’esuberanza mediterranea del Tenuta di Trinoro 2021?

“Outsider”

Giusto accanto al banco di Tenuta di Trinoro c’era quello di Sancaba, la realtà più recente della famiglia Franchetti. Associare i Franchetti a degli outsider può apparire come un paradosso, ma la realtà produttiva di Carlo Franchetti, cugino del compianto Andrea, è piuttosto recente e ancora relativamente nota. Carlo acquista i terreni nel 2011 in una zona poco esplorata del vino toscano, San Casciano dei Bagni (da cui l’acronimo aziendale), parte meridionale della provincia di Siena, in un contesto montano tra i 650 e i 720 metri di quota. Le prime vinificazioni casalinghe partono nel 2012, nel 2014 nasce l’azienda e la collaborazione con Andrea, nel 2021 la conduzione passa nelle sole mani di Carlo. Dagli impianti di pinot nero (cloni di Borgogna) nascono due vini, il Petit Sancaba 2024, fresco, leggero, acido, e il Sancaba 2022, con uve raccolte a fine agosto e un anno di barrique di primo e secondo passaggio. Trasparente nel colore, è succoso, pepato, contrastato, di bella razza e buon carattere. Da non sottovalutare il Sancaba Bianco 2024, grechetto in purezza (l’Umbria è vicina). «Al quarto anno di produzione ho capito cosa dovevo fare, cioè non usare le bucce, fare pressature soffici, tre mesi di barrique di secondo passaggio su una parte della massa e sei mesi di cemento» dice Carlo. Fascinose lusinghe tardive, bel carattere minerale, densità succosa, vivezza acida, molto promettente.

Più a nord, a Valdarno Fiorentino, provincia di Firenze, Thilo Besançon conduce da una decina d’anni l’azienda Casanova, acquistata nel 1981 dalla famiglia di origini olandesi-tedesche e oggetto di diverse ristrutturazioni con finalità agrituristiche. Il Senzamare è un Vermentino che fermenta in barrique e, pur non beneficiando del suo luogo naturale (da cui l’ironico nome), ha pienezza aromatica, consistenza e allungo. Il vino centrale della produzione è l’Altoreggi (prima annata 2014), un sangiovese che nasce da sabbie e argille di origini lacustri che risalgono a circa centomila anni fa: viene fermentato in legno e cemento dove poi matura un anno nell’uno e altrettanto nell’altro. È un rosso molto contrastato in gioventù (il 2020 ha quasi le sprezzature acide di un bianco), che ha bisogno di tempo per far emergere il carattere varietale (quell’alloro che comincia a intravedersi nel 2018 e a emergere nel 2016).

Il Podere Terreno alla Via della Volpaia, situato nel comune di Radda in Chianti, acquistato da Giorgio Grilli e condotto dal genero Giovanni Puccini, si estende lungo sette ettari vitati da Volpaia verso Montevertine. Il Chianti Classico 2022, sangiovese maturato in cemento, ha un tratto sapido-minerale che si ritrova anche in un 2021 dal côté ferroso e dal tratto sapido-affilato. Il Chianti Classico Riserva 2021 (dal sangiovese di una vigna di quasi quarant’anni situata a 450 metri, la più alta dell’azienda, con due anni di maturazione nel legno) espande questo tratto stilistico in un carattere autentico, in un sapore intransigente e profondo, profilo confermato anche dalla Riserva 2020 e dalla Riserva 2017, la quale esce da un’annata accidentata per la gelata, per la siccità e per la grandine con una prestazione succosa e compatta, retta da un tannino gagliardo, da una sapidità ferrosa, da un finale balsamico. Sul banco c’era anche il magnum 53017 il Vino dei Vignaioli 2020, una cuvée dei vini dei vignaioli di Radda in Chianti (53017 è il cap del comune) che conquista per il carattere (alloro e trasparenze quasi mediterranee), la sottile trama tannica, l’allungo saporito e balsamico. C’è infine un Vigna Cattiva 2022 (il nome si riferisce alle difficoltà di lavorare il vigneto, non certo alla scarsa qualità delle sue uve), che è un Merlot di carattere chiantigiano da terreno argilloso che trascorre un anno in una botte da 10 ettolitri e che si offre con note di grafite minerale, con ampia polpa di frutto, con elementi freschi e sassosi.

