
Per afferrare la reale qualità dei vini bianchi prodotti a Bordeaux bisogna farsi largo a colpi di machete nella foresta di pregiudizi che li nascondono alla vista dell’appassionato prevenuto. Vediamo qualche stereotipo in ordine sparso:
a) a Bordeaux sono buoni i rossi (“anche se sono tutti uguali”), i bianchi meglio lasciarli perdere
b) se proprio vuoi comprare vini bianchi bordolesi, vai allora sui liquorosi Sauternes e Barsac
c) se proprio vuoi comprare vini bianchi bordolesi secchi, spendi poco, anche loro tutti uguali, sono dei Sauvignon vegetalozzi e vuoti
Nei fatti, nel bordolese di producono alcuni dei bianchi più dinamici dell’intero Esagono. Certo, spendendo in un supermercato francese 6 euro per un Bordeaux Blanc non ci si può aspettare un Silex di Dagueneau.
I Sauvignon bordolesi leggeri e acquosi non sono di sicuro rari da trovare. Però non mancano le bottiglie ottime o addirittura eccellenti. E non occorre per forza andare sulle etichette di vertice, Haut-Brion Blanc, Domaine de Chevalier e compagnia cantante. Anche cru di rinomanza intermedia, per non dire cru pressoché sconosciuti, offrono qua e là un livello notevole.
Prendiamo una firma decisamente defilata nella gerarchia del territorio, lo Château Grand Village. Già il nome lascia perplessi: da un lato l’aggettivo “grand”, che suggerisce protervia e orgoglio gallici, dall’altro “village”, che al contrario suona alle orecchie dell’enofilo – influenzato da anni di bevute borgognone, dove village indica i gradini meno elevati della qualità – una diminutio. Un nome che quindi crea un bizzarro cortocircuito percettivo. Poi la sua letteratura critica è obiettivamente modesta. Non appare in molte pubblicazioni assortite, non ha particolari titoli di classificazione da esibire. Insomma, non appare mai nelle chiacchiere degli appassionati.
Bene. Si potrebbe supporre da questo sintetico colpo d’occhio che lo Château Grand Village Blanc sia niente più che uno dei soliti Sauvignon bordolesi. E invece manco per niente. La vendemmia 2021 ha dato un vino vibrante, luminoso, di spiccata vocazione gastronomica per le evidenti risorse in termini di freschezza acido/sapida. Ma il suo profilo non si limita alle pur apprezzabili doti dinamiche: la parte agile e tesa della corsa gustativa è controbilanciata da una polpa di frutto leggera ma persistente, vivace, succosa. Riassumendo, una vera delizia per la tavola.
Per i cultori dei dettagli enografici (chi-quando-dove-come, e volendo anche perché), ecco qualche informazione sintetica pescata dalla rete:
Château Grand Village è una tenuta di proprietà della famiglia Guinaudeau, attiva nel bordolese dal XVII secolo. I Guinaudeau sono noti anche per essere i proprietari dell’illustre Château Lafleur a Pomerol. La tenuta si trova a Mouillac, sulla Rive Droite, non lontano da Fronsac. L’estensione vitata si aggira intorno ai 17–20 ettari, che ospitano in maggioranza uve rosse, ma con una significativa presenza di sauvignon e sémillon.
Il progetto del vino bianco è relativamente recente: è stato avviato all’inizio degli anni Novanta da Sylvie e Jacques Guinaudeau, che hanno reimpiantato sauvignon e sémillon in due piccole parcelle su un terreno calcareo-argilloso. L’assemblaggio delle masse delle due varietà è in proporzioni variabili in base all’andamento vendemmiale. In vinificazione una quota delle uve (poco più della metà) fermenta in serbatoi d’acciaio, la parte restante in legno (30% in botti nuove e 10% in botti di un anno).
Ecchestè.
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Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









