Fronteggiare il cambio climatico si può. A margine di un incontro con l’enologo Valentino Ciarla

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  • La viticoltura (e l’agricoltura in generale) è un mestiere già di per sé difficile perché in esso, con armi tutto sommato limitate per quanto sempre più affinate grazie a conoscenza e tecnica, si deve fronteggiare una Natura potente e di carattere piuttosto volubile. E poi ci sono le sfide “epocali” come quella del cambiamento climatico, che richiedono uno sforzo ancora maggiore. 

A questo proposito, è stato per molti versi illuminante l’incontro avvenuto in quel tempio del bere di qualità che è la trattoria Da Burde di Firenze con l’enologo Valentino Ciarla, una parte della sua squadra di collaboratori (gli agronomi Giacomo Sensi, Gianluca Grassi e Emanuele Graetz, imprenditore e importatore negli Stati Uniti) e un’ampia selezione di produttori con i rispettivi vini. E’ stata infatti l’occasione per una riflessione a viso aperto, franca e per certi versi spiazzante sulle nuove problematiche affrontate dalla viticoltura da qualche anno in qua.  Lamenti, imprecazioni su quanto è difficile fare agricoltura e in particolare viticoltura con il clima sempre più estremo? Forse ce lo si sarebbe potuto aspettare ma non è stato così perché l’atmosfera che si è respirata è stata invece piuttosto della serie: calma, niente panico, gli strumenti ci sono, bisogna solo capire che la viticoltura ha bisogno sempre di più di pensiero, attenzione, presenza in azienda.

Le soluzioni che danno un forte “messaggio fisiologico” alle piante ci sono, e consistono in procedure quali cimatura, sfemminellatura, accapannatura, eccetera. E vanno usate con criterio. Ma al di là delle definizioni tecniche, il succo del discorso è stato che è sempre più necessario valutare con prontezza le criticità, essere reattivi, e magari sperimentare. Avendo in mente comunque un concetto forse banale ma sempre vero: i vigneti vocati sanno rispondere alle condizioni anche più difficili. E se molti modelli climatici indicano che fra 15 anni  la Toscana avrà un clima simile a quello che oggi ha Sardegna, impegnamoci fin da ora nello studio del clima della Sardegna. Ma senza precipitarci tutti a piantare cannonau/grenache! 

Detto questo, la panoramica dei produttori presenti all’incontro è stata assai interessante ed è stata lodevole la loro propensione a confrontarsi e a condividere il loro lavoro, basandosi naturalmente sui risultati nel bicchiere di cui riportiamo qualche appunto. Partendo da un territorio “eroico” come quello dell’Isola del Giglio e dai Vigneti Fontuccia dei fratelli Giovanni e Simone Rossi. Il Da Giovacchino rende omaggio ad un vecchio vignaiolo giglino a cui apparteneva la vigna da cui questo vino viene tratto: il 2024 sfoggia un olfatto pieno di anice e di macchia mediterranea, e in bocca è trascinante per intensità gustativa e sapidità.  Il Caperrosso 2004, uve ansonica, ha colore intenso ed è un vino di carattere, progressivo, con un finale pirotecnico sulle note dell’agrume maturo.  Piacevole sorpresa poi dalla Val di Cecina , a sud di Livorno e a nord di Bolgheri, con la Tenuta Sterpai  e il Prunaio 2024, un vermentino realizzato con un mix di due cloni (70% còrso e 30% toscano), che matura in cemento e acciaio e che stupisce con un olfatto vivo e penetrante fatto di limone, pompelmo e gelsomino, ed è intrigante anche in bocca. 
 
Ancora qualche bianco interessante, partendo dal Nina 2023 del Podere La Pace, territorio maremmano di Massa Marittima, un viognier che matura e affina in barrique e tonneaux: un vino di sicuro impatto, e che riesce ad un tempo ad essere suadente e avvolgente e ad avere bella spinta gustativa. Poi, il Trebbiano Toscano 2024 di Montalbino (Montespertoli), saporito, dinamico e spesso, e il pugliese Icona d’Itria Verdeca 2024 della cantina Amalberga di Ostuni, che si contraddistingue per un naso sfaccettato che spazia dall’anice alla menta, alla liquirizia e agli agrumi pungenti; in bocca è cremoso e vellutato, e anche potente con finale di impatto. Infine, l’Inganno Felice 2023 di Fattoria Piccaratico (Vinci), blend di uve fra cui il trebbiano e il viognier che investe il naso con profumi vivi sulle note di fiori e frutta bianca e tropicale, e trovando una buona conferma in una beva succosissima e assai espressiva. 