A Gaiole, nell’altro cuore del Chianti Classico, la cantina Monterotondo si estende su cinque ettari, produce vino da tre generazioni, ma ha trovato il proprio baricentro qualitativo con Saverio Basagni, che si è trasferito con la moglie Fabiana Giuliani da Firenze alla campagna chiantigiana per ereditare la tradizione, al tempo amatoriale, di babbo e nonno. I rossi sono tutti d’un pezzo sul fronte del carattere: Chianti Classico Vaggiolata 2022 e 2021 e Chianti Classico Riserva Seretina 2019 (quest’ultimo ha un 5% di malvasia nera accanto al sangiovese, fa fermentazione in tini troncoconici e tre anni di maturazione in botti da dieci ettolitri) sono vini senza fronzoli, molto diretti, più cospicui e profondi che sfumati.

Chianti Classico

Rimanendo nel Chianti Classico, impossibile non soffermarsi in alcune “stazioni” lungo il percorso.

Castell’in Villa (Castelnuovo Berardenga), ad esempio, per tornare ai “mostri sacri”. Il Chianti Classico 2020 fa balenare la maturità del frutto, la profondità della trama, la trazione anteriore del gusto, mentre il 2019 il sapore, la tensione, il cuoio. Il Chianti Classico Riserva 2019 esalava appena stappato un sentore di goudron che poi si stemperava in acuti minerali, nella tensione del sapore, nel tannino verticale. Il Chianti Classico Riserva 2003 espone la corteccia, la china, la pienezza della menta, il tono balsamico, la trama tannica, il respiro del territorio, la persistenza del sapore. «È un’allegoria della principessa Coralia, capisci subito di chi si parla. Un vino intimo ed emozionante» (Filippo Trombetta). Nel Santacroce 2016 c’è il respiro chiantigiano del sangiovese dentro l’internazionale cabernet sauvignon (taglio alla pari), c’è il succo, la compattezza, l’allungo.

Proseguendo con i castelli, al Castello di Monsanto (Barberino Tavarnelle), ormai un’istituzione locale, il Chianti Classico 2022 fonde tradizione e modernità nel segno di un frutto delineato, pieno, contrastato, lungo. Il Chianti Classico Riserva 2021 rispecchia maggiormente lo “stile maison”, con qualche ombrosità caratteriale, una bella polpa e un finale di sapore. Il Chianti Classico Gran Selezione Donato in Poggio Vigneto Il Poggio 2020 (primo “cru” del territorio a essere imbottigliato nel 1962) ha un lato d’introversione olfattiva (note minerali accanto a sentori floreali), un palato succoso, teso, pieno di sapore, ferroso, di grande trazione tannica e capolino balsamico, con lunga persistenza. Il Sangioveto 2019 (un altro pilastro aziendale, proveniente dal sangiovese del vigneto Scanni impiantato nel 1968 e imbottigliato per la prima volta nel 1974) ha profilo molto caratteriale. Il 1990, presentato come vecchia annata, esalta il registro terroso, terziario, il sapore di cuoio di un Sangiovese assai tradizionale.

Al Castello di Ama (Gaiole in Chianti) il Chianti Classico Riserva Montebuoni 2021 – dal cru acquistato e reimpiantato nel 1997, confinante con il più celebre Bellavista e prodotto a partire dall’annata 2018, dove al sangiovese si affianca un 10% di merlot e un 5% di barrique nuove – ha frutto tondo e profondo, il sapore della terra, il graffio del tannino. Nel Chianti Classico Gran Selezione San Lorenzo 2020 convergono le migliori uve di tutti i vigneti (Bellavista, Casuccia, San Lorenzo e Montebuoni), ha un 15% di merlot e malvasia nera e fa una maturazione di un anno in barrique, nuove solo per il 25%: respiro di alloro, polpa setosa, trama e tensione tannica. Più contratto e vegetale Il Chiuso 2021, uno dei primi Pinot Nero toscani (vigna innestata nel 1984, prima annata 1987), maturato per dieci mesi di barrique “scariche”.

