Vinòforum e la lezione del pubblico: meno gergo, più convivialità

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L’editoriale di Lorenzo Ruggeri, direttore del Gambero Rosso, è solo l’ultimo in ordine di tempo (puoi leggerlo qui): sono in molti ormai a pensare che il linguaggio del vino stia scontando il “peccato originale” di essere stato per troppo tempo eccessivamente tecnico, colto e spesso autoreferenziale. Ruggeri non fa che ribadire, con la consueta capacità di scrittura, un concetto che circola da anni: il vino va raccontato e spiegato in maniera più semplice (“che non vuole dire semplicistica” – cit.). Quanto può essere realmente invitante ordinare un calice di vino quando il sommelier, o chi è deputato alla mescita e alla vendita, utilizza un linguaggio infarcito di tecnicismi e di ridondanti descrittori organolettici? A chi interessa davvero una disquisizione su acidità tartarica, microssigenazioni controllate o batonnage ripetuti? Per il consumatore medio, l’esperienza rischia di trasformarsi in un momento complesso, se non addirittura intimidatorio. Alla fine, alla maggior parte delle persone piace bere senza troppe elucubrazioni mentali, godendo dell’esperienza più che delle spiegazioni. La riduzione dei consumi non può dunque essere attribuita soltanto a fattori economici, mode alimentari o istanze salutistiche (fattori che sicuramente pesano): occorre considerare anche l’impatto che una comunicazione eccessivamente specialistica esercita nell’allontanare il pubblico.

La scorsa settimana, a Roma, ho avuto il piacere di frequentare Vinòforum. Nato nel 2004 come primo grande evento del vino nella Capitale (l’organizzazione è di Emiliano De Venuti), negli ultimi anni probabilmente è diventato per presenze e numeri la più grande manifestazione enogastronomica del Centro Sud Italia. Mi ci sono recato con curiosità, portando con me i pensieri su esposti, per osservare se e come trovassero riscontro nell’esperienza diretta. Dal mio punto di vista, l’evento romano non rappresenta l’appuntamento privilegiato per il professionista interessato a degustazioni condotte con calma, dialoghi approfonditi con i produttori o analisi tecniche di approfondimento. Pur avendo un ricco programma di degustazioni e approfondimenti, la manifestazione è infatti contraddistinta da una forte affluenza, da un livello elevato di stimoli e da un’atmosfera spesso caotica e conviviale. Tuttavia, proprio queste caratteristiche lo rendono interessante: alla luce della contrazione dei consumi, mi chiedo se per far riavvicinare il pubblico al vino servano proprio tanti eventi come Vinòforum. Le lunghe code che ogni sera si sono registrate a Piazza di Siena sembrano confermare tale interpretazione.

Per un tecnico, o un appassionato vero, la folla rappresenta un limite operativo; per il pubblico, al contrario, essa è segno di vitalità. Vinòforum quest’anno ha accolto circa ottocento cantine e oltre tremila etichette, affiancate da chef e pizzaioli che hanno trasformato la degustazione in un’esperienza integrata. Iniziative come la Pizza d’Autore, i Temporary Restaurant e le cene tematiche con chef di rilievo dimostrano come l’abbinamento gastronomico costituisca un ponte di comunicazione immediato. Anche i momenti più specialistici, quali le Wine Top Tasting o la Casa Barolo, assumono una dimensione narrativa, traducendo la conoscenza tecnica in forme divulgative e accessibili.

Il paradosso è che un evento che in passato poteva essere percepito come dispersivo oggi appare funzionale: non si rivolge primariamente ai tecnici, ma a chi desidera accostarsi al vino senza sentirsi escluso. In questo senso, è la comunità professionale a dover trarre insegnamento. Il settore ha bisogno di ridurre i tecnicismi e di incrementare le esperienze condivise, attenuando il linguaggio specialistico e privilegiando la convivialità.

Vinòforum non pretende di essere un punto di riferimento assoluto per il vino di qualità, ma forse proprio in questo risiede la sua peculiarità. Piuttosto, rappresenta una piazza, un’arena, un rito collettivo che restituisce al vino la sua funzione originaria: favorire l’incontro sociale. Se l’obiettivo è che il vino torni a occupare un ruolo rilevante nei consumi, la chiave sarà sempre di più imparare a proporlo in modo semplice, diretto e accessibile.

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