Vinitaly 2025, degustare da pascià/1: parliamo di Moscato d’Asti e di Prosecco

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Sotto vacanze estive (per qualcun altro, non per me), potrà forse giovare alle meritate penniche pomeridiane dei miei coraggiosi quattro lettori questo centone delle mie esperienze più “lisergiche” nella kermesse veronese. Per metabolizzarle necessito sempre di un tempo superiore alla media, ma ho senz’altro apprezzato piacevoli e inaspettate circostanze in occasione delle quali mi sono effettivamente sentito un privilegiato. In primo luogo un’esperienza V.I.P. presso il padiglione dedicato al Consorzio del Moscato d’Asti (pur con i numeri che fa, pare che l’Asti Spumante non se lo fili un gran che nessuno), grazie alla impagabile gentilezza dell’amico Giacomo Pondini, direttore del Consorzio che governa una corazzata abbastanza inaffondabile, ma comunque lungimirante a sufficienza da cercar di prevenire (e mettere a frutto) le future tendenze.

Il Moscato d’Asti è un vino che il sottoscritto ama appassionatamente, ed una DOCG che mi fa solennemente incacchiare. Annovera alcune delle etichette con il più clamoroso rapporto qualità/prezzo dello stivale, capaci di convertire alla causa dei vini dolci anche i palati ad essi più tetragoni, a forza di profumi accattivanti e di un equilibrio gustativo cesellato. Al contempo, come denominazione è un ossimoro. Hai voglia a raccontare al consumatore straniero che si sforza di capir qualcosa dei vini italiani, che le DOCG rappresentano le nostre eccellenze, poiché delibano il potenziale espressivo di territori eccezionali e quindi minuscoli. Qui parliamo di una cinquantina di comuni di estensione con un imbottigliato annuale che sfora a prescindere i 100 milioni di bottiglie. Le commissioni di assaggio istituzionali, che rilasciano il nulla osta per l’attribuzione della denominazione, in questo mare magnum di prodotto e produttori inevitabilmente moltiplicano le possibilità di una deriva operativa “semi-bulgara”: si licenziano talora campionature su cui non poco ci sarebbe da discutere, sia come corrispondenza dei caratteri distintivi con quanto statuito da un disciplinare vieppiù generico, sia in termini di sdoganamento di una qualità organolettica che fatica ad eguagliare uno standard quanto meno accettabile.

Se detti problemi sono purtroppo comuni anche ad altri vini del Bel Paese, ciò non cambia il fatto che bottiglie “fascettate” sugli scaffali dei supermercati esteri a 3-4 € al pezzo rappresentano uno sputtanamento devastante in termini di marketing. (SE IL LINGUAGGIO E’ TROPPO FORTE, ECCO QUI L’ALTERNATIVA: “… a 3-4 € al pezzo confliggono con l’ambizione al riconoscimento di un’immagine percepita di alta qualità giustificato dal lavoro di più di un produttore”). Al contrario capita che il Moscato d’Asti all’estero sia percepito come un vinaccio dozzinale, un Lancer’s o un Liebfraumilch (con tutto il rispetto) de noantri. La pervasività di tale deleteria immagine l’ho sperimentata in TV nella sit-com britannica The Osbournes (RIP Ozzy), e addirittura in un fumetto degli X-Men!!

Corre pertanto l’obbligo di uno sforzo promozionale consortile, che affermi l’eccellenza senza complessi di inferiorità. A fronte di numeri così formidabili, la direzione coerentemente perseguita è quella dell’individuazione di sottozone che effettivamente si distinguano per caratterizzazione territoriale (N.B.: sto tentando di adoperare il termine con parsimonia…). Con la non indifferente difficoltà di dover decidere chi sta dentro e chi rimane fuori, che per gli italici campanili sta a significare il consueto corredo di ripicche, invidie, maldicenze, astio e incacchiature assortite. Un plauso dunque al direttore Giacomo Pondini, per la sottigliezza diplomatica con la quale è riuscito a contemperare le istanze dei diretti soggetti coinvolti, conferitori, cantine sociali, imbottigliatori, aziende familiari più piccole, soggetti autori di investimenti importanti con l’urgenza di monetizzare. Partorendo intanto la sottozona Canelli, assurta al rango di denominazione autonoma, goccia nel mare della produzione delle aziende consorziate, che si ripropone di essere la punta di diamante di una rivoluzione da costruire.