Al Castello dei Rampolla (Greve in Chianti) il Chianti Classico 2022 ha nitore fruttato e tannino copioso, godibile. Il D’Alceo (cabernet sauvignon e petit verdot), frutto di sedici mesi tra barrique e tonneau, è un rosso impeccabile – carnoso, vivo, sanguigno, compatto – e meno internazionale nello stile di quanto sia il 2016, qui ripresentato.

Al Castello di Volpaia (Radda in Chianti) si respira l’aria più d’“alta quota” del Chianti Classico. Il Chianti Classico 2022 (10% di merlot) ha succosità e contrasto, freschezza e sapore. Il Chianti Classico Riserva 2021 (sangiovese) ha qualche lieve sbavatura olfattiva, ma un palato molto a fuoco, pieno, balsamico, persistente. Il Chianti Classico Gran Selezione Radda Coltassala 2021 (piccola vigna esposta a sud-est) è intenso, ricco, speziato.

Lasciando i castelli e proseguendo nel cammino, da Fontodi (Greve in Chianti), il Chianti Classico 2022, sangiovese in purezza da vigne sotto i vent’anni d’età, ha polpa intensa e croccante, tannino ferroso, fresca acidità. Il Chianti Classico Gran Selezione Panzano Vigna del Sorbo 2021, da terreni in galestro, ha profondità di frutto, carattere, sapore, calibro tannico e persistenza gustativa. Il 2013 in formato magnum esprime un sorso succoso, di bella tensione e grande sapidità. Il Chianti Classico Gran Selezione Panzano Terrazze di San Leolino 2021 (dal clos dell’omonima, antica badia, dove la coltivazione della vite è testimoniata dal xv secolo) ha frutto profondo, compatto, pieno, tannino ferroso e saporito, sviluppo contrastato: un vino che nasce su terreni d’alberese e che durerà per decenni. Il Flaccianello della Pieve, un altro classico della casa, ha nel 2021 una pienezza di materia, un carattere ruvido, una persistenza tannica e tonica.

A San Giusto a Rentennano (Gaiole in Chianti), il Chianti Classico 2023 profuma d’alloro e boschi e macchia mediterranea: che carattere, che sapore, che stile! Il Chianti Classico Riserva Le Baroncole 2022 ha un carattere di grafite, una densità e una potenza mai disgiunta dalla profondità. Il Percarlo 2021 (sangiovese) ha connotati di ciliegia, alloro, grafite, un tannino maturo e compatto, un frutto denso, un finale dal graffio tannico (ottime le prospettive d’evoluzione). La Ricolma 2022 (merlot) possiede, come tutti i rossi della casa, materia profonda accompagnata da una tensione piccante-minerale e da un tannino ferroso.

A Riecine (Gaiole in Chianti), il Chianti Classico 2023, maturato nel cemento, è quasi una trasfigurazione del sangiovese: accanto all’alloro, rifulge una macchia mediterranea, un’impressone di cappero, una succosità pepata che conferiscono densità, carattere, lunghezza. Un carattere che ritorna anche negli altri rossi. Il Chianti Classico Gran Selezione Vigna Gittori 2021, da un cru circondato dai boschi, sfoggia una prestazione succosa e carnosa, profonda e fruttata, ariosa e persistente. Il Riecine di Riecine 2022 (dalla vigna più vecchia dell’azienda, risalente agli anni Sessanta, che cresce su un terreno d’alberese; vinificazione in cemento) è ancora il trionfo di un Chianti “mediterraneo”: la macchia, l’alloro, quasi il cappero. Che pienezza, che profondità, che allungo! Che dire poi de La Gioia 2021 (sangiovese e merlot)? Tutto torna, anche con l’internazionale di mezzo: fusione di terroir e di una tecnica che diventa stile. Quello di Riecine di Alessandro Campatelli.