A Pontassieve, nel territorio del Chianti Rufina, una coppia di stranieri appassionati della Toscana ha acquisito anni fa 1.2 ettari di vigna denominata Il Monte piantata nel 1995 e consistente in 3000 piante di sangiovese e altrettante di cabernet sauvignon, fondando così la VinaeMontae. Ad essa ha successivamente affiancato nuovi impianti di sangiovese, cabernet sauvignon e trebbiano per arrivare ad una superficie di cinque ettari. La produzione è articolata ed affianca alla Docg bianchi e rossi che pescano dalle vecchie e nuove vigne, ancora parzialmente a regime. Il Nuovaera della vecchia terra 2024, un bianco da uve trebbiano e malvasia realizzato in anfora tipo cocciopesto che ha minore porosità rispetto ai contenitori “georgiani” ed è indicato per affinamenti più lunghi, ha colore giallo carico e coniuga cremosità a bello scheletro. Venendo ai rossi, il Chianti Rufina Riserva Terraelectae Vigneto Il Monte 2021 è ampio ed elegante in un naso segnato da sensazioni ferrose ed è leggero all’ingresso in bocca, per poi proseguire acquistando forza ed energia, croccantezza e nerbo acido. Ancora dalle vecchie vigne, il Primae V. Monte 2018 è un blend paritario di sangiovese che matura in botte grande e cabernet sauvignon in barrique; al naso è nitido e vellutato con una bella espressione di frutta nera e ciliegia; al palato una lenta e ordinata progressione gustativa conduce ad una notevole ampiezza nella conferms del frutto maturo. 

Il Ritorno 2022 di Podere Ferrale (Chianti Classico, zona Radda), taglio di sangiovese e canaiolo realizzato in acciaio, è penetrante al naso, delicato e floreale; rotondo al palato, è anche assai fresco, saporito e croccante. Più materico e impattante il Chianti Classico 2022, che colpisce per la sua sapidità. Ancora dal Chianti Classico, stavolta zona San Casciano, il Chianti Classico Riserva Alberta 2021 di Villa Vallacchio, con un 5% di merlot oltre al sangiovese e che affina in tonneaux per poi soggiornare in cemento, mostra un bel colore luminoso e sfumato e un olfatto che accarezza con un frutto rosso gentile e suadente. E’ coerente in bocca, dove si avverte anche una decisa frustata acida. 

A chi ama i vini “fruttuosi” e caldi consigliamo lo Sfizio 2021, un blend paritario di cabernet sauvignon e merlot del Castello di Coiano nel territorio empolese. Realizzato in cemento e affinato in barrique, esibisce al naso una opulenta frutta nera accompagnata da sensazioni speziate, e un assetto di bocca pieno e ben profilato. Il Lanario 2021 di Poggio alle Monache 2021, cantina nel territorio delle Crete Senesi, è un sangiovese che matura in cemento e affina in barrique di secondo passaggio. Un vino dal naso terroso, balsamico, con note di sottobosco e di frutta nera sullo sfondo. Velluto e scorrevolezza in una beva che spinge energica ed è piacevolmente increspata nel finale. Il Brunello di Montalcino Riserva 2019 di Patrizia Cencioni è sfumato ed elegante al naso con una espressione leggiadra di frutta rossa ribadita in un palato progressivo, sapido e di bella tensione gustativa. 

Infine, due segni di una spiccata passione per il canaiolo: dell’azienda Baciate Me che Ciarla anima assieme a quattro amici, due ettari di vigne cinquantenarie nel Chianti Classico di San Casciano zona Montefiridolfi fra cui pochi filari di questa uva intrigante, ecco il sorprendente Baciate me 2021 che investe il naso con spruzzate di erbe aromatiche e pepe verde, confermati in una bocca scorrevole, senza spigoli, e dalla bella ampiezza finale. E poi il Canaiolo 2024 prodotto dalla famiglia Malenchini nella suggestiva villa medicea di Lilliano, nel territorio dei colli fiorentini: qui si avvertono al naso caramella mou alla menta, resina e sensazioni boschive, seguite da una beva più spostata in direzione della fragranza, dei toni delicati e della trama larga e leggera sul palato. 
 
 

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