È sorprendente che io scriva soltanto due o tre articoli geriatrici all’anno, considerando l’età raggiunta: dovrei tenermi alle raccomandazioni dell’Istituto Superiore di Sanità e intonare almeno una laudatio temporis acti alla settimana. Per tentare un recupero nella statistica, ecco un pezzo che guarda esclusivamente indietro.
Cominciamo da un’affermazione che è insieme passatista e temo fondata: i vini di Borgogna non sono più quelli di una volta. Non lo sono lapalissianamente, perché altrimenti non sarebbero i vini di una volta ma i vini attuali; e non lo sono perché – per tutta una serie di cause noiosissime da elencare – hanno subìto un significativo spostamento nel piano cartesiano del rapporto profumi/gusto.
Un tempo, spannometricamente fino agli anni Novanta del secolo scorso, i Borgogna erano meno maturi nel frutto, quindi più vegetalozzi e aciduli. Ma al contempo erano più ricchi di profumi. Questo, beninteso, in media e al netto delle ciofeche, le quali erano tutt’altro che infrequenti. Oggi il rapporto si è invertito: i Borgogna (rossi in particolare) sfoggiano frutto e tannini molto più maturi, mentre la loro complessità olfattiva si è tristemente ridotta.
Perfino un mostro sacro come la Romanée Conti deve fare i conti (la c qui è minuscola) con una perdita di ampiezza nello spettro aromatico dei suoi celebrati – e inavvicinabili – cru. Questa attenuazione attraversa democraticamente tutti i livelli gerarchici della regione vinicola, dai semplici Bourgogne Rouge ai Village, fino ai Premier e Grand Cru. Anzi, in taluni casi càpita che i rossi meno ambiziosi conservino un maggiore slancio aromatico.
È un dispiacere? Per i vecchi, velati dalla nostalgia del tempo che fu, forse sì; non per i giovani, probabilmente, che con i vini contemporanei guadagnano in purezza di frutto e pienezza del sorso.
Qualcosa si è perso, qualcosa si è guadagnato. Sta alla soggettività del singolo bevitore valutare il risultato finale.
I vecchi vini – rari quanto si vuole ma ancora vitali – restano a testimoniare la silhouette del Borgogna d’antan. Tra i più commoventi in questo senso si annoverano i rossi angelici di Philippe Engel.
Vignaiolo bonario e riservato, Philippe era erede di una famiglia leggendaria. Il nonno René fu tra i primi, insieme ad Armand Rousseau, a imbottigliare direttamente à la proprieté, e – elemento molto meno noto – fu autore di un curioso libro dal titolo Propos sur l’art de bien boire. Scrivo curioso perché è un trattatello che alterna capitoli “classici” – quali “la degustazione”, “la terminologia del vino”, “i vitigni borgognoni” – a capitoli più eterodossi come “sulla donna” o “tossicologia biblica”. Philippe se n’è andato più di vent’anni fa. Se n’è andato nel modo forse migliore immaginabile, nuotando nel mare cristallino della Polinesia, durante una meritata vacanza a Tahiti che si era concesso dopo la vendemmia 2004.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo, grazie al suo caro amico Riccardo Lombardi; e anche l’onore di essere invitato da lui a cena in un ristorante, circostanza che ancora oggi rimane al vertice dei miei ricordi borgognoni. Per l’occasione Philippe pescò dalla cantina un fantasmagorico Grands-Echezeaux 1906 prodotto dal nonno e lo stappò con semplicità, come se stesse aprendo un Crodino. Dalla bottiglia uscirono effluvi indescrivibili, come dei fumi d’oriente narcotizzanti.
Per qualche secondo i commensali degli altri tavoli ammutolirono: alcuni piansero, altri si inginocchiarono raccogliendosi in preghiera.
Philippe non c’è più da oltre vent’anni. I suoi vini, longevi come pochi, ancora resistono tra noi. Ne ho una dozzina di bottiglie. L’ultima aperta, un Vosne Romanée Les Brûlées 2002, mi ha riportato alla mente – e al naso, e al palato – quel 1906. In scala ridotta, certo. Ma sempre con il marchio di fabbrica del domaine, un’iridescenza aromatica che non smette di brillare, anche dopo che il bicchiere è stato svuotato.
Chi vuole una vera emozione enoica, provando il Borgogna com’era un tempo, può trovare diverse bottiglie di Engel sul mercato specializzato. Certo, le pagherà salatissime (il René in etichetta, in questo senso, sembra rimandare all’italiano rene e alla locuzione “mi è costato un rene”).
Ma ne varrà la pena.
___§___

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