Alla Tenuta di Carleone (Radda in Chianti) c’è solo l’imbarazzo della scelta. Il Metodo Classico Spanda 2018 (nome di uno dei vigneti di sangiovese; sei anni sui lieviti, sboccatura maggio 2024) ha colore buccia di cipolla intenso, profumi di arancia sanguinella, melograno, sorso pieno che sa di lampone e di sottobosco, con finale lungo-minerale. Il Randagio 2022 (cabernet franc e merlot, vinificazione per metà a grappolo intero, due mesi di macerazione, chiusura con tappo a vite) sfoggia carattere da tutti i pori, ha profilo arioso e aperto, capace di sposare il frutto più plastico e “piacione” del merlot con le erbe del cabernet franc e una bocca succoso-compatta tutta chiantigiana. Il Chianti classico 2022 – sangiovese in purezza, con 30% di grappolo intero e un anno in botte grande (60.000 bottiglie sulle 150.000 dell’azienda) – è viscerale, terroso, un rosso di testa e di pancia, succoso-tonico, caratteriale-scalpitante, tutto a trazione anteriore. L’Uno 2021, che segna la trentesima vendemmia di Sean O’Callaghan in Italia, proviene da una selezione del migliore sangiovese aziendale con diciotto mesi di maturazione tra cemento, acciaio e un vecchio tonneau. È gagliardo, succoso, tonico, pepato, profondo, sapido, di lunghissima vita. Il Guercio 2022 (è il soprannome di Sean, cieco da un occhio) è un sangiovese che proviene dai vigneti più alti, circa 650 metri, vinificato per metà a grappolo intero, con macerazione da novembre a febbraio (il 2023 è arrivato fino ad aprile!) e un anno in uova di cemento. Goudron viscerale, profondità ematica, profilo pepato, trama tannica capillare.

Poco fuori dal Chianti Classico, alla Fattoria Corzano e Paterno (San Casciano in Val di Pesa), la sostanza non manca mai e non è mai disgiunta dall’equilibrio e dalla naturalezza dell’espressione. Così un Terre di Corzano 2023 (sangiovese con venti giorni di macerazione più un 10% di canaiolo che di giorni di macerazione ne fa la metà; un anno di botte e barrique) fragrante, pieno, compatto, teso. Così un I Tre Borri 2022 (una selezione, in vigna e in cantina, del miglior sangiovese con una parte dell’uva non diraspata, 35 giorni di macerazione con maturazione in tonneau e botte grande) di forza, pienezza, sapore. Così un Corzano 2022 (60% sangiovese, 40% cabernet sauvignon con barrique nuove solo per quest’ultimo) frontale, fresco, sapido.

Due Syrah

Alla Fattoria Varramista il syrah dimora dagli anni Novanta e dal 2003, dopo aver coabitato con il sangiovese, diventa l’unico vitigno del Varramista, il vino principe dell’azienda che prende il nome della località dove si trova la tenuta (Montopoli in Val d’Arno, provincia di Pisa). Cresce su sabbie e argille inframmezzate da ghiaie, viene vinificato in mastelle aperte con una percentuale di raspi. Il 2019 è profondo, pieno, compatto: potente e sottile, ha bisogno di bottiglia. Il 2018 pulsa d’oliva, di garrigue, di tapenade, di mediterraneo assortito, è polposo, tonico, invitante. Il 2017 è paradossalmente più fresco, più teso. Ha tannino gagliardo e compatto e, stranamente, poca aromaticità. «È figlio di un’annata ignorante come la 2012, che però ora è notevole» dice Francesca Frediani, responsabile commerciale. Molto piacevoli e fruttati sia il Terre di Pisa Frasca 2021 (syrah e merlot) sia lo Sterpato 2021 (sangiovese, cabernet sauvignon, petit verdot, merlot).