Intanto, non si può fare a meno di notare come essa abbia abdicato all’indicazione del vitigno in etichetta, evidentemente per smarcarsi da un’identità gustativa, o meglio cogente, per declinarla prescindendo dall’esperienza pregressa. Chiaramente non si tratta di negare il carattere esuberante del Moscato, bensì di articolarlo in un ventaglio di sfumature e stili considerati come opportunità da cogliere, non un “famolo strano” a tutti i costi. E’ una nicchia nell’ambito di una produzione quantitativamente formidabile, ma la ricerca di una maggiore ricercatezza DEVE essere più rara e preziosa. E l’agguerrita posse dei produttori di Canelli è perfettamente consapevole di dover proporre qualcosa di più e di diverso, e ciò implica osare, abbattere stereotipi, oppure abbracciarli per distillarne l’essenza.

Così grazie alla gentilezza di Giacomo (e alla considerazione che col tempo mi sono guadagnato, yes!!), mi son trovato di fronte la totalità della produzione a marchio Canelli, ovvero una decina di bottiglie allegramente disposte in fila indiana di fronte al sottoscritto, con Gianmario Cerutti, presidente del relativo consorzio, a vegliare sulla mia tenuta all’assaggio, nonché a rispondere alle mie domande. In pratica, una degustazione/full immersion allestita ad uso e consumo di chi Vi scrive, con tanto di piattini di ostriche a dimostrare una gastronomicità di queste suadenti bollicine che ancora non tutti conoscono, mentre gli astanti si domandavano chi mai fossi (mi difetta il phisique du role dell’influencer). Il fatto che dette salmastre leccornìe non mi piacciano (davvero! manco quando mi trovavo alla foce della Loira mi son lasciato tentare!), non mi ha impedito di tornare più volte sui vini, al termine di una giornata che era stata intensa e non avrebbe potuto terminare in modo più centrato e gradevole.

Per tornare al Canelli, appunto una decina di assaggi corrispondenti a una stimolante pluralità di stili, per una neo-denominazione (risale al 2020) tuttora alla ricerca della propria personalità. Campioni accomunati dal tentativo di emendarsi sia da uno stereotipo aromatico a corto di sfumature balsamiche e floreali, sia da un’idea di dolcezza più o meno equilibrata, ma un po’ invadente, come se il suo accattivante ammiccare distogliesse l’attenzione da tutte le altre componenti del sorso. In altri termini, profumi più articolati e personali, ed equilibrio complessivo all’interno del quale il residuo zuccherino è una componente e non un feticcio. Per tacere di una generale eleganza della mousse di bollicine che farebbe invidia a più di un metodo classico.

Più di un’interpretazione di grandi piacevolezza e interesse, con rispettive diversità comunque al di sopra di un’asticella posta in alto. El Bric de Il Masoè con un tocco di elegante evoluzione ossidativa con un tocco agrumato senza smarrire la freschezza. Il Sorì dei Fiori di Bocchino, salino con un lungo finale floreale e dolcezza che non stucca. Lo stile più secco del Capitolo Uno di Beppe Marino e del Tenuta del Fant de Il Falchetto. E potrei continuare.

