L’Italia è tra le primissime nazioni del pianeta per ricchezza di uve autoctone, molte delle quali del tutto ignote anche agli addetti ai lavori che non siano ampelografi ricercatori presso il Centro Italiano di Studio, Sottrazione dall’Oblio, Recupero, Valorizzazione e Santificazione dei Vitigni Autoctoni.
Da tempo il dubbio latente è che se su cinquecento e passa varietà storiche ospitate negli angoli più remoti della Penisola* solo di qualche decina si è tramandata la coltivazione nei decenni e nei secoli, non sia soltanto per stringenti necessità economiche (scelta delle uve più produttive, di quelle che sviluppavano il grado alcolico potenziale più alto, eccetera), ma perché un bel numero di esse dà vini non particolarmente originali e degni di nota.
Ma è un dubbio nutrito solo dagli scettici di natura.
Tale dubbio è controbilanciato dalla curiosità enofila sul potenziale dei vitigni ancora nell’ombra, cui il critico enologico avveduto concede volentieri un’ampia apertura di credito: “il frastaglione di Todi, vinificato dal coraggioso apripista Remo Crantesini a partire dall’annata 2019, sta dando incoraggianti risultati iniziali, sebbene il suo contenuto medio in tannini sia di 15.000 mg/l”
Oppure: “Nelle plaghe nascoste dell’entroterra ligure la giovane vignaiola Vera Magnicarli ha riportato in vita l’ormai quasi scomparso vitigno storico argirola maculata. Il suo bianco No filter ha caratteri unici, come un’intensa nota di zenzero al naso e un’alternanza dolce/amaro al palato, che ricorda la barbabietola arrostita”.
È quindi con la stessa curiosità ben disposta che ho bevuto il valido Franciacorta Animante della nota firma Barone Pizzini, spumante che annovera nell’uvaggio (o forse nel taglio) anche la rara e antica varietà erbamat.
Fondata da Giulio Pizzini Piomarta Von Thurberg nel lontano 1870, la casa vinicola – che si distingue tra l’altro per aver ospitato tra le prime in terra italica un campo di golf, secondo un’apprezzabile strategia che già all’epoca premiava la biodiversità – è oggi nelle mani di un trio di imprenditori bresciani.
L’Animante viene principalmente da uve chardonnay e pinot nero, com’è consueto; le piccole percentuali di pinot bianco (circa 3%) e di erbamat (3% a sua volta) contribuiscono a far nascere un vino limpido nel profilo aromatico e abbastanza articolato nel sapore. Un leggero ma percettibile timbro amarognolo nel finale attenua un poco la piacevolezza dell’insieme, ma è un aspetto di poco conto. Grazie alla pluridecennale esperienza del mio palato, sono riuscito a cogliere le note di erbamat in mezzo al restante 97% dell’assemblage: sentori delicati di erbamat, con nuance di erbamat e – in sottofondo – una sottile e gradevole vena di erbamat.
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* e delle isole

Giornalista professionista. Si è dedicato dalla fine degli anni Ottanta ad approfondire i temi della degustazione e della critica enologica professionale. Ha collaborato con Luigi Veronelli Editore, casa specializzata in critica enologica e gastronomica, e dal 1996 ha lavorato come redattore ed editorialista presso il Gambero Rosso Editore. È stato collaboratore e redattore per la Guida dei Vini d’Italia edita da Gambero Rosso Editore e Slow Food. È stato per diversi anni curatore dell’Almanacco del Berebene del Gambero Rosso Editore. È stato titolare, in qualità di esperto di vino, di diverse rubriche televisive del canale tematico Gambero Rosso Channel. È stato relatore per l’AIS, Associazione Italiana Sommelier. È stato membro del Grand Jury Européen.
Dal 2003 al 2015 è stato curatore, insieme a Ernesto Gentili, della Guida I Vini d’Italia pubblicata dal gruppo editoriale L’Espresso. Del 2015 è il suo libro “Le parole del vino”, pubblicato dalla Giunti, casa editrice per la quale ha firmato anche – insieme ad Armando Castagno e Giampaolo Gravina – “Vini da scoprire” (2017 e 2018). Con gli stessi due colleghi è autore del recente “Vini artigianali italiani”, per i tipi di Paolo Bartolomeo Buongiorno. Scrive per diverse testate specializzate, tra le quali Vitae, il periodico ufficiale dell’AIS. E’ relatore dell’Accademia Treccani.