Nel giro di un decennio Stefano Amerighi si è imposto con le sue scelte radicali di vigna, improntate ai principi della biodinamica (dalle colline argillo-calcaree di Poggiobello di Farneta, nel Cortonese, dove si trova l’azienda, agli alberelli impiantati nel galestro del monte Ginezzo, sopra gli 800 metri di quota) e vinificazione (il grappolo intero, il progressivo abbandono del legno a favore del cemento e della ceramica) come uno dei più sensibili e talentuosi interpreti del Syrah italiano. Il Syrah 2022 (una selezione di tutte le vigne con 40% di grappolo intero nella vinificazione e maturazione per un anno e mezzo in cemento e ceramica) è una detonazione: oliva nera, garrigue, acciuga, spezie, è ematico, profondo, lunghissimo. Il Syrah Apice 2021, dove il grappolo intero sale al 70% (le uve arrivano dall’apice, appunto, del vigneto dei Canonici), è l’espansione della tapenade, della macchia mediterranea, del carattere sanguigno: sapore, verticalità, persistenza. Il Serine 2021 (da una selezione clonale del Rodano), vinifica insieme alla syrah anche un 8% di viognier e pecorino, con il 30% di grappolo intero e maturazione in cemento. È una sublimazione: compattezza, tensione, grinta e una persistenza inesauribile di sapidità.

Vini bianchi

Si può ripartire da qui, dal Noè 2021 di Stefano Amerighi, un pecorino delle Marche piantato a 650 metri di quota. Vendemmia a fine ottobre, alzata di cappello del mosto, maturazione in vetro (damigiana e bottiglia per tre anni). Sentori di fermentazione spontanea, sviluppo succoso, tonico, molto sapido.

Il Caiarossa Bianco 2023 di Caiarossa (Riparbella, PI) è un taglio di viognier e chardonnay con passaggio in cemento, barrique e anfora. I toni eleganti e vibranti del legno si compenetrano con note di pietra focaia, lo sviluppo è tonico, il finale è sapido, l’acidità perfino nordica: un vino che negli ultimi anni ha cambiato pelle (dal canto suo, il Caiarossa Rosso 2021, articolato blend di merlot, petit verdot, sangiovese, syrah, cabernet franc, cabernet sauvignon e granche, ha frutto intenso, corposo, sanguigno, scalpitante, speziato).

Anche il Montepepe Bianco 2022 della cantina Montepepe (Montignoso, MS) è un taglio di vermentino e viognier, ma a percentuali invertite (il primo è al 70%), tutto in acciaio. Esotico e agrumato, succoso e definito, ha un carattere tutt’altro che scontato e un finale di particolare allungo. Più ambizioso ma non così sciolto e dinamico il Degeres 2020 (stesso uvaggio con il vermentino al 60%): boisé intenso, ricchezza polposa, tono alcolico.

A proposito di Vermentino, e rimanendo nella stessa provincia, quella di Massa Carrara, sono ormai imprescindibili i bianchi di Terenzuola (Fosdinovo). Il Colli di Luni Vermentino Fosso di Corsano 2023 (vigne dai 20 ai 40 anni d’età da selezione massale su scisti di arenaria, vendemmie scalari) è pura pietra focaia, è puro minerale, è polpa in tensione, è allungo sapido, fresco, penetrante. Il Colli di Luni Vermentino Superiore I Pini di Corsano 2022 (piccolo appezzamento di 2500 metri quadri adiacente ai due pini marittimi che circondano l’azienda) è sapido-tonico, denso-ritmato, succoso-permeante, con finale alla buccia d’agrume. Il Permano Bianco 2022 (dalle vigne apuane della zona di Carrara dentro cui gravitano una serie di uve, tra cui quelle aromatiche come vermentino, moscati e malvasie, con macerazione di una ventina di giorni e maturazione in cemento, dal prossimo anno in acciaio) è ricco, denso, intenso. I rossi – da un Vermentino Nero 2023 che sembra un vino ematico del Rodano all’intensità ferrosa e mediterranea del Forma Alta 2021 (vermentino nero e saldo di massaretta) e alla densità “acciugosa” de La Merla 2022 (merla e saldo di massaretta) – non fanno che confermare la mano duttile e felice di Ivan Giuliani.