Se pure l’areale di Canelli è stato prescelto per la nuova DOCG a ragion veduta, è lecito chiedersi perché questo salto di qualità non abbia fatto capolino anche altrove. Purtroppo, una delle possibili risposte è mancanza di volontà, non parte del Consorzio (anzi!), bensì di alcune forze che esso si sforza di mobilitare. Se la strada consueta che i produttori hanno sempre percorso non conduce più verso lidi rassicuranti, l’amico Giacomo e la sua squadra già sono gli istruttori di scuola guida per chi capirà come sia meglio avventurarsi sui meno battuti sentieri della qualità senza compromessi.

Perché i brindisi dolci di fine pasto (e non solo!) non siano mai più un ripiego, bensì un coronamento.

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E’ destino, se non d’uopo, che al Vinitaly si frequentino anche dei vini piuttosto mainstream “che fanno i numeri”, poiché magari è troppo elitario andare sempre a ripescare chicche enoiche di nicchia. E così, in qualche modo, il Prosecco ci sta che ti tocchi. Anche se non ci avresti pensato, anche se di solito bevi Champagne perché hai dei pusher che te lo trovano quasi a prezzo di costo, il timbro sul bollino del Prosecco ci sta di doverlo mettere. E non è assolutamente detto sia noioso, o tanto meno sgradevole. Basta aver la stessa fortuna capitata al sottoscritto, ovvero passare da Col Vetoraz per sperimentare l’abbinamento tra caviale e Prosecco e conversare col titolare Francesco Miotto, ovvero uno che di mestiere, oltre che far vino (buono), pare si diverta a tirar sassi nello stagno, per intorbidare l’acqua. Perché Francesco Miotto è quel signore che poco tempo fa ha detto che per salvare il Prosecco (proprio così, salvare), occorre togliere la parola Prosecco dall’etichetta.

In un panorama i cui: i consumi tengono (a quando un monumento all’inventore dello Spritz?); i conferitori se la passano tuttora abbastanza bene (non benissimo); le vendite sostanzialmente sono ancora soddisfacenti (però per i prodotti di fascia di prezzo più bassa); le ancor giovani Rive, ovvero il vertice della piramide qualitativa, singole vigne spesso eroiche, non se le fila più o meno nessuno; le aziende familiari litigano con i grandi marchi, ad esempio per il copyright della tipologia Col Fondo, e non è niente di nuovo. Ma se la congiuntura internazionale (il ciuffo che gli USA si sono scelti, o altri) causa il tracollo di un mercato di riferimento, allora scoppia la bolla dei prezzi delle uve, e dallo tsunami si salvi chi può. Il problema è che a fronte di una produzione che non cede, il margine è però ridotto all’osso, e non sempre è sufficiente per mettere insieme il pranzo con la cena senza patemi.

Inoltre, il tentativo di premiumizzazione delle Rive non ha funzionato, in primis poiché non sempre i prezzi richiesti sono giustificati dalla qualità intrinseca: se in una vigna ci arrivi solo in fuoristrada, fare vino costa; chi lo compra, bene se viene affascinato dal relativo storytelling, ma soprattutto deve intrigarlo(a) la bontà della bottiglia, visto che la paga più di quanto sia abituato(a) per la tipologia. Più ancora, è tutto da dimostrare si possa impunemente proporre una lista di un numero spropositato di vigne cosiddette di eccellenza, manco si fosse in Cote d’Or. E poi le produzioni sono minimali, la presenza delle Rive non sufficientemente pervasiva sul mercato da fungere da immagine di qualità elevata. Mancano le etichette iconiche di richiamo, ecc. ecc. Altre denominazioni e territori magari se la passano peggio, ma non è uno scenario al 100% rassicurante.

Per il nostro Francesco, la soluzione, specie nel lungo periodo, è aumentare i margini, per la quale cosa è virtualmente imprescindibile cambiare l’immagine del Prosecco. La gente lo beve, e piace pure. Ma ciò è avvenuto in misura così clamorosamente globale per la sua vocazione al disimpegno, perché è un vino “che non domanda” (letta in un libro sull’argomento). Se ben fatto ha frutto, ti riempie il palato, non te lo scartavetra con bollicine aggressive, sembra quasi titillartelo con quel quid di residuo zuccherino che tanto ci sta (può stare) bene. Ma bevande così calibrate sono ahimè rare eccezioni tra vini industriali nella peggiore accezione del termine, acidi quant’altri mai e dai profumi ipotetici. Roba da “tre palle un soldo”, per dirla alla toscana maniera.

