La lentezza del sottoscritto nel (tentare di) dare conto degli eventi enoici cui ho il piacere e l‘onore di partecipare è ormai divenuta proverbiale. Pure, il tempo trascorso mi consente di sedimentare impressioni, collegare esperienze, evidenziare rimandi. E qui mi ricollego a due esperienze diverse, all’inizio del corrente anno e alla fine del precedente (per il quale viaggio oramai disperavano di sentirmi).
A inizio anno tutto sommato mi poteva andare peggio.
Come prima degustazione dell’anno, la verticale di uno dei più nobili cru di Barolo (il Villero!), interpretato da un produttore iconico (Vietti! una tantum appellativo non esagerato). Per tacere del successivo pranzo in ristorante raffinato, che sa valorizzare il vino con servizio attento e cucina non banale. E tanto più, in bella compagnia di amici sulla stessa lunghezza d’onda del sottoscritto. In sintesi, una di quelle occasioni nelle quali è naturale sentirsi un privilegiato, un vergognoso fortunello che si è intrufolato tra le eccellenze enoiche. E come tale, meritevole degli insulti ed ironici commenti di chi sprezza chi scrive di vino (o meglio ci prova), e lo taccia di: parassita, inutile dinosauro di un’epoca passata, viscido leccobardo dedito alla questua di inviti ad eventi dove mangiare e bere a sbafo, con il solo obbligo di prodursi in un pistolotto banalmente elogiativo che nessuno leggerà.
Premesso che a volte è veramente un gran casino trovar qualcosa da criticare, l’occasione mi ha porto il destro di una riflessione collegata ad un’altra esperienza, un appunto al concetto di terroir, anzi, peggio, di territorio. Il Villero è un cru “austero”: i vini che ne derivano hanno una tessitura tannica compatta, che in gioventù è come se frenasse l’espansione del frutto. Il quale peraltro si dispiega con aerea dolcezza una volta che il tempo ne abbia smorzato l’innata introversione. Vietti, anche adesso che la proprietà è cambiata, a Dio piacendo non si è mai approfittato del potenziale a disposizione, scansando le tentazioni della muscolarità fine a se stessa, e ricercando l’eleganza e la profondità che sono lì a disposizione, basta aver la sensibilità per afferrarle.
A più forte ragione, in una verticale che spazia in un arco di una ventina d’anni, conta non tanto l’individuazione della presunta annata migliore (“A me è piaciuta più quella”. “hai capito niente, era meglio quell’altra”). Siffatto specioso disputare lascia il tempo che trova, non fosse altro per il maggior gradimento individuale, di volta in volta della precisione della struttura e dell’equilibrio, oppure della giovanile espressione del frutto (quando si apre, ma un grande Barolo merita di essere atteso), o ancora della rilassata articolazione aromatica conseguita con l’evoluzione. Il quale gradimento dipende peraltro dal personale portato del degustatore e dai vini che ha frequentato. E nelle annate proposteci, tutte queste delizie di volta in volta si potevano ritrovare.
Più importante assai dunque ricercare un filo conduttore, una continuità stilistica e organolettica che dimostri come a dispetto del tempo il vino che si sta apprezzando sia sempre uguale a se stesso, ovvero non il risultato di un artifizio enologico più o meno rifinito, bensì di un’interpretazione di terra, vigna, sole, pioggia e vento, in una parola l’abusatissimo (e sputtanatissimo) territorio, AKA terroir per i sofisticati. Ma di questo benedetto (maledetto?) territorio non se ne può veramente più. Chiunque a vario titolo e specializzazione professionale si arrabatti a parlare di vino, dall’Alpi alle Piramidi e dal Manzanarre al Reno, sostiene che il prodotto (di questo si tratta!) che sta descrivendo “rispetta il terroir”, ovvero che “con un lavoro attento in vigna” e una speculare “attenzione in cantina”, “rispettando la tradizione” “senza rinunciare all’innovazione” si ottiene un prodotto (e due!) “identitario”, in quanto “rispettoso” del terroir.
Al sottoscritto, di questi termini, triti e ritriti, niente gliene cale.
Ma se su essi ci soffermiamo, se possiamo considerare il terroir un artistico tecnicismo, l’interpretazione di condizioni al contorno più o meno favorevoli, che si sublima in una sapienza compositiva, per ambire a qualcosa di più e di diverso, questo feticcio diviene questione di lana caprina quando si astrae da tutto ciò che lo circonda. Perché il “territorio”, da cui il terroir non può prescindere, sinceramente, ci ha rotto l’anima. E’ un assioma che risiede nel mondo delle idee, con cui tutti (diconsi: tutti) si sciacquano la bocca con più o meno pertinenza. Cantare le magnifiche sorti e progressive di una vigna baciata dalla fortuna è sterile esercizio di superbia, ogni qual volta si tralascia il fatto che il sunnominato cru è parte di un sistema: che è geologico e climatico, certo. Ma ciò a niente varrebbe se non fosse pure tradizionale e sapienziale, se chi vi opera si arrogasse il diritto di scombussolare un panorama scolpito da secoli di fatica contadina. Sbancare una collina, spiantare degli olivi sono brutale solipsismo, e quand’anche l’ipotetico grande vino che ne derivi funga da traino economico e moltiplicatore di ricchezza, spicca come un neo su una pelle vellutata: vezzoso abbellimento per qualcuno, sfortunato deturpamento per altri. N.B.: non sto certo parlando di Vietti e del Villero: ma la goduriosa verticale mi ha suscitato queste riflessioni.