A Tenuta di Ghizzano (Peccioli, PI) c’è un altro Vermentino da tenere in viva considerazione ed è il Mimesi 2023 (sei mesi in anfora di terracotta per un progetto che nasce nel 2020): è denso e sciolto, è sapido e modulato, è teso e persistente con rilascio di limone, nepitella e note minerali in allungo (c’è anche il suo pendant in rosso, il Mimesi 2021, sangiovese in purezza con 16 mesi in anfora, di bel carattere e contrasto).

Il Fontodi Bianco è invece un Trebbiano da vigne di quasi sessant’anni allevate su terreni di galestro con una maturazione di poco meno di un anno in tonneau. Ha colore intenso e profumi fragranti, definiti, un palato di sapore e tensione.

A Petrolo (Mercatale Valdarno, Bucine, AR), oltre a un Valdarno di Sopra Merlot Vigna Galatrona 2022 d’impeccabile assetto (spesso, intenso, compatto, saporito), c’è un Trebbiano, il Boggina B 2022 (proviene da due vigne, una degli anni Sessanta e l’altra del 2015, con fermentazione e maturazione per 18 mesi in tonneau) che freme di sapori e fermenti, che ha un sorso succoso e contrastato, un’anima sapido-minerale (ugualmente caratterizzato è anche il Valdarno di Sopra Sangiovese Vigna Boggina A 2021, da uve sangiovese vinificate in anfora, che colpisce per espressione e allungo).

Lo Chardonnay Fabrizio Bianchi 2023 del Castello di Monsanto ha colore intenso e vivo, finezza olfattiva, palato pieno, maturo e contrastato, con echi d’agrume in persistenza.

Lo Chardonnay Oro Bianco 2022 di Capannelle (Gaiole in Chianti) si discosta da quello “classico” in legno piccolo dell’azienda prodotto dal 1988: proviene da una piccola vigna sui 450 metri di quota (la più vicina alla cantina), fa solo acciaio, è imbottigliato solo in 600 magnum, è molto maturo, solare, esotico.

La Vernaccia di San Gimignano, infine.

Le tre prodotte dalla cantina Panizzi, solido nome tradizionale del territorio, mostrano altrettante scalettature stilistiche. La Vernaccia di San Gimignano 2024, in acciaio, è assai godibile (lasciatela ancora qualche mese in bottiglia). La Vernaccia di San Gimignano Vigna Santa Margherita 2023 (cru dove ha sede la cantina) ha un naso espressivo, un fresco profilo floreale-fruttato, un palato succoso, gentile, definito, modulato, di volume e sapore. La Vernaccia di San Gimignano Riserva 2021 risente della tostatura della barrique pur senza perdere coesione e continuità.

Quelle di CappellaSantandrea (scritto tutto attaccato) hanno un carattere singolare e spiccato. Quelle note di finocchio e anice che si percepiscono nella Vernaccia di San Gimignano Clarastella 2023 vengono amplificate dalle vigne vecchie (anni Sessanta), dalla notte di macerazione pre-fermentativa e dall’anno trascorso sulle fecce della Vernaccia di San Gimignano Rialto 2022, dove sembra di essere dentro un orto: erbe, verzure, finocchietto, anice, con palato succoso e lunghissimo. Stesso carattere per la Vernaccia di San Gimignano Riserva Prima Luce 2022, le cui uve provengono dalla parte est, più argillosa, della stessa vigna del Rialto con macerazione di tre settimane e un anno di maturazione in orcio di terracotta. Ha rilievo cromatico dorato, un olfatto maturo e spontaneo, un palato di erbe, di anice, tonico, dinamico, davvero persistente.