E dispiace, perché le bottiglie buone ci sono, e ben prezzate (anche troppo, per il margine necessario ai produttori). Ma il vino, anzi IL NOME, si scolora in una foschia indifferenziata che fa di tutt’erba un fascio: la qualità viene obliata e il Prosecco diviene una commodity, praticamente la versione alcolica dell’Estathè, con più o meno zucchero, a seconda. Attenzione, con ciò non pare il caso che per promuovere il Prosecco siano necessari il sussiego e la prosopopea dei sommelier (qui sono io che inferisco dopo la chiacchierata con Francesco). Ma nemmeno sminuirlo a sciacquabudella dolcino e/o amorfo. I Prosecco di qualità sono tali a volte addirittura prescindendo e/o negando le qualità della glera, o per meglio dire la adoperano intelligentemente per esprimere qualcosa di più e di diverso. Ma finché anche ai vini di valore resterà attaccato il nome sciagurato, sarà difficile caratterizzarli e distinguerli in mezzo alla fuffa di bottiglie stilose e sbrilluccicanti. Mentre invece SONO ALTRO.

E quindi, proclama (e agisce) Francesco, via la parola Prosecco dall’etichetta (non è manco più il nome del vitigno, quindi è un’apposizione del tutto arbitraria) e largo al nome del comprensorio di produzione, che poi effettivamente impartisce un carattere. N.B.: è vero che è Conegliano Valdobbiadene è nome troppo lungo pressoché impronunciabile per il pubblico straniero, e che Prosecco è più facile assai, ma così non si puntualizza la distinzione tra prodotti di qualità e quelli che non lo sono, quindi siamo punto e daccapo. Passaggio logico successivo la promozione di tutti quei vini i cui produttori si sono sbattuti affinché SIANO BUONI, il che in pratica vuol dire che NON sono Prosecco E BASTA. Ovvero, per i quali il vitigno è un mezzo, e non il fine. Le Rive che hanno ragion d’essere, selezioni e Riserve del Fondatore varie ed eventuali, permanenze sui lieviti più prolungate, Cartizze quando è il caso, ecc. ecc.

E inoltre, basta complessi di inferiorità nei confronti dei Metodo Classico, che poi conducono a paragoni risibili per quantità di bottiglie prodotte con lo Champagne, e relativi proclami di vittoria farlocchi. Ma al contrario orgogliosa consapevolezza che un buon Prosecco (ahia…) è una bevuta di somma piacevolezza e molto abbordabile, si distingue per equilibrio (ça va sans dire), e quindi può permettersi abbinamenti nobili di solito riservati a Metodo Classico dai presunti quarti di nobiltà. Come hanno dimostrato i ricercati ma gustosi crostini quasi fusion con caviale Sevruga Imperial di Caviar Giaveri in virtuoso connubio con il Valdobbiadene Cuvée 13 di Col Vetoraz: volume al palato, bolla garbata, equilibrio con il residuo zuccherino che bilanciava la sapidità del caviale, e l’acidità la cremosità del burro che concorreva a comporre lo sfizioso amuse bouche dello chef Paolo Speranzon.

Chiacchierata interessante quella con Francesco, che con il dovuto rispetto mi sto permettendo di continuare a chiamare con il nome di battesimo in quanto l’entusiasmo che mette nei suoi vini e nelle sue argomentazioni affratella. Un’ottima occasione per inquadrare le prospettive, e il valore tanto potenziale quanto già espresso, di un vino che diamo tanto per scontato da non esserlo più.

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