Diari di campagna 2025 – Podere Sgretoli e Il Calamaio: Lucca deep inside

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PODERE SGRETOLI

Al Podere Sgretoli di Montecarlo (di Lucca eh!!) tutto riacquista il giusto peso. I gesti qui assumono la forza evocativa dell’artigianalità, dove piccolo è bello, ma al contempo si vestono di un sano pragmatismo di matrice contadina, con la concretezza che va al potere.

Dallo Sgretoli c’è un di più, a spiegarci tutto l’attaccamento a questi luoghi e a questa terra da parte del suo artefice, e che va al di là di un mero fatto professionale. Si salda alle radici di una storia familiare e ci racconta del fatto di non poterne fare a meno.

Sgretoli è governato quasi in solitario da Riccardo Nacchi, che lì è nato. E’ lui a tenere alta la bandiera della denominazione. Nei suoi vini precisione tecnica e naturalezza espressiva si fondono in un disegno nitido, portato per le sfumature di sapore. Incontrarli non lascia mai indifferenti.

Riccardo si ritiene fondamentalmente un bianchista, e se stai al suo Montecarlo bianco non hai motivo di dubitarne. Fra i migliori bianchi lucchesi sans doute.

Poi capita talvolta che estragga dal cilindro un rosso distintivo, ed è capitato quest’anno ad Eclissi (2023), un blend di syrah e merlot la cui ariosità e la cui profondità mai me le sarei aspettate.

Ah, dallo Sgretoli, nelle “lowlands” di Micheloni, c’è una tradizione di sfuso di qualità, fattasi piccolo mito nelle campagne lucchesi e dintorni. Dallo Sgretoli respiri la gratificante normalità di un lavoro agricolo, ecco cosa c’è: te ne esci da lì e stai meglio di quando sei arrivato.

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IL CALAMAIO

Il nome dell’azienda altro non fa se non riallacciarsi al toponimo del luogo,  che il vernacolo locale, ai tempi, era persino solito storpiare in “al calamaro”, vattelappesca il perché.

E’ qui che l’autoctono Samuele Bianchi, ingegnere con il pallino potente per il vino, ha deciso di dare seguito all’idea perigliosa di praticare vitivinicoltura. Una dimensione d’impresa piccola e a decisa conduzione artigianale, la sua (appena 1,6 ettari), iniziata piantando vigneti accanto alla vecchia parcella promiscua che vi trovò quando vide il podere per la prima volta, e che costituì la probabile molla per il cambiamento.

In una enclave appartata come quella di San Macario, Il Calamaio rappresenta l’unica realtà viticola, calata in un contesto dominato dai boschi e dalle colline che segnano il confine fra Lucchesia e Versilia, e che nonostante le basse quote è percorsa da correnti d’aria pomeridiane che si insinuano fra le colline, e i cui suoli sabbiosi propiziano finezza tannica.

Qui i gesti rispettosi restano in bilico fra pragmatismo e idealità. Praticare un’agronomia e un’enologia poco invasive è sempre stato un punto d’onore e un obiettivo, per Samuele, ma le ingerenze di un clima in cambiamento impongono a volte rimodulazioni. Nei vini però la senti tutta questa naturalità, capaci come sono di combinare umoralità e carattere in modo individuo, sortendo alle volte risultati sorprendenti quanto a disinvoltura e sincerità espressiva..

Fra tutti una menzione va ai due rossi. Quello d’annata, L’Antenato, è un uvaggio derivato dalla vecchia vigna promiscua, a suon di bonamico, ciliegiolo, moscato d’Amburgo, sangiovese e merlot, come ad uso nelle campagne lucchesi di un tempo; un vino che onora ampiamente il territorio grazie alla versatilità, alla fragranza giovanile, alla struttura bilanciatissima e al gusto spiccato per le sfumature di sapore.

Poi c’è Poiana, il Sangiovese della casa (potrà suonare strano, ma in Lucchesia sono rari i casi di Sangiovese en pureté), le cui uve provengono dai nuovi impianti messi a dimora da Samuele una ventina di anni fa, quando decise di dare corpo al sogno.

La versione 2021 sembra particolarmente ispirata, ha un fascino crepuscolare, finto-evoluto, ma può vantare un’ottima misura espressiva. Il passo è aggraziato, il gradino tannico assente, lo slancio assicurato,

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