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Il “territorio” è come l’araba fenice: che ci sia ciascun lo dice, cosa sia nessun lo sa. Camminando per le vigne, filosoficamente intendendo risulta evidente come sia un ente che spiega se stesso proprio perché esiste. Si autodefinisce, senza voli pindarici, ma in realtà disponendo ordinatamente tutti i suoi elementi. Poiché nel mondo del vino molto “si tiene”, proprio delibando le sfumature delle annate del Villero, mi è tornata alla mente un’altra esperienza enoica che è stata l’ultima del mio 2024.
Albino Armani è un produttore che questi problemi se li è posti, non fosse altro perché ha vigne in luoghi assai diversi, e spazia in numerose denominazioni, blasonate o meno. Ma se i riconoscimenti non gli difettano, i suoi luoghi del cuore sono quelli meno sotto i riflettori. Come la Terra dei Forti dove la sua ostinazione preserva pochi ettari di Enantio, vitigno che può piacere o meno, ma di carattere se ce n’è uno. Oppure la sua terra d’elezione, le pendici del Monte Baldo intorno a Brentonico che affacciano su Rovereto, di cui ha rivendicato urbi et orbi la delicata unicità ad un convegno cui ho avuto il piacere di partecipare.
E dopo la doverosa escussione delle caratteristiche pedoclimatiche di questo anfiteatro che si schiude verso la valle dell’Adige, e si fa accarezzare dall’Ora del Garda; dopo il ponderoso inquadramento semantico/filosofico di questi concetti da parte dell’immancabile professor Scienza, che anche quando sembra parlarsi addosso non è mai banale, di modo che in seguito ti torna in mente e ti accorgi di aver imparato qualcosa; dopo l‘excursus storico, remoto ma anche recente, dopo tutto ciò il vero nocciolo dell’incontro è emerso nella discussione pomeridiana tra i produttori che hanno vigne in zona. Per i quali il rispettivo impegno/investimento è di diversa entità e prospettiva, e variamente si integra o si scontra con la realtà nella quale si situa.
Ovvero, sbancare un versante ed erigervi una struttura impattante per l’occhio e l’armonia circostante, anche se porta soldi, e potenziale occupazione e prosperità, costituisce una sorta di violenza, una cesura irrispettosa con ciò che il tempo ha stratificato e consolidato. Perché il nostro territorio (eccolo!) è non solo un accrocchio funzionale di dati geologici e climatici, più o meno forieri di opportunità, ma anche e probabilmente soprattutto la vita di chi ci vive e ci lavora, lo respira e ne sa trarre il meglio. E chi vien da fuori deve imporsi l’umiltà di impararne, proprio per poter donare a sua volta la cultura e l’impegno che ha da offrire.
Questo ci aveva detto Albino a cena, mentre un canederlo tirava via l’altro. Lo ha ribadito in modo più formale ed istituzionale durante il convegno. Lo ha distillato nella leggiadra profondità degli assaggi del suo Metodo Classico (anche qua, per nostra fortuna, vecchie annate comprese). E ce lo ha ancora raccontato in vigna, con l’imprenditore che si confondeva con il contadino, mentre quella conca ordinata ci accoglieva come in un amichevole abbraccio, e ci avventavamo sulle caldarroste gentilmente offerte con un rosso fresco e fruttato che andava giù pericolosamente bene. E si comprendeva che ci era fortunatamente consentito (a me e agli altri convenuti) di immergerci per un attimo in un equilibrio che era il mosaico di più cose e sapienze, ed esperienze e storia, detto senza retorica. Prescindere dal quale non poteva non essere destituito di ogni senso.
Questi due oggetti apparentemente disgiunti, lo sfavillante e ricercato Villero da un lato, e l’armonia dei filari a una quota oltre la quale, spesso, la vite dà forfait dall’altro, in realtà hanno molto in comune. Senza impegno, rispetto, pazienza, non potrebbero essere e significare. Farsi il mazzo per anni li ribadisce in un platonico mondo delle idee, e al contempo li precipita in una golosa quotidianità che ce li fa apprezzare. E dopo una certa riflessione, che solo in parte giustifica il mio ritardo nello scriverne, alla fine mi pare che questo insopportabile e necessario territorio sia proprio questo: chi lo agisce. E più si è umili nell’apprezzarne e rispettarne gli sforzi, maggiormente si può arricchirlo e si può goderne.
E quindi mi sarebbe potuto andare parecchio peggio, come fine e come inizio. In una parola, come divenire di quella passione per il vino che cerco umilmente di servire, e sempre più mi avvicina a persona che è un privilegio conoscere.
Nella prima immagine: Eugenio Palumbo (Vietti)

Sono oramai una ventina d’anni che sto con il bicchiere in mano, per i motivi più disparati, tra i quali per fortuna non manca mai il piacere personale. Ogni calice mi pone una domanda, e anche se non riesco a rispondere di certo imparo qualcosa.
Così quel calice cerco di raccontarlo, insegnando ai corsi sommelier Fisar, conducendo escursioni enoturistiche, nelle master class che ho l’onore di tenere per il Consorzio del Chianti Classico; per tacere delle mie riflessioni assai logorroiche che infestano le pagine web e cartacee, come quelle della Guida Vini Buoni d’Italia per la quale sono co-responsabile per la Toscana.
Amo il Sangiovese, Il Riesling della Mosella, il Porto, ma non perdo mai occasione per accostarmi a tutto ciò che viene dall’altrove enoico. Vivo da solo e a casa non bevo vino, poiché per me il vino è condivisione: per fortuna mangio spesso fuori, in compagnia.