Quelle del Colombaio di Santa Chiara hanno un altro carattere ancora. La Vernaccia di San Gimignano Campo della Pieve 2023 (fermentazione e maturazione di quasi un anno e mezzo in cemento) presenta un profilo spontaneo, autentico, tonico, sapidissimo, di notevole allungo. La Vernaccia di San Gimignano Riserva L’Albereta 2022 (un anno di botte grande, otto mesi in cemento e un anno in bottiglia) è ricco, intenso, boisé, mentre l’annata 2016 presenta note quasi sulfuree di pietra focaia, ha un boisé di maggiore personalità e fusione, con un allungo davvero prepotente.

Vin Santo

La delizia del dulcis in fundo.

Il Vin San Giusto 2017 di San Giusto a Rentennano (90% di malvasia) è purezza di granaio, soffitta, fico, frutta secca: la sua proverbiale densità incontra al palato lo zabaione, il balsamico, il miele in un incantesimo d’equilibrio.

Il Vin Santo del Chianti Classico 2014 di Rocca di Montegrossi (Gaiole in Chianti, 100% malvasia con uve appese in verticale per l’appassimento e sette anni di caratelli in legno di ciliegio, rovere e moro) è un’altra ambrosia: fico, noci, zabaione, miele, ebanisteria dentro un sorso viscoso-oleoso, con finale di caramello e mou.

Il Vin Santo del Chianti Classico 2013 del Podere il Palazzino (ancora Gaiole in Chianti, malvasia e trebbiano con uve appese per l’appassimento, pigiatura a dicembre e sette anni in caratelli sigillati) ha una volatile vibrante che non ottunde un frutto focalizzato e conservato, con pasta di mandorle, zabaione, caramello e un’acidità da frutta esotica che rende il finale fresco ed equilibrato.

Il Vin Santo del Chianti Classico Occhio di pernice 2009 di Badia a Coltibuono (sempre Gaiole in Chianti) nasce da uve sangiovese in purezza e trascorre una decina d’anni in barrique esauste e piccoli caratelli da 50 litri. Ha colore mogano rossastro, offre profumi di frutta secca, fichi, noci, ha una densità viscosa, un nobile spirito alcolico intinto nel caramello e nella liquirizia, con finale di “croccante della fiera” e registro ammandorlato.

Agli antipodi di questo si pone il Vin Santo di Montepulciano Occhio di Pernice Familiae 2015 di Boscarelli (Montepulciano), dove solo il 15% è appannaggio del sangiovese, mentre la restante parte delle uve è composta da trebbiano, malvasia e grechetto. Durante la lunga fermentazione/maturazione (sette, otto anni) i caratelli vengono ricolmati invece di essere sigillati. Il colore è ambra-topazio, il naso sa di amaretto e frutta secca, il palato è untuoso quanto fresco, con tanto caramello, gheriglio di noce e miele con un’anima di tannino nel finale.

Il Passito di Corzano 2008 di Corzano e Paterno (trebbiano quasi in purezza), che quest’anno è riuscito ad arrivare al 13% di alcol svolto contro il 9% o il 10% del passato (da cui la sua esclusione dalla Doc e la successiva, permanente “disubbidienza”), fa ben tredici anni nei caratelli a contatto con la “madre”. Il profilo aromatico è un tripudio di zabaione, mallo di noce, fico, elementi balsamici. La densità è quasi oleosa ma lo sviluppo è reattivo, bilanciato, tutto in souplesse, con sollucchero finale di noce e zabaione.

L’Orcia Vin Santo Sacrofòco 2014 di Fattoria di Ripa d’Orcia (Castiglione d’Orcia), infine. Quasi interamente composto da uve trebbiano più un 5% addirittura di vermentino, trascorre dieci anni in caratelli sigillati e scolmi. Olfatto vibrante con paniere di frutta secca, palato di nobile e impetuoso spirito alcolico (16,5%, da cui il nome), molto frontale, lungamente persistente.

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